
San Michele e il toro del Gargano
la grotta di Monte Sant'Angelo
per niente paurosa
Secondo la tradizione, alla fine del V secolo un ricco signore perse il toro più bello della sua mandria e lo ritrovò in una caverna, sul Gargano. Arrabbiato, gli tirò una freccia, ma la freccia tornò indietro e colpì lui. Il vescovo della città vicina ordinò tre giorni di preghiera, e allora l'arcangelo Michele gli apparve in sogno: quella grotta era sua. Da allora è una chiesa che, si dice, l'arcangelo aveva già consacrato con la sua presenza. Oggi la grotta è il santuario di Monte Sant'Angelo.
Lo sai che… il santuario di Monte Sant'Angelo è Patrimonio UNESCO dal 2011, insieme ad altri luoghi dei Longobardi in Italia.
La storia
Sul Gargano, dove il monte si spinge nel mare come il dito di una mano, c'era una volta un uomo ricco che aveva un toro bellissimo.
Si chiamava Elvio Emanuele, dice la tradizione, e il toro era il migliore della sua mandria. Un giorno, però, sparì.
Elvio lo cercò per le valli e per i boschi. Lo cercò per ore, forse per giorni. Intorno ai suoi pascoli le pietre bianche brillavano al sole, e il vento di mare portava odore di salvia e di sale. Alla fine, sul fianco del monte, sotto una parete di roccia, trovò una grotta. E dentro la grotta, nel buio, c'era il suo toro.
Elvio era un uomo abituato a comandare. Si fermò all'ingresso. Non poteva entrare, o non voleva. Il toro stava lì, al sicuro e lontano, dove nessuno lo poteva toccare. Dalla grotta usciva un'aria fredda, che sapeva di terra bagnata. Non si sentiva un rumore, nemmeno un uccello. Anche il vento sembrava essersi fermato a guardare.
«Se non vieni da me», disse, «ti faccio venire io.»
Prese l'arco. Incoccò la freccia. Tese la corda fino all'orecchio. E la lasciò andare.
La freccia partì dritta. Poi, a mezz'aria, si fermò. Si piegò come presa da una mano invisibile. E tornò indietro, sibilando, e colpì lui.
Elvio cadde. Nella radura tornò il silenzio, e il toro, dentro la grotta, non si era nemmeno mosso.
Quando si rialzò, ferito e spaventato, con la mano che tremava ancora sull'arco, capì che quella grotta non era un posto qualunque. Scese al paese e andò a Siponto, a cercare il vescovo, Lorenzo Maiorano, e gli raccontò tutto. Il vescovo ascoltò senza una parola. Poi ordinò tre giorni di preghiera e di penitenza, per lui, per la gente, per tutta la città.
Per tre giorni nessuno parlò ad alta voce. Nelle strade di Siponto si sentivano solo i passi, e il mormorio delle preghiere dalle finestre aperte. Per tre giorni si pregò. Era l'anno 490.
Alla fine del terzo giorno, il vescovo ebbe un sogno. Davanti a lui c'era l'arcangelo Michele, il capo di tutti gli angeli, quello che nei libri sacri combatte il drago. Gli disse che quella grotta era sua, e che doveva essere data al culto dei cristiani. Lì, aggiunse, dove la roccia si spalanca, i peccati degli uomini possono essere perdonati.
Il vescovo però non si mosse. Sul monte c'era ancora chi onorava i vecchi dèi, e non era facile cambiare le cose in un giorno.
Due anni dopo, nel 492, accadde una cosa ben più grave. Un esercito arrivò dal nord: erano, dice la tradizione, le truppe di Odoacre. Assediarono Siponto. Le mura erano alte, ma il cibo diminuiva e la paura cresceva. Dalle mura si vedevano i fuochi del campo nemico, la notte, fino all'orizzonte. Gli abitanti si strinsero intorno al loro vescovo.
Lorenzo Maiorano chiese una tregua di tre giorni, e la ottenne. Anche questa volta il popolo li passò pregando. E anche questa volta l'Arcangelo apparve. Promise la vittoria.
All'alba del quarto giorno, quelli di Siponto uscirono dalle porte. Non erano molti. Sembravano pochi, contro tanti. Ma proprio allora, dal mare e dal monte, si alzò un vento furioso. Una tempesta di sabbia e di grandine si abbatté sugli assedianti. Non si vedeva più niente. Non si respirava. I chicchi di ghiaccio battevano sugli elmi come sassi. Gli invasori fuggirono, e Siponto fu salva.
Il vescovo, però, ancora non era entrato nella grotta. Sapeva che non spettava a lui. Allora decise di fare ciò che si fa quando un luogo diventa sacro: andò a Roma, dal papa Gelasio I, per chiedere il permesso di consacrarla ufficialmente.
Il papa approvò. Il vescovo tornò verso il Gargano, pieno di speranza.
Fu allora, nell'anno 493, che l'Arcangelo apparve per la terza volta. E disse una cosa che nessuno si aspettava: non occorreva consacrare nulla. La grotta era già consacrata, dalla sua stessa presenza. Non c'era bisogno di mani umane. Il vescovo doveva costruire soltanto una chiesa davanti all'ingresso.
E così fece. Si portarono pietre, si alzarono muri, e il lavoro andò avanti sotto gli occhi di tutta la gente di Siponto, che per la prima volta saliva fin lassù senza paura. Il 29 settembre del 493 la chiesa fu dedicata a san Michele.
Da allora, chi arriva davanti alla grotta del Gargano trova una scritta, e dice così: «Terribile è questo luogo. Qui è la casa di Dio e la porta del cielo.»
Terribile, qui, non vuol dire brutto. Vuol dire che ti fa tremare un po', che ti ricorda quanto sei piccolo. Ed è la parola giusta, per un posto in cui un toro, una freccia e un angelo hanno cambiato la vita di un monte.
I secoli passarono. Dal VII secolo la zona fece parte dei territori dei Longobardi, nel Ducato di Benevento. Erano un popolo di guerrieri, e in Michele, che combatte il drago, riconobbero uno dei loro. Il suo culto si diffuse in tutto il regno longobardo, fino a farne il patrono del popolo.
Il 25 giugno 2011 il santuario è entrato nella lista del patrimonio mondiale dell'UNESCO, insieme agli altri luoghi dei Longobardi in Italia.
Ma la storia, la vera storia, è sempre quella di un uomo che voleva solo il suo toro. E che, per colpa di una freccia, si fermò ad ascoltare.
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Fonti
- Comune di Monte Sant'Angelo, «Il Santuario di San Michele Arcangelo»
- Iacopo da Varazze, «Legenda Aurea» (XIII secolo), capitolo su San Michele
