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Un uomo vestito di pelli scure con grandi corna di cervo e campanacci, in una piazza di montagna al tramonto

rito di carnevaleCastelnuovo al Volturno, Rocchetta a Volturno · Molise

L'Uomo Cervo di Castelnuovo al Volturno

«Gl'Cierv», il cervo

paurosa

L'ultima domenica di Carnevale, al tramonto, arriva in piazza l'Uomo Cervo: un uomo coperto di pelli, con una maschera e un grande palco di corna in testa, che corre tra la gente e mette tutti in agitazione. È la forza selvaggia della natura. Con lui ci sono la Cerva e Martino, una figura vestita di bianco che prova a catturarlo. Alla fine arriva il cacciatore e il cervo cade. Ma poco dopo si rialza: è la natura che muore d'inverno e rinasce a primavera.

Lo sai che… l'associazione che custodisce il rito lo chiama una «tradizione ancestrale», senza date precise: nessuno sa dire quanto sia antico.

La storia

A Castelnuovo al Volturno, l'ultima domenica di Carnevale, la luce se ne va in fretta.

Il borgo sta ai piedi delle Mainarde, e quando il sole scende dietro le montagne l'aria diventa subito fredda. In piazza si è radunata tanta gente: bambini sulle spalle dei padri, vecchi con il cappotto, ragazzi che si spingono per vedere meglio. Parlano a voce bassa. Nessuno dice perché, ma tutti sanno che sta per cominciare.

La piazza, d'un tratto, non sembra più una piazza. Sembra un teatro a cielo aperto, con il buio come sipario.

Poi arrivano le grida.

Prima da lontano, poi sempre più vicine, forte, finché la folla si apre come se qualcuno l'avesse tagliata in due. Dal fumo e dal rumore esce lui.

È l'Uomo Cervo. Gl'Cierv, lo chiamano qui, nella lingua del posto. Ha il corpo coperto di pelli scure, il volto nascosto da una maschera da animale, e sulla testa un grande palco di corna, tutte ramificate, che oscilla a ogni passo. Non cammina come un uomo. Si muove a scatti, si abbassa, si impenna. Per un attimo i bambini smettono di respirare.

Non è uno spettacolo che fa ridere. È un animale selvaggio entrato in mezzo alla gente. E l'inverno, in quel momento, ha la sua faccia.

Con lui c'è un'altra figura, quasi uguale. È la Cerva. Ripete ogni suo gesto, lo insegue, lo imita, gli gira intorno. Insieme sembrano un solo animale diviso in due, e la piazza intera gli fa spazio.

Così comincia la danza. Un passo, un salto, uno sguardo di sfida alla folla. I due cervi corrono tra la gente e la gente indietreggia, ridendo e un po' tremando, come si fa davanti a qualcosa che potrebbe non fermarsi.

Ed ecco apparire Martino.

È tutto bianco, dalla testa ai piedi, e porta in testa un cappello a punta, alto come una candela. In mezzo a quel nero di pelli e di corna, sembra un pezzetto di luce. Martino balla anche lui, una danza tutta sua, come per mettere ordine in tanto disordine. E poi prova a fare quello che nessuno ha ancora osato: fermare i cervi. Si butta tra le corna, tende le braccia, cerca di afferrarli.

Ma non ci riesce. Il Cervo scatta via, la Cerva lo segue, Martino resta con le mani vuote, e di nuovo la folla si ritrae.

Allora entra in scena il popolo. Sono gli abitanti di Castelnuovo, gli stessi che prima guardavano. Prendono le corde. Si stringono attorno agli animali e li legano, finché i cervi, a poco a poco, sono costretti a piegarsi.

Per un momento tutto sembra finito. La forza selvaggia è stata domata. La piazza respira.

E allora, in quel silenzio, si sente una voce.

È l'unica voce di tutto il rito. Tutti gli altri personaggi gridano, ballano, ansimano, ma non parlano. Lei sì: è la Popolana. Si avvicina ai cervi legati e li schernisce. Poi li sfama, dà loro da mangiare.

Ed è proprio quel gesto, strano e crudele insieme, a scatenare tutto. I cervi si ribellano. Si divincolano, si liberano, tornano a correre. Più feroci di prima.

Nessuno ride più. Qualcuno stringe più forte la mano di un bambino, qualcun altro fa un passo indietro verso il muro delle case.

In fondo alla piazza, adesso, si muove un'altra figura. È il Cacciatore. Nessuno sa bene chi sia, né da dove venga. Ha qualcosa di misterioso, di antico. Non corre. Avanza piano.

Alza l'arma. Oggi è un fucile, dicono; nei tempi lontani forse era una lancia, o un arco con le frecce.

Il colpo risuona tra le case, e l'eco rimbalza fino alle montagne.

Il Cervo cade. Poi cade la Cerva. Restano lì, sul selciato, immobili. La folla trattiene il fiato, e il silenzio, per qualche secondo, è più forte di qualsiasi rumore.

Sembra finita. L'inverno è morto.

Il Cacciatore si avvicina ai due corpi. Si china. E soffia nelle loro orecchie. Un soffio solo, leggero, come per chiamare qualcuno da lontano.

Per un istante non accade niente.

Poi il Cervo si muove. Alza la testa, le corna oscillano. La Cerva fa lo stesso. Lentamente, come svegliandosi da un sogno lungo, i due si rialzano. Sono diversi, trasfigurati. Non ci sono più la furia e la sfida di prima. Il caos è stato domato.

È questo il senso, dicono quelli che conoscono il rito. L'inverno non finisce perché qualcuno lo sconfigge: finisce perché muore e poi torna, cambiato, pronto a lasciare il posto alla primavera. È il passaggio delle stagioni, la natura che si rinnova attraverso una morte. L'Associazione che custodisce il rito dice che richiama il significato più antico del Carnevale, un'eco di un mito dionisiaco, e che è anche il tentativo degli uomini di tenere a bada la violenza incontrollata della natura.

La piazza applaude, e per un attimo sembra quasi dispiaciuta di aver avuto paura.

Poi la gente si disperde, nel freddo della sera, nelle strade strette del borgo. Domani sarà un giorno come gli altri. Ma per un'ora Castelnuovo ha ricordato a se stessa una cosa antica: che anche la furia ha un tempo, e che dopo ogni morte, quando c'è qualcuno che soffia nell'orecchio giusto, c'è sempre un risveglio.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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