Vai al contenuto
Atlante dei Miti 0/300
IT
Una dea dai capelli lunghi in piedi su una grande conchiglia sul mare, con petali di rosa nel vento

dea dell'amoreCipro e Citera · mitologia greca

Afrodite

Aphrodítē, in greco antico

per niente paurosa

Afrodite è la dea dell'amore e della bellezza. Secondo il poeta Esiodo nacque dalla schiuma del mare e approdò sull'isola di Cipro; secondo Omero era invece figlia di Zeus. Secondo Esiodo, l'erba cresceva sotto i suoi piedi. Fu lei, in un certo senso, a causare la guerra di Troia: secondo autori più tardi, per vincere una gara di bellezza promise al principe Paride la donna più bella del mondo, Elena, che però era già sposata con il re di Sparta. I Romani la chiamavano Venere.

Lo sai che… molti secoli dopo, il pittore Botticelli la dipinse nella «Nascita di Venere», agli Uffizi di Firenze, mentre arriva sul mare in piedi su una conchiglia.

La storia

Prima ancora di avere un nome, Afrodite era schiuma.

Lo racconta Esiodo. Quando Crono tolse il potere a suo padre Urano, ciò che restò di quel dio cadde in mare, e per molto tempo le onde lo portarono di qua e di là. Intorno a lui si formò una schiuma bianca, e dalla schiuma nacque una ragazza.

Toccò prima Citera, poi arrivò a Cipro. Dove camminava, sotto i suoi piedi leggeri, l'erba cresceva. Gli dèi la chiamarono Afrodite, «nata dalla schiuma», e la seguivano Eros, l'amore, e il Desiderio. A lei toccarono i sussurri delle ragazze, i sorrisi, gli inganni, il piacere dolce e la tenerezza.

Omero, invece, la dice figlia di Zeus e della dea Dione. Una dea con due nascite: forse per questo non sta mai ferma.

Con lei, una guerra non è mai soltanto una guerra. A Troia, per esempio.

Dieci anni di assedio. Un giorno si decide di far finire tutto con un duello: Menelao, marito di Elena, contro Paride, il principe troiano che l'aveva portata via. Si dice che Afrodite gli avesse promesso la donna più bella del mondo, ma Omero qui non lo racconta.

Il duello andò male per Paride. Menelao lo afferrò per l'elmo e lo trascinò verso i Greci, e la correggia sotto il mento lo stringeva alla gola. Paride stava per soffocare.

Allora la correggia si spezzò. L'elmo rimase vuoto nella mano di Menelao. Afrodite, per la quale era un gioco, aveva portato via Paride in una nuvola di nebbia e lo aveva posato nella sua camera profumata.

Poi andò a cercare Elena. La trovò in alto, sulle mura, fra le donne troiane, che guardava verso la pianura senza sapere se sperare di vincere o di perdere. Da lì aveva visto tutto, il duello e la nebbia.

Afrodite si era travestita da una vecchia che filava la lana, una che Elena conosceva dai tempi di Sparta. Le tirò il lembo della veste. «Vieni, Paride ti chiama. È a casa, nel suo letto, bello nelle vesti. Diresti che torna da una danza, non da un duello.»

Elena sentì il cuore agitarsi. Poi guardò meglio quella vecchia: riconobbe il collo, il petto, gli occhi lucenti.

«Cosa vuoi da me?» disse. «Vuoi portarmi ancora più lontano? Menelao ha vinto, e mi riporterà a casa. Vai tu da Paride. Siediti accanto a lui, lascia perdere il cielo, e preoccupati di lui finché non ti fa sua moglie, o sua schiava. Io non ci vado. Sarebbe una vergogna, e le donne di Troia mi disprezzerebbero. Ho già troppi dolori.»

Afrodite si adirò. «Non farmi arrabbiare, ostinata. Posso lasciarti, e odiarti quanto ora ti ho amata, e mettere un odio terribile fra Troiani e Greci. E tu morirai di una brutta morte.»

Elena ebbe paura. Si avvolse nel velo bianco e la seguì in silenzio, senza che nessuna delle donne la notasse. Nella stanza la dea, sorridendo, le portò una sedia e la mise di fronte a Paride. Elena si sedette e guardò altrove.

«Sei tornato dalla battaglia», disse. «Avrei voluto che fossi morto là.»

«Non rimproverarmi», rispose Paride. «Oggi ha vinto Menelao con l'aiuto di Atena. Un'altra volta vincerò io. Vieni a letto, e basta guerra. Non ho mai desiderato nessuno come adesso.»

Intanto, nel campo, Menelao andava avanti e indietro come una belva, a cercare Paride. Nessuno riusciva a trovarlo. Del resto, dice Omero, tutti lo odiavano come la morte, e nessuno l'avrebbe nascosto.

Più avanti, nella battaglia, la dea si trovò in un guaio più serio.

Il greco Diomede aveva ferito Enea, il troiano, il figlio che Afrodite amava più di tutti. La dea lo coprì con le sue braccia bianche e con il lembo della veste per portarlo via. Diomede la vide. Atena stessa gli aveva detto, quel giorno, che contro gli altri dèi non doveva alzare la lancia, ma che se vedeva Afrodite in battaglia poteva ferirla. Sapeva che non era una dea guerriera come Atena. Corse, e con la lancia le graffiò il palmo della mano attraverso la veste tessuta dalle Grazie.

Dal taglio uscì un liquido chiaro e lucente. Non era sangue: gli dèi non mangiano pane e non bevono vino, e per questo non hanno sangue come noi, e sono immortali. Si chiama icore.

Afrodite lanciò un grido e lasciò cadere suo figlio. Apollo lo prese e lo avvolse in una nuvola scura.

«Lascia la guerra, figlia di Zeus!» gridò Diomede. «Non ti basta ingannare le donne deboli? Se torni in battaglia, tremerai soltanto a sentirne il nome.»

La dea gemeva, e la sua pelle si era fatta scura. Iride la prese per mano e la portò fuori dalla mischia, a sinistra, dove Ares sedeva col suo carro. Afrodite cadde in ginocchio. «Fratello, dammi i tuoi cavalli. Voglio tornare all'Olimpo. Mi ha ferito un mortale, Diomede, che combatterebbe perfino contro Zeus.»

Ares glieli diede. Sull'Olimpo Afrodite cadde fra le braccia di sua madre Dione. «Chi ti ha fatto questo?» chiese la madre. «Come se avessi fatto del male davanti a tutti.» Afrodite raccontò di Diomede. «Sopporta, figlia mia, anche se ti fa male», disse Dione. «Molti di noi, dall'Olimpo, hanno sofferto per colpa degli uomini.» Poi, con le due mani, asciugò l'icore dal polso, e la ferita si richiuse, e il dolore passò.

Atena ed Era, dall'altra parte, la guardavano ridacchiando. «Padre Zeus», disse Atena, «Afrodite ha convinto qualche donna greca a seguire i Troiani, e mentre la accarezzava si è graffiata la mano su uno spillone d'oro.»

Zeus sorrise. Chiamò a sé Afrodite.

«Figlia mia», disse, «non sono per te le opere della guerra. Pensa alle belle opere dei matrimoni. Alla guerra pensino il veloce Ares e Atena.»

Afrodite non rispose. Si rimise a sedere vicino a sua madre, con la mano guarita, e per quel giorno la guerra non la riguardò più.

Ascolta / Leggi anche

  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Esiodo, «Teogonia»
  • Omero, «Iliade», libri III e V
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music