
Le Sirene
Seirênes, in greco
paurosa
Le Sirene vivevano su un'isola e cantavano con voci così belle che i marinai, per ascoltarle, puntavano la nave verso gli scogli e non tornavano più. Ulisse voleva sentire quel canto senza morire: fece tappare le orecchie dei suoi compagni con la cera e si fece legare all'albero della nave, ordinando di non scioglierlo qualunque cosa dicesse. Così fu l'unico a sentirle e a salvarsi. Un'altra storia racconta che Orfeo le sconfisse cantando più forte e più bello di loro.
Lo sai che… le Sirene greche erano mezze donne e mezze uccelli; la coda di pesce è arrivata solo nel Medioevo.
La storia
Circe, la maga dai capelli di fuoco, aveva un solo consiglio per Ulisse.
«Dopo la mia isola, dovrai passare davanti alle Sirene», gli disse, mentre il vento gonfiava le vele. «Sono due, ma cantano come cento. Chi le ascolta dimentica la casa, la famiglia, il suo stesso nome. Va verso il canto, e non torna. Su quella spiaggia le ossa degli uomini sono così tante che sembrano un campo di grano secco.»
«E come si fa a passare?» chiese Ulisse.
«Ai tuoi compagni devi tappare le orecchie con la cera. Se invece vuoi ascoltare, fatti legare all'albero della nave, con mani e piedi, e ordina che non ti sciolgano per nessun motivo. Più chiederai di essere liberato, più dovranno stringere i nodi.»
Ulisse annuì.
Lo sapevano tutti, sulle isole greche, che le Sirene esistevano. Non nel modo in cui le disegnano oggi, con la coda di pesce e i capelli lunghi sulle rocce: nei vasi antichi erano donne con le ali e il corpo d'uccello. Nessuno, in Omero, le descrive. Perché chi le aveva viste non era mai tornato a raccontarlo.
Ulisse la ringraziò, e la sera, sulla nave, non parlò con nessuno. Guardava il mare nero e pensava a quel canto che non aveva ancora sentito e già lo spaventava, perché sapeva bene quali sono le cose che un uomo non sa resistere a sentirsi dire.
Passarono tre giorni di mare.
Il quarto giorno, all'alba, il vento si fermò all'improvviso.
I rematori si guardarono senza parlare, con la cera nelle orecchie, e continuarono a remare più forte. Le vele si afflosciarono. Il mare diventò liscio come uno specchio. Non c'era un'onda, non c'era un gabbiano. Soltanto un silenzio pesante, che sembrava ascoltare.
«Ci siamo», disse Ulisse.
Prese una grossa palla di cera d'api e la sciolse al sole. La spezzò in pezzi piccoli e la mise nelle orecchie dei rematori, uno per uno, finché non sentirono più niente. Poi si fece legare all'albero con delle corde robuste, con i polsi dietro la schiena e i piedi alla base. «Non slegatemi», ripeté. «Qualunque cosa dica. Anche se vi supplico. Anche se vi ordino.»
I compagni annuirono, senza sentirlo. Presero i remi.
La nave scivolò in avanti, lentamente. Davanti alla prua si vedeva un'isola verde, coperta di prati e di fiori. Sul prato, in mezzo ai fiori, c'erano ossa. Ossa bianche, pulite, a mucchi, con brandelli di stoffa che il vento muoveva.
E poi, da lontano, arrivò un suono.
Prima era un filo. Poi un fiume. Poi una voce, bellissima, così dolce che per un attimo Ulisse si dimenticò di essere legato. Era la voce di una donna che chiamava. Anzi, di due donne, che si rispondevano a turno.
«Vieni qui, Ulisse, glorioso, fiore degli Achei. Ferma la nave e ascoltaci. Nessuno è passato di qua senza fermarsi ad ascoltare la nostra voce, dolce come il miele, e ripartire più saggio di prima. Noi sappiamo tutto. Sappiamo quello che avete sofferto, a Troia, voi greci e i troiani, per volere degli dèi. Sappiamo tutto quello che succede sulla terra.»
Ulisse si divincolò.
Quella voce lo conosceva. Sapeva il suo nome, sapeva Troia, sapeva i suoi dieci anni di guerra. Gli prometteva quello che gli uomini desiderano di più: sapere. Capire. Avere una risposta a tutte le domande che gli bruciavano dentro, da quando era partito.
«Slegatemi!» gridò ai rematori. «Slegatemi, vi dico! Devo andare da loro!»
I rematori non sentirono. Videro soltanto un uomo che urlava e si dibatteva con il viso trasfigurato, e fecero quello che avevano promesso. Due di loro, Perimede ed Euriloco, si alzarono, e invece di slegarlo, strinsero i nodi ancora di più.
«Slegatemi, maledetti!» Il canto saliva. Ora era dappertutto: nell'aria, sul mare, dentro la testa. «Slegatemi, vi ordino! Vi darò oro! Vi darò navi!»
Il canto gli prometteva i nomi dei compagni morti, il volto di suo padre, il motivo di tutto. Le corde gli tagliavano i polsi. Il sudore gli colava negli occhi. Si sentiva lacerare. Una parte di lui voleva restare. Un'altra, più piccola, ricordava sua moglie, che da vent'anni, ogni sera, accendeva una lampada alla finestra.
E la nave passava.
A poco a poco, la voce si fece più fievole. Poi un filo. Poi un sussurro. Poi il vento tornò a gonfiare le vele, e le onde ripresero a muoversi, e l'isola rimase indietro, piccola come una macchia verde.
Quando fu lontano, Ulisse smise di urlare. Alzò il capo. Fece un cenno con gli occhi, una sola volta, ai suoi compagni. Quelli, finalmente, tolsero la cera dalle orecchie e lo slegarono. Aveva i polsi segnati dalle corde, e le lacrime sul viso.
Era l'unico dei suoi a cui Circe avesse concesso di ascoltare le Sirene, ed era tornato vivo. Per tutto il resto del viaggio, dicono, ogni volta che il vento portava un suono lontano, lui alzava la testa di scatto, e i compagni fingevano di non vedere.
Alcune storie dicono che le Sirene, vedendo che qualcuno era sfuggito al loro canto, si gettarono in mare per la vergogna. Altre raccontano che Orfeo, sulla nave degli Argonauti, le superò con la sua lira, cantando più bello di loro. Nessuno può saperlo.
Ma una cosa è certa: il loro canto non era un incantesimo cattivo, non nel modo in cui lo pensiamo. Non prometteva ricchezze, né amore, né potere. Prometteva la cosa più pericolosa di tutte: tutta la verità.
E gli uomini, quando sentono la parola «tutto», non resistono.
Per questo, dicono i vecchi marinai, non bisogna mai ascoltare chi promette di dirti tutto.
Soprattutto se lo canta bene.
Nei percorsi
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Fonti
- Omero, «Odissea», libro XII
- Apollonio Rodio, «Argonautiche», libro IV
