
Anubi
Anpu, in egizio antico
un po' paurosa
Il dio dalla testa di sciacallo che proteggeva le tombe e accompagnava i defunti nell'aldilà. Nella «pesatura del cuore» metteva il cuore del morto su una bilancia, contro la piuma di Maat, la dea della giustizia: se il cuore era leggero, la persona poteva continuare il viaggio. Era anche il dio che sapeva preparare le mummie. Si diceva che fosse stato lui a fasciare per primo il corpo di Osiride; secondo Plutarco era figlio di Osiride e di Neftide, e aiutò Iside a cercarlo.
Lo sai che… gli Egizi lo immaginavano come uno sciacallo perché questi animali si aggiravano vicino ai cimiteri nel deserto.
La storia
Al margine della valle del Nilo, dove finiscono i campi e comincia il deserto, di notte camminano gli sciacalli.
Si muovono fra le tombe, senza fare rumore: sagome magre, con le orecchie dritte e gli occhi che brillano. Gli Egizi li vedevano ogni sera, e non li scacciavano. Pensavano che avessero un motivo per stare lì.
Uno di loro, dicevano, non era un animale. Si chiamava Anubi, e la sua testa nera, con le orecchie a punta, era dipinta sulle pareti di ogni tomba. Era il dio che accompagnava i morti. Ed è la sua storia che ora comincia, con un uomo che si chiamava Ani.
Ani era uno scriba, a Tebe. Aveva passato la vita a scrivere conti, a contare sacchi di grano, a tenere in ordine i numeri degli altri. Non era né ricco né potente. Aveva una moglie, Tutu, e la gente lo salutava per strada. Un giorno morì, come tutti, e la famiglia fece quello che si faceva per i morti.
Per molti giorni i sacerdoti lavorarono attorno al suo corpo, in silenzio, con oli e spezie che profumavano di resina. Il suo corpo fu lavato, curato, avvolto in lunghe bende di lino. Si diceva che Anubi avesse fatto così per primo, con il corpo di Osiride, e che da allora ogni morto andasse fasciato nello stesso modo, perché potesse presentarsi intero al viaggio. Gli misero accanto un papiro con le formule da dire. Era il Libro dei Morti, e Ani l'aveva voluto per sé.
Poi la tomba si chiuse, e per Ani cominciò la strada.
Non era una strada come le altre. Era buia, senza muri e senza orizzonte. Si camminava a lungo, attraverso porte che bisognava saper nominare, e luoghi dove abitavano creature senza nome. Dietro di lui, a ogni passo, l'ultima luce della tomba si faceva più piccola, finché non rimase soltanto il buio. Ani conosceva le formule e le ripeteva, a bassa voce, come un bambino che ripassa la lezione. Il cuore gli batteva forte.
All'improvviso, davanti a lui, si aprì una sala.
Era immensa, fredda. Si chiamava la Sala delle Due Verità. Lungo le pareti erano seduti quarantadue giudici, immobili, ciascuno con il suo nome e il suo compito. Nessuno parlò. I giudici avevano nomi che sembravano rumori e facce che non si lasciavano leggere. Ani avanzò al centro, con Tutu accanto, e si fermò.
«Non ho rubato» disse. La voce gli tremò, e il suono si perse nel soffitto altissimo. «Non ho mentito. Non ho fatto piangere nessuno.»
Quarantadue volte ripeté quelle parole, una per giudice. Gli sembrava di non finire mai. In fondo alla sala c'era una bilancia.
Accanto alla bilancia, in piedi, c'era uno sciacallo.
Era alto, nero, con gli occhi di ambra, e non si mosse. Aveva la testa dello sciacallo e il corpo di un uomo, e stava così fermo che sembrava dipinto sul muro. Ani non l'aveva mai visto, eppure lo riconobbe. Quando fu abbastanza vicino, lo sciacallo tese una mano d'uomo e lo prese per un polso, con delicatezza, come si prende un bambino che ha paura.
«Vieni» disse Anubi.
Lo condusse fino ai piatti della bilancia. Su uno dei due, nella luce incerta, Ani vide una piuma bianca, leggera come un respiro: era la piuma di Maat, la dea dell'ordine e della giustizia. Sull'altro piatto non c'era niente.
«Dammi il tuo cuore» disse Anubi.
Era il cuore di Ani: il posto dove, per gli Egizi, abitavano la memoria, i pensieri, tutto il bene e tutto il male fatto in vita. Anubi, che conosceva ogni cuore di ogni morto, lo prese con mani ferme e lo posò sul piatto vuoto.
Il piatto oscillò.
Ani non respirava più, e nella sala non si sentiva nemmeno il fruscio di una veste. Pensò a tutto quello che aveva fatto. Una bugia, da ragazzo. Una moneta tenuta di troppo, una volta, per non dire che l'aveva trovata. Una parola dura detta a Tutu, e mai rimangiata del tutto. Il cuore gli parve pesantissimo. Le formule gli si confusero in testa. «Cuore mio» pensò, «non parlare contro di me.»
Di fianco, accucciato in un angolo d'ombra, c'era qualcos'altro. Un essere con la testa di coccodrillo, il corpo di leone e le zampe da ippopotamo, che non staccava gli occhi dalla bilancia. Si chiamava Ammit. Aspettava i cuori che pesavano troppo. Non era un giudice: era soltanto un appetito, e aspettava in silenzio, come aspetta chi non ha fretta perché sa che prima o poi ci sarà qualcosa da mangiare.
Accanto a lui, il dio Thot, con la testa di ibis, teneva la penna sospesa sopra il papiro, pronto a scrivere.
Il piatto con il cuore salì. Scese. Salì un'altra volta, più piano. Poi si fermò.
Il cuore e la piuma erano alla stessa altezza.
Nessuno disse niente. Thot scrisse, una riga sola. Ammit abbassò la testa, e per un momento sembrò quasi deluso. Anubi tolse il cuore dal piatto, lo restituì ad Ani, e fece un cenno con il capo, appena, come per dire che andava bene.
Ani sentì che le gambe non lo reggevano più.
Poi un giovane dio con la testa di falco, Horus, gli venne incontro e lo prese per mano. Lo condusse oltre le bilance, oltre i giudici, fino a un trono dove sedeva un re con la pelle verde, avvolto in fasce: Osiride. Dietro di lui, due donne in piedi.
Anubi non seguì. Il suo compito era finito.
Tornò verso l'ombra, dove la sala si apriva sul buio, e di lì, per la strada di sabbia, nel deserto. E ancora oggi, dicono, quando di notte passa uno sciacallo fra le tombe, in silenzio, con il muso basso e le orecchie dritte, nessuno lo scaccia.
Potrebbe stare riportando qualcuno a casa.
Parenti nel mondo
Nella storia vera
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Fonti
- «Libro dei Morti», papiro di Ani (circa 1250 a.C.)
