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Atlante dei Miti 0/300
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Un guerriero con una mano sola, davanti a un enorme lupo legato con una catena sottile e lucente

dio del coraggioAsgard · mitologia norrena

Tyr

Týr, in norreno

un po' paurosa

Tyr era il dio più coraggioso, quello che decide la vittoria in battaglia. Quando gli dèi decisero di legare il lupo Fenrir, che diventava ogni giorno più grande e pericoloso, il lupo accettò di farsi mettere la catena magica solo a una condizione: che uno di loro gli tenesse una mano in bocca come garanzia. Solo Tyr ebbe il coraggio di farlo. Quando Fenrir capì di essere stato ingannato e non riuscì a liberarsi, chiuse le fauci: Tyr perse la mano, e il lupo restò legato fino al Ragnarök.

Lo sai che… in inglese il martedì, Tuesday, è «il giorno di Tyr», come per noi è il giorno di Marte.

La storia

Tyr era l'unico che avesse il coraggio di dare da mangiare al lupo.

Il cucciolo era arrivato ad Asgard quando era ancora piccolo, uno dei figli di Loki e di una gigantessa. Gli dèi, che sapevano molte cose sul futuro, sapevano anche quanto quel cucciolo potesse far male. Ma lo tennero con loro, perché è difficile uccidere una creatura che ti guarda negli occhi. Si chiamava Fenrir.

Ogni giorno cresceva. Ogni giorno Tyr gli portava la carne, e ogni giorno il lupo era più alto, più forte, più pesante. Gli altri dèi si fermavano a distanza di sicurezza e non dicevano niente.

Tyr invece si sedeva accanto a lui, sulla paglia, e restava a guardarlo mangiare. A volte il lupo sollevava il muso, gli appoggiava il mento sulle ginocchia, e Tyr gli passava la mano tra le orecchie. Era una cosa che nessuno aveva mai visto fare, e lui non la raccontò a nessuno.

Finché una sera gli dèi si riunirono e decisero di legarlo.

«Gli faremo una prova,» disse Odino. «Una gara di forza. Lo faremo sembrare un gioco.»

Fabbricarono una catena, la più robusta che sapessero fare, e la chiamarono Leyding. Portarono il lupo davanti a loro e dissero: «Prova a spezzarla. Se ci riesci, sarà una vittoria che ti darà fama.»

Fenrir li guardò, calmo. Si lasciò legare. Poi si allungò una volta sola, e la catena saltò in pezzi.

Ne fecero un'altra, il doppio più forte, e la chiamarono Dromi. «Questa è ancora più solida. Se la spezzi, tutti sapranno quanto sei forte.»

Il lupo sospettò, ma rimase tranquillo. «Se è troppo forte per me, non sarà una vergogna,» disse. «Ma se la spezzo, sì.» E ancora una volta si lasciò legare. Spinse con le zampe, rotolò, sbatté la catena contro la roccia, e anche Dromi si ruppe, volò lontano e si perse nell'erba.

Fu in quel momento che gli dèi ebbero paura davvero.

Mandarono un messaggero, Skírnir, nella terra dei nani, dove le mani degli artigiani sono più abili di ogni altra. Chiesero loro una corda che nessuno potesse spezzare. I nani la fecero con sei cose che non esistono più: il rumore dei passi di un gatto, la barba di una donna, le radici di una montagna, i tendini di un orso, il fiato di un pesce e la saliva di un uccello. La chiamarono Gleipnir. Quando la videro, gli dèi non credettero ai loro occhi. Era liscia e leggera come un nastro di seta.

Portarono il lupo su un'isola chiamata Lyngvi, in mezzo a un lago nero, ferma e piena di erica. L'acqua intorno non rifletteva niente. Lì gli mostrarono il nastro.

«Prova anche questo,» dissero. «Sembra sottile, ma è più forte di quel che pare.»

Fenrir lo prese tra le zampe e lo guardò a lungo.

«Non mi sembra una grande gloria spezzare un nastro così,» disse. «Ma se è stato fatto con arte e con inganno, anche se è sottile, non lo metterò sulle mie zampe.»

«Ma se hai spezzato le catene più forti,» risposero gli dèi, «questo è nulla per te. E se non lo spezzi, vorrà dire che non sei più pericoloso e noi ti lasceremo andare.»

Il lupo restò in silenzio.

«Se mi legate così, che non possa liberarmi,» disse alla fine, «aspetterete molto prima di aiutarmi. Non voglio che mi mettiate il nastro. Ma se uno di voi mi metterà una mano in bocca, come garanzia che non c'è inganno, allora accetto.»

Gli dèi si guardarono. Nessuno si mosse. Ognuno aspettava che un altro si facesse avanti, e ognuno sapeva cosa significava.

Tyr fece un passo.

Aveva pensato a quel momento molte volte, nelle sere sulla paglia, con il muso del lupo sulle ginocchia. Sapeva che quel patto era una bugia. Sapeva che il lupo, se non fosse riuscito a spezzare il nastro, avrebbe chiuso le fauci. Sapeva anche che se nessuno avesse fatto niente, un giorno quel lupo sarebbe stato così grande da non poter più essere fermato da nessuna cosa.

Si inginocchiò. Allungò la mano destra. La posò, aperta, tra i denti. Sentì il fiato caldo del lupo sul polso e il suo cuore, per un attimo, battere troppo forte.

«Fidati di me,» disse piano.

Il lupo non rispose. Lo guardò.

Gli dèi legarono il nastro intorno alle zampe di Fenrir. Quando fu finito, lui spinse. Il nastro si tese e non cedette. Spinse più forte. Più forte spingeva, più il nastro si stringeva. Provò a mordere, a scalciare, a ruotare su se stesso. Niente. Era chiuso come una porta.

Gli dèi risero. Risero tutti, un po' per il sollievo e un po' per la paura passata.

Tutti tranne Tyr, che aveva capito che il lupo non l'avrebbe mai più guardato come prima.

Fenrir chiuse le fauci.

Non fu un gesto crudele. Fu quello che ogni animale ingannato avrebbe fatto. Tyr non gridò. Si tirò indietro, stringendo il braccio senza più la mano, e non disse una parola.

Gli dèi presero allora una corda chiamata Gelgja, la fecero passare in un anello della roccia chiamata Gjöll e la fissarono a una pietra enorme, piantata nel profondo della terra. Poi presero una spada e la misero tra le fauci del lupo, con l'impugnatura appoggiata in basso e la punta contro il palato, perché non potesse più chiuderle. Dalla bocca spalancata cominciò a colare la saliva, e fece un fiume, che si chiama Vón.

Il lupo ululò. Gli dèi si allontanarono in silenzio.

Resterà lì, dicono, fino al giorno del Ragnarök, la fine del mondo, quando le catene si spezzeranno.

Tyr rimase vivo. Visse a lungo senza la mano destra. Di notte, qualche volta, andava sulla riva del lago e si sedeva lontano, quanto bastava per essere sicuro di non essere visto, e restava a guardare l'isola.

Era l'unico, tra tutti, che gli avesse mai tenuto compagnia.

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Fonti

  • Snorri Sturluson, «Edda in prosa», «Gylfaginning»
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music