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Atlante dei Miti 0/300
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Una dea con una stella a otto punte e un leone accanto, davanti a una porta di mattoni blu

dea dell'amore e della guerraUruk · mitologia mesopotamica

Inanna (Ishtar)

Inanna in sumerico, Ishtar in accadico

un po' paurosa

Inanna, che i Babilonesi chiamavano Ishtar, era la dea dell'amore, della guerra e della stella del mattino e della sera. Il suo mito più famoso è la discesa negli Inferi: per entrare nel regno della sorella Ereshkigal dovette passare sette porte, e a ogni porta le tolsero un gioiello o un abito, finché arrivò senza niente. Ereshkigal la guardò con lo sguardo di morte e la lasciò prigioniera, appesa a un gancio come un cadavere. Solo grazie all'aiuto del dio Enki riuscì a tornare, ma dovette lasciare qualcuno al suo posto.

Lo sai che… la splendida Porta di Ishtar di Babilonia, ricoperta di mattoni blu con draghi e tori, oggi si trova in un museo di Berlino.

La storia

Inanna, regina del cielo, aveva tutto. E volle di più.

Aveva una città, Uruk, e un tempio grande, e una corona. Ma una notte volse lo sguardo verso il basso, verso il regno che stava sotto la terra, dove regnava la sorella Ereshkigal. Era il luogo da cui non si tornava. Eppure Inanna decise di andarci.

Chiamò la sua fidata ministra, Ninshubur, e le diede degli ordini.

«Se fra tre giorni e tre notti non sarò tornata, prendi il lutto per me. Batti il tamburo nelle rovine, strappati le vesti, graffiati il volto. Va' al tempio di Enlil, il padre degli dèi, e implora il suo aiuto. Se rifiuta, va' da Nanna. Se rifiuta anche lui, va' da Enki, il dio dell'acqua e dell'astuzia. Lui sa come si fa tornare chi non può tornare.»

Poi si mise addosso tutto ciò che aveva di più bello. La corona alta sul capo. Le perline di lapislazzuli al collo. La doppia collana. Il pettorale. L'anello d'oro al dito. Il bastone di lapislazzuli. E sopra tutto la veste reale.

Scese. A ogni passo la luce si faceva più bassa e l'aria più fredda.

Arrivò alla prima porta e batté.

«Chi è?» chiese una voce. Era Neti, il guardiano.

«Sono Inanna, regina del cielo.»

«E che cosa cerchi, regina del cielo, nel paese da cui nessuno torna?»

«Sono venuta per il funerale di mio cognato, il Toro del Cielo.» Era una scusa, e forse Ereshkigal lo capì.

Neti andò dalla padrona. «C'è una donna alle tue porte, e porta con sé tutta la luce del cielo.»

Ereshkigal si morse il labbro, impallidì, ma disse: «Lascia che entri. Ma ad ogni porta, spogliala. Così vuole la legge del mondo di sotto».

Il guardiano tornò e aprì la prima porta. Disse: «Entra, Inanna. Ma lascia qui la corona».

«Perché?»

«Taci, Inanna. Le leggi del mondo di sotto sono perfette. Non si discutono.»

Inanna si tolse la corona e la lasciò sulla soglia.

Passò la seconda porta. Le tolsero le perline di lapislazzuli. Alla terza, la doppia collana. Alla quarta, il pettorale. Alla quinta, l'anello d'oro. Alla sesta, il bastone di lapislazzuli. A ogni porta, Inanna chiedeva perché, e a ogni porta la risposta era la stessa: «Taci, Inanna. Le leggi del mondo di sotto non si discutono».

Alla settima porta le tolsero la veste.

Inanna entrò nel salone del trono senza niente. Era sola, senza più niente di ciò che la faceva regina, e il silenzio era così profondo che si sentiva il suono del proprio respiro.

Sul trono sedeva Ereshkigal. Intorno a lei, i sette giudici degli Inferi, gli Anunna, in ginocchio. Ereshkigal alzò lo sguardo.

Era lo sguardo della morte. Inanna lo sentì sul volto come un colpo di vento gelido. Le gambe si piegarono. La voce le si spense in gola. Il corpo si afflosciò, diventò grigio, e cadde a terra come un sacco vuoto.

Gli Anunna lo sollevarono e lo appesero a un gancio nel muro, come un panno.

In cielo passarono i tre giorni e le tre notti.

Ninshubur, la fedele, fece tutto quello che le era stato detto: batté il tamburo fra le rovine e prese il lutto. Andò al tempio di Enlil, che non volle ascoltarla: «Lei ha voluto il mondo di sotto, e il mondo di sotto la tiene». Andò da Nanna, che le rispose lo stesso.

Andò da Enki.

Enki la ascoltò in silenzio. Poi fece una cosa che nessun altro dio avrebbe fatto. Si raschiò un po' di sporco da sotto le unghie, e con quello fece due piccoli esseri, né maschi né femmine, che non avevano bisogno di nulla. Diede a uno il cibo della vita e all'altro l'acqua della vita.

«Scendete nel mondo di sotto», disse. «Passate le porte come mosche. Quando troverete la regina, la vedrete in pena: sta gemendo, come una donna che partorisce. Gemete con lei. Dite: Ah, il tuo cuore! Se vi ringrazia e vi offre un dono, non prendete niente. Chiedete il corpo appeso al gancio.»

Così fecero. Ereshkigal gemeva nel buio: «Ah, il mio ventre! Ah, il mio cuore!». I due esseri risposero con la stessa voce: «Ah, il tuo ventre! Ah, il tuo cuore!». Nessuno l'aveva mai ascoltata così, e la regina si sentì capita.

«Chi siete?» chiese. «Vi darò quello che volete: l'acqua del fiume, il grano dei campi.»

«Non vogliamo l'acqua né il grano», dissero. «Vogliamo il corpo appeso.»

Ereshkigal esitò un lungo istante. Poi accettò.

Sul cadavere sparsero il cibo e l'acqua della vita, e Inanna aprì gli occhi.

Ma c'era una regola. Nessuno risale dal mondo di sotto senza lasciare qualcuno al suo posto. Così, mentre Inanna saliva le sette porte e riprendeva ad ogni porta i suoi ornamenti, una schiera di demoni, i galla, la seguiva a un passo di distanza, grigi e silenziosi, pronti a portare giù chiunque lei avesse indicato.

Giunsero davanti alla sua casa, e il primo che incontrarono fu Ninshubur, vestita di stracci, prostrata a terra. I galla dissero: «Prendiamo lei».

«No!» disse Inanna. «Ha fatto di tutto per me. Non la darò.»

Incontrarono poi Shara e Lulal, altri due dèi vestiti di lutto, e di nuovo Inanna rifiutò.

Alla fine arrivarono nel suo giardino, a Uruk. Sotto un albero, seduto sul trono, vestito con abiti splendidi, c'era il suo sposo, Dumuzi. Non piangeva. Non portava il lutto. Rideva e beveva, come se nulla fosse successo.

Inanna lo guardò.

Era lo stesso sguardo di Ereshkigal.

«Prendetelo», disse.

Dumuzi gridò, fuggì, pregò il dio del sole di trasformarlo, e riuscì a scappare per un po'. Ma i galla lo ritrovarono. E Inanna, quando lo vide portare via, sentì una cosa che non aveva mai provato: un dolore che non sapeva da dove venisse.

Le copie del poema sono rovinate, e l'ultima parte si legge male. Ma sembra che a quel punto la sorella di Dumuzi, Geshtinanna, si offrisse di prendere il suo posto per metà dell'anno. Così che lui scendesse in basso per una parte, e per un'altra tornasse a respirare.

Così finisce il poema: con una porta che si apre in una direzione e si richiude nell'altra, e con la dea che ha imparato, a caro prezzo, che nel regno dei morti anche il cielo deve lasciare qualcosa.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «La discesa di Inanna agli Inferi» (testo sumerico, inizio II millennio a.C.)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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