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Un giovane dio con il cappello e i sandali alati che vola veloce con un bastone in mano

messaggero degli dèiMonte Cillene, Arcadia · mitologia greca

Ermes

Hermês, in greco antico

per niente paurosa

Ermes è il messaggero degli dèi, velocissimo grazie ai sandali d'oro, immortali, che lo portano sul mare e sulla terra. È ladro di mandrie, spia della notte e custode delle porte, perché è il più furbo di tutti. Il giorno stesso in cui nacque, racconta un antico inno, sgattaiolò fuori dalla culla, rubò le mucche di suo fratellastro Apollo e inventò la lira con il guscio di una tartaruga. Per fare pace, regalò la lira ad Apollo. Ermes è anche l'unico messaggero che va fino ad Ade.

Lo sai che… nell'inno antico Apollo gli regala uno scettro d'oro, lo scettro «della ricchezza».

La storia

La mattina in cui nacque, Ermes era già stufo della culla.

Nacque all'alba, in una grotta del monte Cillene, in Arcadia. Sua madre era Maia, una ninfa dalle belle trecce che viveva nascosta nell'ombra. Suo padre era Zeus, che andava a trovarla di notte, quando gli altri dèi dormivano. A mezzogiorno il bambino sapeva già suonare. La sera aveva già rubato.

Ecco com'è andata.

Appena si resse in piedi, uscì dalla grotta e trovò sulla soglia una tartaruga che brucava l'erba. Sorrise. «Che bell'incontro», disse. «Salve, tu che danzi e hai la casa sulle spalle! Vieni dentro, ti conviene.»

La portò nella grotta, la svuotò, tagliò due canne, tese sul guscio una pelle di bue, aggiunse due bracci e una traversa e sette corde di budello di pecora. Ci passò sopra il dito. Il suono uscì chiaro, e il bambino ci cantò sopra: cantò di Zeus e di Maia, e della grotta dove si erano incontrati, e di sé stesso, del suo nome. Era la prima lira del mondo.

La nascose nella culla. Aveva appena inventato la musica e già gli veniva fame, una fame di carne. Così pensò alle mucche di suo fratello Apollo.

Il sole tramontava quando arrivò in Pieria, dove pascolavano le mandrie di Apollo. Ne scelse cinquanta e le spinse via. Per confondere le tracce le fece camminare all'indietro, così che le orme sembrassero dirette dall'altra parte, e a sé stesso legò ai piedi dei sandali strani, di rami di tamerice e di mirto. Chi li avesse visti nel fango non avrebbe saputo dire che bestia li avesse lasciati.

A Onchestos incontrò un vecchio che zappava la sua vigna. «Vecchio», disse il bambino, «quando queste viti saranno cariche di grappoli avrai tanto vino. Ma tu hai visto, e non hai visto. Hai sentito, e non hai sentito. Tieni la bocca chiusa, se non vuoi guai.»

Il vecchio lo guardò, senza capire. Poi tornò alla sua vigna.

Verso sera Ermes portò le mucche in una stalla, vicino al fiume Alfeo, e fece una cosa che nessuno aveva mai fatto: strofinò un bastone di alloro su un altro pezzo di legno, e ne uscì il fuoco. Era il primo. Con quel fuoco arrostì due mucche, e divise la carne in dodici parti, come per i dodici dèi.

Era affamatissimo, ma non mangiò. Un dio non mangia la carne dei sacrifici, per quanto la desideri, e quella fumava nell'aria della sera con un profumo che lo faceva soffrire. Nascose tutto nella stalla, spense il fuoco, coprì le braci di polvere e gettò i sandali nel fiume. Poi andò via.

All'alba era di nuovo a Cillene. Entrò nella grotta passando dal buco della serratura, leggero come una brezza d'autunno, si infilò nella culla e si avvolse nelle fasce, con la lira sotto il braccio. Sembrava un neonato come tutti gli altri.

Ma Maia non era stupida.

«Dove sei stato, furbacchione?» sussurrò. «Apollo verrà a legarti con catene che non si spezzano.»

«Mamma, perché mi tratti da bambino?» rispose lui. «Io voglio onori, non una grotta. Se mio padre non me li dà, diventerò il capo dei ladri. E se Apollo viene qui, gli farò di peggio: entrerò a Delfi e gli porterò via tripodi, vesti e oro.»

Apollo arrivò quello stesso giorno. Aveva interrogato il vecchio nella vigna, che aveva sospirato: «Ho visto un bambino che spingeva delle mucche all'indietro. Ma non ti dico altro». Gli bastò. Entrò nella grotta con passo pesante, e Ermes si fece più piccolo che poteva, come un neonato che dorme beato.

«Bambino nella culla», disse Apollo, «dimmi dove sono le mie mucche, subito, o ti butto nel Tartaro, e né tua madre né tuo padre ti tireranno fuori.»

«Figlio di Leto, che parole dure!» Ermes spalancò gli occhi, innocente. «Sei venuto qui a cercare mucche? Non le ho viste né sentite. Sono nato ieri. I miei piedi sono teneri e la terra è dura. Io so solo dormire, bere il latte e fare il bagno caldo. Giuro sulla testa di mio padre: non ho rubato niente e non ho visto nessuno che l'abbia fatto.»

Gli occhi gli brillavano, e fischiò come se la cosa lo divertisse. Apollo rise piano.

«Piccolo imbroglione», disse. «Scommetto che un giorno entrerai nelle case dei ricchi.» E lo prese in braccio per portarlo da Zeus.

In braccio ad Apollo, Ermes fece uno starnuto, e subito dopo una cosa ancora più rumorosa. Apollo, infastidito, lo lasciò cadere.

Lassù, sull'Olimpo, Zeus ascoltò tutti e due. Il neonato giurava di non sapere niente, Apollo urlava, e il padre degli dèi non riusciva a smettere di ridere. Alla fine disse: «Andate a cercare le mucche, e che Ermes faccia vedere dove le ha messe».

Ermes ubbidì. Quando arrivarono al fiume Alfeo, Apollo vide le pelli delle due mucche stese su una roccia e restò a bocca aperta: come aveva fatto un bambino a scuoiare due mucche? Ermes non rispose. Prese la lira e cominciò a suonare.

Apollo ascoltò. La musica gli entrò nel petto e non lo lasciò più. «Dove hai imparato?» domandò. «Questa è una cosa che dà gioia. Ti dico una cosa: sarai famoso fra gli immortali, se me la dai.»

Ermes gliela diede, e Apollo, in cambio, gli regalò una frusta d'oro da pastore e gli affidò le mandrie. Gli diede anche un bastone d'oro, il bastone della ricchezza. Giurarono di essere amici: Ermes promise di non toccare mai più le cose di Apollo, e Apollo promise di non tradirlo.

Da quel giorno Ermes fu anche il messaggero che scende fino ad Ade, dai morti. Ma l'Inno dice un'altra cosa, che è meglio non dimenticare.

Ermes aiuta poco, dice. In compenso, tutta la notte, inganna senza sosta le tribù degli uomini.

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Fonti

  • «Inno omerico a Ermes»
  • Omero, «Odissea», libro V
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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