
Anansi il ragno
Ananse, in lingua akan
per niente paurosa
Anansi è un ragno furbissimo, protagonista di centinaia di storie del popolo Akan del Ghana. All'inizio tutte le storie del mondo appartenevano al dio del cielo, Nyame, che le custodiva gelosamente. Anansi chiese di comprarle, e il dio gli fissò un prezzo impossibile: catturare un pitone, un leopardo, uno sciame di calabroni e una piccola fata del bosco. Con un trucco diverso per ognuno, il piccolo ragno ci riuscì. Da quel giorno le storie sono di tutti, e si chiamano «storie di Anansi».
Lo sai che… le storie di Anansi hanno attraversato l'oceano: in Giamaica e nei Caraibi si raccontano ancora, e lì il ragno è diventato Aunt Nancy o Bre'r Anansi.
La storia
Un tempo, nel mondo, non c'erano storie.
Non è che non ci fossero fatti: ce n'erano tanti. Ma nessuno li raccontava, perché tutte le storie appartenevano a una persona sola, il dio del cielo, Nyame. Le teneva in una grande scatola, in alto, in alto, dove nessuno poteva arrivare. Quando voleva, ne tirava fuori una e se la godeva da solo.
Un giorno Anansi, il ragno, se ne accorse.
Anansi era piccolo, con otto zampe sottili e un'idea di sé molto più grande del corpo. Viveva in un villaggio della foresta con la moglie Aso, e passava il tempo a inventare modi per non lavorare.
«Aso», disse, «voglio quelle storie.»
«Quali storie?»
«Tutte. Quelle di Nyame.»
Aso lo guardò come si guarda un marito che ha appena annunciato di voler comprare la luna. «E come le paghi?»
«Gli faccio un'offerta.»
Anansi si arrampicò lungo il filo più lungo che aveva e arrivò davanti al trono del dio.
«Grande Nyame», disse, inchinandosi, «voglio comprare le tue storie. Dimmi il prezzo.»
Nyame lo guardò dall'alto. Per un po' non parlò. Poi disse: «Molti più grandi di te hanno provato. Nessuno ci è riuscito. Io voglio quattro cose. Il pitone Onini. Il leopardo Osebo. I calabroni Mmoboro. E la fata Mmoatia. Portameli vivi, e le storie saranno tue».
«Solo questo?» disse Anansi, senza battere ciglio.
Tornò giù. Aveva le zampe che tremavano, ma non lo fece vedere.
Aso lo aspettava sulla soglia, con le braccia incrociate. Anansi le raccontò tutto, e lei restò zitta per un bel pezzo. Poi sospirò, come sospirano le mogli che conoscono il marito.
«Il pitone è vanitoso», disse. «Il leopardo ha fretta. I calabroni odiano il bagnato. E la fata… la fata ha un debole per le igname pestato. Non ti dico altro. Sbagliare tocca a te.»
«Aso, sei un tesoro.»
«Sono una moglie. È diverso.»
Per prima cosa tagliò un ramo lungo di palma, e lo portò alla tana del pitone.
Il pitone stava arrotolato al sole, enorme, con gli occhi socchiusi. Anansi si mise a camminare avanti e indietro, parlando da solo. «No, non è possibile», diceva. «No, sono sicuro che è più corto. Che peccato.»
Il pitone sollevò la testa. «Chi è più corto?»
«Oh, niente. Parlavo con mia moglie. Lei sostiene che questo ramo di palma è più lungo di te. Io dico di no, che tu sei più lungo. Ma lei è testarda.»
«Più lungo di me?» Il pitone si offese. «Mettilo qui.»
Anansi mise il ramo per terra. Il pitone si stese accanto, tutto dritto, come una corda tesa. «Vedi? Io sono più lungo.»
«Mmm. Non si vede bene. Se ti legassi la coda e la testa al ramo, saremmo sicuri che non ti muovi.»
Il pitone, orgoglioso, accettò. Anansi lo legò, giro dopo giro, con una corda che aveva portato apposta, e quando ebbe finito prese il ramo con il pitone attaccato e lo trascinò fino ai piedi del dio.
Poi andò dal leopardo.
Qui il ragno scavò una fossa profonda, la coprì di foglie e aspettò. Quando Osebo passò, ci cadde dentro con un tonfo e un ruggito.
«Ma guarda!» disse Anansi, affacciandosi sul bordo. «Povero te. Aspetta, ti aiuto io.»
Piegò un albero giovane, fino a farne un arco, e fece passare la cima a portata della coda del leopardo. «Legati qui, e ti tiro fuori.» Il leopardo, che non vedeva l'ora di uscire, si lasciò legare. Anansi tagliò la corda che teneva giù l'albero: zac! L'albero scattò, il leopardo salì in aria, e rimase appeso a testa in giù, a ringhiare contro il cielo.
Anansi lo portò al dio, e Nyame cominciò a guardarlo con un po' più di attenzione.
I calabroni erano il lavoro più difficile. Anansi riempì una zucca d'acqua e la portò vicino al loro nido. Si bagnò un po' la testa, e cominciò a gridare: «Piove! Piove forte! Ripararsi!».
I calabroni erano arrabbiati, ma non stupidi, e il cielo era grigio. Anansi svuotò un po' d'acqua sul nido, per dare l'idea della pioggia. «Perché non vi mettete nella zucca? È asciutta, è comoda!»
Lo sciame entrò nella zucca ronzando, tutto insieme, dal primo all'ultimo calabrone. Anansi chiuse l'apertura con una foglia e tenne forte. Dentro, il ronzio era un tuono lontano.
Restava la fata.
Mmoatia viveva nel bosco ed era piccola, svelta e scontrosa. Per prenderla, Anansi fece una cosa che nessun ragno aveva mai fatto: scolpì una bambola di legno. La ricoprì di gomma appiccicosa, appoggiò accanto a lei una ciotola di igname pestato, e la mise vicino all'albero dove la fata passava ogni giorno.
La fata arrivò. Vide la bambola e le patate.
«Posso mangiare?» chiese alla bambola. La bambola non rispose. «Posso, ti ho chiesto!» Niente. Mmoatia si arrabbiò e le diede uno schiaffo. La mano rimase attaccata. Con l'altra mano diede un secondo schiaffo, e anche quella restò incollata. Più si agitava, più si attaccava. Anansi scese dall'albero con una risatina.
«Brava, ti sei già presentata», disse. E la portò al dio.
Quando il ragno si inchinò davanti al trono, con il pitone, il leopardo, i calabroni e la fata, per un attimo nel cielo si sentì soltanto il ronzio della zucca.
Nyame non era un dio che si lasciava sorprendere. Ma questa volta sorrise, e chiamò a raccolta tutti i capi del cielo.
«Venite a vedere», disse. «Il piccolo Kwaku Anansi ha fatto quello che i forti non hanno saputo fare. Da oggi le storie sono sue, e si chiameranno per sempre le storie del Ragno.»
Anansi tornò a casa con la scatola sotto un braccio. Quel giorno la aprì sulla soglia, e tutte le storie volarono fuori, una dopo l'altra, in tutte le direzioni.
Alcune finirono nelle capanne, altre nei campi. Una arrivò fino al mare e salì su una nave. Ancora oggi, quando qualcuno comincia a raccontare, c'è una piccola zampa che si muove in un angolo, fra i fili di una ragnatela, e qualcuno giurerebbe che sta ridendo.
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Fonti
- R. S. Rattray, «Akan-Ashanti Folk-Tales» (1930)
