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Atlante dei Miti 0/300
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Una donna con la coda di pesce e un serpente sulle spalle, con uno specchio in mano, sulla riva del mare

spirito delle acquecoste dell'Africa occidentale e centrale · tradizioni africane

Mami Wata

«Mamma Acqua», in inglese pidgin

un po' paurosa

Mami Wata è uno spirito delle acque venerato lungo le coste di molti paesi africani, dalla Nigeria al Congo, e anche nei Caraibi. Viene spesso raffigurata come una donna bellissima con una lunga coda di pesce, a volte con un grosso serpente avvolto intorno alle spalle, e con uno specchio e un pettine. Può portare ricchezza, salute e fortuna a chi la onora, ma è esigente e gelosa. Il suo culto è vivo e ha preso tante forme diverse da un paese all'altro.

Lo sai che… il suo aspetto moderno è stato influenzato anche da una stampa europea di fine Ottocento con un'incantatrice di serpenti, che girò per tutta l'Africa occidentale.

La storia

In un villaggio sulla laguna, dove le case di legno stanno su palafitte e l'acqua è sempre un po' più alta di quello che ci si aspetta, viveva un giovane pescatore.

Era bravo. Conosceva le correnti, il colore del fondale, il modo in cui la luna si sposta sull'acqua. Ma da qualche tempo il suo lavoro non rendeva. Gettava le reti e le tirava su vuote, una volta, due volte, dieci volte. I vicini lo guardavano da lontano, senza dire niente. Sua madre cominciò a cucinare porzioni più piccole.

Una notte, senza luna, uscì da solo con la barca stretta. L'acqua era così calma che la laguna sembrava un pavimento nero. Remò lontano dalle case, fino a dove non si vedeva più nemmeno il fuoco dei vicini. Poi fermò i remi.

Fu allora che sentì il suono.

Piano, sottile, regolare. Shh, shh, shh. Come qualcuno che pettina una chioma lunga con un pettine d'osso. Veniva dall'acqua, a un paio di remate dalla barca.

Il pescatore sporse il collo. Sul pelo dell'acqua galleggiava qualcosa di rotondo e lucido, che prendeva un po' di luce da chissà dove. Si avvicinò. Era uno specchio. Un piccolo specchio con la cornice scura, intatto, asciutto, come se non fosse mai stato nell'acqua. Lo prese in mano.

Dentro non c'era il suo viso.

Dentro c'era una donna.

Sollevò gli occhi. Davanti a lui, a un metro dalla prua, l'acqua si era aperta senza rumore. Una figura saliva dal buio, dritta, lenta, con i capelli lunghissimi che le scendevano sulle spalle e sul petto come una seconda notte. Aveva la pelle chiara e lucente, e il volto più bello che il pescatore avesse mai visto o immaginato. Intorno al collo e alle braccia, vivo e tranquillo, si avvolgeva un grande serpente. Dove il corpo si immergeva nella laguna, non c'erano gambe, ma una lunga coda di pesce, con le scaglie che luccicavano appena.

Non aveva paura di lui. Era lui che tremava.

«Quello è mio», disse la donna. La voce era bassa, piena, con dentro il rumore dell'acqua. «L'hai tenuto in mano. Puoi restituirmelo.»

Il pescatore si accorse che stringeva ancora lo specchio, forte, quasi a farlo suo. Lo porse con tutte e due le mani, la testa bassa.

«Perdona», sussurrò. «Non sapevo.»

La donna prese lo specchio, lo guardò un attimo, e sorrise. Il serpente sulle sue spalle si mosse piano. «Ti perdono. Sei stato educato. È raro.» Poi lo fissò. «Hai le reti vuote da tanto tempo.»

«Sì.»

«Posso riempirle. Posso darti più pesce di quanto la tua barca possa portare. Posso darti una casa che non marcisce e salute per tua madre. Lo do a chi mi onora.» Fece una pausa. «Io sono esigente, pescatore. E sono gelosa. Voglio un posto in casa tua, un angolo pulito dove tenere una stoffa bianca, un pettine, uno specchio, qualcosa di dolce e un profumo. Voglio che nessuno parli male di me. E non voglio che tu mi usi come un attrezzo. Mi si rispetta, o non mi si cerca.»

«Lo farò.»

«Bene. Allora torna a casa.»

Scese nell'acqua, piano, come una luce che si spegne. Il serpente fu l'ultima cosa che il pescatore vide: un anello chiaro che affondava e svaniva.

All'alba, quando gettò le reti, non riuscì a tirarle su da solo.

Passarono i mesi. Il pescatore tenne la parola. In un angolo della stanza cominciò a tenere un piccolo altare: una stoffa candida, un pettine di legno, uno specchio comprato al mercato, una bottiglia di profumo. Ogni sera cambiava il dolce. Sua madre guarì dalla tosse. Il suo pesce arrivava fresco al mercato quando quello degli altri era già finito. Il villaggio lo guardava con sospetto e, dentro, con un po' di invidia.

Fu l'invidia, in fondo, a rovinare tutto.

Un giorno, mentre beveva con gli amici dopo una buona pesca, qualcuno gli chiese: «Dicci la verità. Come fai?». E lui, che aveva bevuto un po', e che aveva sentito per mesi il bisogno di farsi vedere, rispose con una mezza risata: «Ho una donna nell'acqua che lavora per me».

Qualcuno rise. Qualcuno no.

Quella notte, tornando a casa, il pescatore trovò l'altare in disordine. Lo specchio era caduto. Il pettine si era spezzato in due. L'acqua della laguna, che di solito arrivava ai piedi della palafitta, era salita fino alla soglia, e dentro la casa si sentiva, nel buio, il fruscio di un corpo lungo che strisciava.

Il giorno dopo le reti tornarono vuote. Il giorno dopo ancora, una tempesta strappò la sua barca dall'ormeggio e la portò a pezzi sulla riva.

Il pescatore capì. Non ci voleva molto. Prese uno specchio nuovo, un pettine nuovo, la stoffa più bianca che riuscì a trovare. Salì su una barca presa in prestito, andò nel punto della laguna dove l'aveva vista la prima volta, e per tutta la notte restò lì, senza dire una parola, con le mani sull'acqua. Quando le onde si alzarono, non fuggì.

Un'onda più grande delle altre gli passò sopra la testa.

Non sentì dolore. Sentì soltanto di scendere, piano, in un silenzio verde e freddo, e di essere sorretto da qualcosa che non era una mano. Vide luci che non erano di nessun sole. Vide una grande sala di acqua e di perle, e qualcuno che lo guardava dall'alto del suo trono, senza rabbia ma con molta attenzione.

«Hai parlato troppo», disse la voce.

«Sì.»

«Quello che hai avuto, non era tuo. Era un prestito.»

«Lo so.»

Passò un tempo che non si poteva misurare. Quando il pescatore riaprì gli occhi era disteso sulla sabbia, all'alba, con il sole che gli scaldava il viso. Sua madre piangeva accanto a lui. Gli dissero che era sparito per tre giorni.

Non tornò più a pescare come prima. Ma da allora, nel villaggio, ebbe un altro dono: toccava i malati e quelli guarivano, o almeno stavano meglio, e sentiva dentro di sé la voce dell'acqua che gli diceva che cosa fare. Teneva l'altare sempre pulito. E ogni volta che qualcuno, alla sera, gli chiedeva da dove venisse il suo potere, rispondeva piano: «Dal rispetto».

E dalla laguna, alle volte, nelle notti senza luna, arrivava quel suono sottile. Shh, shh, shh. Qualcuno che si pettinava i capelli, sotto l'acqua, e che non aveva nessuna fretta.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • Henry John Drewal, «Mami Wata: Arts for Water Spirits in Africa and Its Diasporas» (2008)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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