
Re Artù e Merlino
Arthur e Myrddin
per niente paurosa
Quando il re di Britannia morì senza un erede riconosciuto, comparve una spada piantata in una pietra con una scritta: chi l'avesse estratta sarebbe stato il vero re. Tutti i cavalieri provarono, e nessuno ci riuscì, finché un ragazzo, Artù, la tirò fuori senza fatica. Consigliato dal mago Merlino, divenne un re giusto e radunò i cavalieri più valorosi intorno a una tavola rotonda, dove nessuno sedeva più in alto degli altri. I cavalieri partirono poi alla ricerca del Graal.
Lo sai che… gli storici discutono ancora se sia esistito un vero capo dei Britanni di nome Artù, intorno al V-VI secolo: non ci sono prove sicure.
La storia
Dicono che la storia cominciò nel buio, con un bambino portato via da una porta secondaria.
Il re di Britannia, Uther Pendragon, aveva un figlio appena nato, e un grande nemico in ogni valle. Lo sapeva Merlino, il mago, quello che vedeva le cose prima che accadessero. Una notte Merlino bussò al portone sul retro del castello, prese il piccolo avvolto in un panno e sparì nella nebbia. Il bambino fu affidato a un cavaliere, Ector, che lo crebbe come un secondo figlio, accanto al suo, Kay. Nessuno sapeva chi fosse davvero. Lui meno di tutti. Si chiamava Artù.
Passarono gli anni. Uther morì, e la Britannia restò senza un re. I signori si divisero, i castelli si chiusero, le strade si riempirono di ladri. Nessuno aveva abbastanza forza, o abbastanza diritto, per comandare gli altri.
Così, a Natale, per opera di Merlino o per un miracolo (i racconti non sono d'accordo), accadde una cosa strana.
Davanti alla chiesa più grande di Londra comparve un blocco di marmo, e sopra il marmo un'incudine di ferro, e nell'incudine una spada piantata fino a metà. Sul marmo, in lettere d'oro, c'era scritto: «Chi estrarrà questa spada da questa pietra è re di Britannia per diritto di nascita».
I più grandi signori vennero a provare. Si tolsero i guanti, afferrarono l'elsa, tirarono con tutte e due le mani, con i piedi contro la pietra, con la faccia rossa e il collo teso. La spada non si mosse di un dito. Uno dopo l'altro, andarono via borbottando che era uno scherzo, un incantesimo, una trappola. Il torneo di Capodanno fu fissato apposta per vedere chi, nel frattempo, sarebbe riuscito.
Al torneo andarono anche Ector, Kay e Artù, che era ormai un ragazzo e faceva da scudiero al fratello. Arrivati in città, Kay si accorse di aver dimenticato la spada nell'alloggio.
«Corri a prendermela», disse ad Artù.
Artù corse. Ma l'alloggio era chiuso, la padrona era alla messa, e la porta non si apriva. Rimase fermo in mezzo alla strada con il fiato corto. Gli venne in mente la spada della chiesa, quella che tutti guardavano e nessuno poteva toccare. Pensò che nessuno si sarebbe accorto se ne avesse preso in prestito una per suo fratello.
La piazza era vuota. Il freddo gli mordeva le dita. Artù salì sul marmo, afferrò l'elsa e tirò.
La spada uscì come da un fodero. Senza scricchiolare e senza fatica. Era leggera come una canna.
La portò a Kay, che la riconobbe subito, e che per un istante provò il desiderio di dire che l'aveva tirata fuori lui. Il padre Ector lo guardò in faccia. «Dove l'hai presa?». «Dalla pietra», disse Artù. Ector rimase in silenzio. Poi, davanti alla chiesa, rimise la spada nella pietra e chiese al ragazzo di estrarla di nuovo. Artù la estrasse. Kay provò, Ector provò. Non si mosse.
Ector s'inginocchiò. «Perché fate questo?», chiese Artù, spaventato. «Perché non siete figlio mio. Siete figlio del re.»
Ma ai signori non bastò una voce. Dissero che un ragazzo senza nome non poteva essere re. La prova fu ripetuta a Epifania, poi a Pasqua, poi a Pentecoste, davanti a una folla che cresceva ad ogni volta. Ogni volta la spada restava ferma per i grandi e usciva per il ragazzo. Alla fine fu il popolo a gridare. Voleva un re vero, uno che lo vedessero venire dalla pietra e non dalle guerre. I signori s'inchinarono.
Artù fu incoronato. E accanto a lui c'era sempre Merlino, che gli parlava piano e gli diceva cosa fare, e spesso gli diceva anche cosa non fare.
Ora, la spada della pietra si spezzò in battaglia, un giorno. Artù si trovò con una lama rotta e un nemico davanti. Merlino lo condusse a un lago, silenzioso e grigio. Dal centro dell'acqua spuntava un braccio, vestito di seta bianca, e nella mano c'era una spada. La Dama del Lago gliela porse. Si chiamava Excalibur, e brillava come trenta torce. Più ancora della lama, dice Malory, valeva il suo fodero: chi lo portava non perdeva sangue, neppure se era ferito.
Poi Artù fece una cosa che nessun altro re aveva fatto. Radunò i cavalieri migliori della Britannia e li fece sedere a una tavola rotonda. Non aveva un capo e non aveva un fondo. Nessuno sedeva più in alto di un altro, nemmeno il re. Chi entrava, entrava come uguale. Nacquero così i Cavalieri della Tavola Rotonda: Lancillotto, Galvano, Parsifal, Galahad, e tanti altri. Partivano a cavallo da Camelot, nella foresta, nelle nebbie, e tornavano con storie di draghi, di fate, di castelli che comparivano e sparivano. Un giorno, nella sala, comparve un oggetto coperto da un panno bianco, e ogni cavaliere ebbe una visione della coppa che aveva bevuto l'ultimo vino della Cena. Fu il Graal. E molti di loro partirono per cercarlo, e pochi tornarono.
Il regno, intanto, cominciò a incrinarsi. Non per i nemici di fuori, ma per quelli di dentro: gelosie, sospetti, tradimenti. Dalla parte di Mordred, il figlio nato da una colpa, venne la guerra. Si combatté a Camlann, sul fiume. Quasi tutti i cavalieri morirono. Artù, ferito, chiese al cavaliere Bedivere di gettare Excalibur nel lago. Bedivere esitò due volte: gli sembrava un peccato. Alla terza obbedì. Un braccio uscì dall'acqua, afferrò la spada, la brandì tre volte e scomparve.
Sulla riva comparve una barca nera. A bordo c'erano donne vestite di scuro, con il viso coperto. Artù vi salì, disteso, e le donne lo portarono via, verso l'isola di Avalon, dove le ferite guariscono.
Nessuno vide mai il suo corpo. In Cornovaglia, in Galles, in Bretagna ancora oggi c'è chi giura che dorma sotto una collina, e che torni quando la Britannia avrà bisogno.
Su una tomba, dice Malory, c'è una scritta in latino: Hic iacet Arthurus, rex quondam rexque futurus.
Qui giace Artù, re di un tempo e re del futuro.
Era partito da una strada vuota di Londra, un ragazzo mandato a prendere una spada per suo fratello.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Goffredo di Monmouth, «Historia regum Britanniae» (circa 1136)
- Robert de Boron, «Merlin» (circa 1200)
- Thomas Malory, «Le Morte d'Arthur» (1485)
