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Un frate con il saio che stringe la zampa di un grande lupo grigio davanti alle mura di una città

tradizioneGubbio · Umbria

Il lupo di Gubbio

«frate lupo»

un po' paurosa

Un lupo grosso e affamato spaventava gli abitanti di Gubbio, che non osavano più uscire dalle mura. San Francesco andò ad incontrarlo da solo, lo chiamò «frate lupo» e gli parlò con calma. Fecero un patto: la città gli avrebbe dato da mangiare ogni giorno, e lui non avrebbe più fatto del male a nessuno. Il lupo, dice il racconto, mise la zampa nella mano del santo per promettere. Visse in città altri due anni, andando di porta in porta, e quando morì tutti lo piansero.

Lo sai che… la storia del lupo fu scritta più di cento anni dopo la morte di San Francesco, nei «Fioretti»: non c'è nelle sue biografie più antiche.

La storia

C'era una volta, in Umbria, una città di pietra e di mura alte che si chiamava Gubbio. E c'era, fuori da quelle mura, nel bosco che arrivava fin quasi ai bastioni, un lupo.

Un lupo come non se ne erano mai visti. Grande, grosso, con le zampe lunghe e un fiato che si vedeva d'inverno come una nuvola. Le persone lo chiamavano «il lupo grandissimo, terribile e feroce», e non esageravano. Perché quel lupo non si accontentava delle pecore e delle capre, delle bestie dei campi. Si diceva che avesse mangiato anche degli uomini.

Gli abitanti, per un po', avevano provato a difendersi. Uscivano in gruppo, armati di forconi, di bastoni, di spade arrugginite, con i cani che abbaiavano più per paura che per coraggio. Ma ogni volta, quando il lupo compariva tra gli alberi, un'ombra grigia con gli occhi che brillavano, qualcuno sentiva un brivido lungo la schiena, qualcuno scappava, qualcuno restava a terra. Nessuno riusciva a fermarlo.

Così, poco alla volta, la gente di Gubbio smise di uscire. I campi restarono senza chi li lavorasse, le strade che portavano fuori dalla città si riempirono d'erba. La notte, dalle mura, si sentiva un ululato lungo, lontano, che faceva stringere i bambini alle gonne delle madri. E ogni mattina qualcuno guardava dalla finestra e si chiedeva: «Chi sarà il prossimo?»

In quel periodo, a Gubbio, arrivò un uomo scalzo, in un saio grigio, che tutti conoscevano di nome. Si chiamava Francesco, ed era di Assisi.

Quando seppe del lupo, Francesco non disse niente per un po'. Ascoltò. E nel suo cuore sentì qualcosa che assomigliava alla compassione, non solo per le persone, ma anche per quella bestia che nessuno aveva mai guardato con occhi diversi dalla paura.

«Voglio andare a parlargli», disse.

I cittadini pensarono che fosse impazzito. «Non andare», gli dissero. «Ti ucciderà. Ha mangiato uomini più forti di te.»

Ma Francesco aveva fiducia in Dio. Si fece il segno della croce. Poi, con qualche compagno, uscì dalle porte della città.

I compagni camminavano dietro di lui con il cuore in gola, e a un certo punto si fermarono. Le gambe non volevano andare avanti. Francesco proseguì da solo, lento, senza fretta, verso il luogo dove si trovava il lupo. Dietro di lui, a distanza, molti cittadini lo seguivano, sulle mura, tra i cespugli, fingendo di non avere paura. Volevano vedere il miracolo, oppure la fine di quell'uomo strano.

E allora il lupo comparve.

Uscì dal bosco con la bocca spalancata, i denti bianchi in mostra, correndo verso Francesco. Qualcuno, dietro, gridò. Qualcuno chiuse gli occhi.

Francesco alzò la mano e fece il segno della croce nell'aria, davanti al lupo. E con una voce calma, quasi allegra, disse:

«Vieni qui, frate lupo. Io ti comando, dalla parte di Cristo, che tu non faccia male né a me né a nessuno.»

Cosa successe, dopo quelle parole, i cittadini lo raccontarono per secoli. Il lupo si fermò. Chiuse la bocca di colpo, come se qualcuno l'avesse chiusa per lui. E poi, a testa bassa, con un passo lento, si avvicinò a Francesco e si accovacciò ai suoi piedi. Mansueto come un agnello.

Allora Francesco parlò, e il suo tono si fece serio.

«Frate lupo, tu hai fatto molto male in questa terra. Hai ucciso animali, che sono creature di Dio. E hai ucciso uomini, che sono fatti a immagine di Dio. Per questo meriteresti la forca, come i ladri e gli assassini. E tutti qui ti odiano, e hanno ragione.»

Il lupo restò immobile, con le orecchie basse.

«Ma io voglio fare la pace tra te e la città», continuò Francesco, più piano. «Se tu prometti di non fare più male a nessuno, la gente non ti perseguiterà. Io so che l'hai fatto per fame. Ebbene, la gente ti darà da mangiare ogni giorno, finché vivrai. Così non avrai più fame, e non avrai più ragione di fare del male. Ci stai?»

Il lupo scosse la coda. Mosse le orecchie. Abbassò la testa in un lungo, solenne inchino. Era come se dicesse di sì, con tutto il corpo.

«Allora dammi una prova», disse Francesco, tendendo la mano.

E il lupo, davanti a tutti, alzò la zampa anteriore destra e la posò nella mano dell'uomo.

Nessuno, in quel momento, osò respirare.

Poi Francesco si voltò e cominciò a camminare verso la città. E il lupo lo seguì, a testa bassa, a passo lento, come un agnellino al seguito del pastore.

Quando la gente di Gubbio vide arrivare quell'uomo in saio con il lupo al fianco, dalle mura, dalle porte, dalle finestre, la notizia corse più veloce del vento. Uomini, donne, grandi, piccoli, giovani e vecchi, tutti corsero in piazza. Nessuno voleva perdersi quella scena.

Lì, davanti a tutti, con il lupo seduto accanto a lui, Francesco parlò.

Disse che Dio permette a volte che accadano queste disgrazie a causa dei peccati degli uomini. E che il fuoco dell'inferno è molto più terribile della rabbia di un lupo, perché un lupo può uccidere solo il corpo. Esortò tutti a pentirsi, e promise che, se lo avessero fatto, Dio li avrebbe liberati dal lupo e dal fuoco eterno.

Poi disse:

«Ecco, frate lupo promette di non offendere più nessuno. Io mi faccio garante per lui. E voi, promettete di nutrirlo ogni giorno?»

La folla rispose di sì, a gran voce.

Allora Francesco si rivolse al lupo: «E tu, frate lupo, prometti di rispettare questo patto?»

Il lupo si inginocchiò. Chinò il capo. Mosse la coda e le orecchie, come aveva fatto prima, in segno di assenso. Poi, davanti a tutti, posò di nuovo la zampa nella mano di Francesco.

Una grande gioia si sollevò dalla piazza. Le persone gridavano, piangevano, ridevano. Lodavano Dio, che aveva mandato loro Francesco per liberarli da quella paura.

E da quel giorno il lupo visse per due anni a Gubbio.

Entrava nelle case, di porta in porta, senza fare male a nessuno. E la gente lo nutriva con affetto, senza chiedere nulla in cambio. Si racconta una cosa che sembra incredibile: nemmeno un cane, in tutta la città, gli abbaiò mai contro.

Poi, dopo due anni, il lupo morì di vecchiaia. I cittadini ne furono addolorati. Lo avevano visto ogni giorno, andare per le strade, docile come un cane di casa, e ogni volta ricordavano la virtù e la santità di Francesco, che lo aveva cambiato.

Ancora oggi, a Gubbio, c'è una chiesetta chiamata San Francesco della Pace. Dicono che lì, sotto il pavimento, riposi il lupo. E chi passa, in silenzio, tra quelle pietre antiche, ripensa a una vecchia storia: quella di un lupo che, forse, voleva soltanto qualcuno che non avesse paura di lui.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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