
San Marco e il leone di Venezia
«Pax tibi Marce», pace a te, Marco
per niente paurosa
Secondo la tradizione, l'evangelista Marco era in viaggio quando si fermò su un'isola della laguna. In sogno gli apparve un angelo che gli disse: «Pace a te, Marco: qui un giorno riposerà il tuo corpo». Molti secoli dopo, nell'828, alcuni mercanti veneziani «rubarono» il corpo del santo ad Alessandria d'Egitto e lo portarono a Venezia: questo è un fatto storico. Il sogno fu raccontato dopo, per spiegare perché il santo dovesse stare proprio lì. Da allora il leone alato con il libro aperto è il simbolo della città.
Lo sai che… il leone di San Marco ha quasi sempre un libro, e sul libro c'è scritto «Pax tibi Marce, evangelista meus»: «Pace a te, Marco, mio evangelista».
La storia
Se vai a Venezia e guardi in alto, ovunque, prima o poi lo trovi.
Sta sulle colonne, sui portali, sulle bandiere, sopra le porte dei palazzi. È un leone con le ali, e tiene un libro tra le zampe. A volte il libro è aperto, e sulle pagine c'è una frase in latino. Pochi turisti si fermano a leggerla. Dice: Pax tibi, Marce, evangelista meus. Pace a te, Marco, mio evangelista.
Per capire perché un leone con le ali sia il simbolo di una città di acqua, bisogna cominciare da un viaggio.
Marco era uno degli evangelisti, quelli che avevano scritto la storia di Gesù. Un giorno, dice la tradizione, stava andando verso Roma per mare, e la barca si fermò in una laguna: un posto piatto e silenzioso, dove l'acqua e il cielo avevano lo stesso colore, e le isole sembravano galleggiare come foglie.
Non c'era niente, allora. Né palazzi, né campanili, né ponti. Solo canne, uccelli, un po' di terra bagnata, e il rumore dell'acqua che sfiora la barca.
Marco scese a riposare. Si addormentò.
E in sogno gli apparve un angelo. In un'altra versione, l'angelo aveva la forma di un leone. Non gridò e non lo spaventò. Lo salutò con parole dolci, quasi sussurrate.
«Pace a te, Marco. Qui riposerà il tuo corpo.»
Marco si svegliò. La laguna era uguale a prima: l'acqua ferma, il cielo pallido. Ma da quel momento, dicono i vecchi racconti, quel posto era segnato.
Quelle parole non erano nuove. In una leggenda ancora più antica, Gesù le aveva dette a Marco in una visione, quando l'evangelista si trovava prigioniero ad Alessandria d'Egitto. Pace a te, Marco, mio evangelista. Chi ha raccontato il sogno della laguna le ha riprese, ma le ha spostate in un altro posto, come si sposta una candela da una stanza all'altra.
Gli storici lo spiegano senza girarci intorno: quella leggenda serviva a indicare dove dovessero essere custodite le sante reliquie. Era destino, insomma, che Marco diventasse il protettore di Venezia.
Il bello è che il sogno, a quanto pare, fu raccontato dopo. E che a portare Marco in laguna, alla fine, non fu una barca di pescatori.
Facciamo un salto in avanti, nell'anno 828.
Ad Alessandria d'Egitto, nel porto, c'erano alcuni mercanti veneziani. Facevano il loro lavoro: comprare, vendere, caricare. Ma erano lì anche per un altro motivo, e non lo dicevano a nessuno.
Nella città si trovava il corpo di Marco, le sue reliquie. Per i veneziani era un tesoro più grande di ogni cargo di spezie.
Possiamo immaginare i loro discorsi, a voce bassa, la sera, sul ponte della nave.
«Se lo portiamo a casa, saremo la città di san Marco.»
«E se ci prendono?»
«Allora non ci prenderanno.»
La fonte dice una parola secca: le reliquie furono rubate. Non c'è altro modo gentile per dirlo. I mercanti le presero e le portarono via, e la nave prese il largo, verso nord, con il mare davanti.
Quando arrivarono, Venezia era già una città, ma non ancora quella che conosci. A Marco, per ringraziarlo, costruirono una cappella accanto al palazzo del doge. Era la chiesa del doge, di proprietà dello Stato: non una chiesa qualsiasi, ma quella di tutta la città. Quella chiesa è la Basilica di San Marco, la stessa che puoi visitare oggi, con le sue cupole e i suoi mosaici.
Ora, c'era un'ultima cosa da decidere. Ogni santo, a quei tempi, aveva un simbolo.
Già nell'anno 180 un vescovo, Ireneo di Lione, aveva ricordato che nella Bibbia, nelle visioni, compaiono quattro esseri viventi: uno simile a un leone, uno a un vitello, uno a un uomo, uno a un'aquila in volo. E aveva pensato che ognuno corrispondesse a uno dei quattro evangelisti. Con il tempo, l'idea si diffuse. Matteo ebbe l'uomo alato, Luca il vitello, Giovanni l'aquila.
E Marco ebbe il leone.
Venezia lo adottò subito. Tra la città e il santo non c'era più differenza: se Marco era il suo protettore, il suo leone era il suo volto. Così il leone alato salì sulle navi, sulle monete, sulle porte delle città conquistate. Doveva rispettare poche regole: le ali, il libro, aperto o chiuso, e tutti e due gli occhi ben visibili.
Il leone più comune è quello che i veneziani chiamano «andante», cioè in cammino, con le quattro zampe a terra; spesso guarda a sinistra, e ha un'espressione piuttosto feroce. Con una zampa tiene il libro. Con l'altra, a volte, una spada.
Il leone «in moleca» è un altro tipo: si vedono il muso, le ali e le zampe, e le ali curve ricordano le chele di un granchio, che in dialetto si chiama proprio moleca. Ma il più comune è l'altro.
È buffo, se ci pensi. Un animale tremendo, che regge un libro aperto e una frase di pace.
Forse è questo il vero segreto di Venezia. Una città nata sull'acqua, dove non c'era niente, ha scelto come simbolo un leone con le ali, che può camminare sulla terra e volare sul mare. E sotto i suoi piedi ha scritto, in latino, il saluto di un angelo.
La prossima volta che vai in piazza San Marco, alza gli occhi. Guarda il leone. Guarda il libro.
E prova, per un momento, a sentire sotto i tuoi piedi il silenzio di una laguna senza case, dove un uomo stanco si è addormentato, tanto tempo fa, e ha sognato il proprio riposo.
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