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Un dio con un arco e una rete che affronta un enorme drago marino tra le onde e i venti

la creazioneBabilonia · mitologia mesopotamica

Marduk e Tiamat

dal poema «Enuma Elish»

paurosa

Il poema babilonese della creazione si apre con due acque mescolate: Apsu, l'acqua dolce, e Tiamat, l'acqua salata del mare. Da loro nacquero gli dèi, ma erano così rumorosi che scoppiò una guerra. Tiamat creò un esercito di mostri e nessuno degli dèi osava affrontarla, tranne il giovane Marduk, che chiese in cambio di diventare il loro re. Con una rete e i venti sconfisse Tiamat, e con il suo corpo costruì il mondo: con una metà fece la volta del cielo, e dal resto del corpo nacquero montagne, fiumi e il resto del mondo.

Lo sai che… il poema «Enuma Elish» prende il nome dalle sue prime parole, che vogliono dire «Quando in alto»: secondo testi rituali più tardi, veniva recitato a Babilonia per la festa del Capodanno.

La storia

All'inizio non c'era niente. Solo l'acqua.

Non c'erano cielo, né terra, né nomi. C'erano due acque che si mescolavano nel buio: Apsu, l'acqua dolce, e Tiamat, l'acqua salata, il mare nero e profondo. Da loro, a poco a poco, nacquero gli dèi.

Erano giovani, e pieni di vita. Correvano, giocavano, litigavano, sbattevano le porte e facevano un frastuono che attraversava tutto il silenzio dell'acqua. Per Apsu, che era vecchio e voleva solo dormire, quel rumore era diventato insopportabile.

«Non riesco a riposare né di giorno né di notte», disse a Tiamat. «Voglio distruggerli. Così potrò dormire.»

Tiamat si indignò. «Distruggere i nostri figli? E per cosa? Per un po' di baccano? Hanno sbagliato, è vero, ma si può avere pazienza.»

Ma Mummu, il consigliere di Apsu, lo incitò: «Fallo. Ti darà pace».

Gli dèi lo seppero, e un silenzio di paura scese su di loro. Il più astuto, Ea, non perse tempo. Pronunciò un incantesimo, sottile come il sussurro dell'acqua sulla sabbia, e Apsu si addormentò, di un sonno da cui non si svegliò più. Sopra il suo corpo Ea costruì la sua casa.

In quella casa nacque suo figlio, Marduk.

Era diverso da tutti. Aveva quattro occhi e quattro orecchie, e quando muoveva le labbra dalla sua bocca usciva il fuoco. Era alto e forte e splendente, e gli dèi lo guardavano con timore. Suo nonno Anu gli diede quattro venti per giocare, e Marduk li lanciava sulle onde, le agitava, le faceva girare in mulinelli.

Ma quel gioco svegliò chi non doveva.

Tiamat, che dormiva ancora nel fondo, si sentì scuotere. Gli altri dèi, che non avevano mai perdonato la morte di Apsu, si avvicinarono a lei: «Hai perso tuo marito, e non fai niente. Noi non riusciamo a riposare, il tuo mare ci sbatte da una parte all'altra».

Tiamat allora decise.

Fece nascere dei mostri. Serpenti con il veleno al posto del sangue. Un drago con la coda lunga come una barca. Uomini-scorpione, uomini-pesce, uomini-toro, creature che nessuno aveva mai visto. Li caricò di fulmini e di terrore, e li chiamò dèi. Come capo scelse Qingu, e gli appese al collo la Tavola dei Destini, che diceva a chi comandava il mondo.

L'esercito era pronto. Il mare ribolliva, e le onde battevano contro il buio come pugni.

Gli dèi si riunirono in assemblea. Ea andò per primo davanti a Tiamat, e tornò senza parole. Anche Anu ci provò: ma quando la vide, nel suo mare di serpenti, impallidì e tornò indietro. Nel silenzio che seguì, nessuno osò più proporsi.

Allora Marduk si alzò.

«Io andrò», disse. «Ma ad una condizione. Se uccido Tiamat e vi salvo, la mia parola sarà legge. Il mio comando non si discute.»

Gli dèi esitarono. Erano spaventati, e lui lo sapeva. Poi accettarono. Fecero un banchetto e, per metterlo alla prova, davanti a Marduk fecero comparire un manto. «Fallo sparire», dissero. Marduk parlò, e il manto scomparve. «Ora fallo tornare.» Marduk parlò, e tornò. Il suo comando era vero.

Marduk si preparò. Prese l'arco, la mazza, il fulmine. Si fece una rete e la tenne aperta ai quattro angoli, perché nessuno potesse sfuggire. Chiamò a raccolta i sette venti e un vento malvagio e potente, il più feroce di tutti. Salì sul suo carro, trainato da quattro cavalli dai denti avvelenati, e andò incontro a Tiamat.

Il mare si fermò.

Per un lungo istante non si sentì più nulla. Solo il rumore dell'acqua che s'ingrossa. Marduk e Tiamat si guardarono da lontano, uno di fronte all'altra, come due montagne.

«Chi sei, per venire fin qui con tanta fretta?» ruggì lei.

«Hai armato un esercito contro i tuoi stessi figli», disse Marduk. «Hai dato il comando a uno che non lo merita. Vieni avanti. Combattiamo tu e io, da soli.»

Tiamat gridò, come una furia, e cominciò a recitare le sue formule di incantesimo, con una voce che faceva tremare le onde. Marduk non rispose. Lanciò la rete.

Tiamat spalancò la bocca per divorarlo, ma la rete la avvolse, e nello stesso momento Marduk gonfiò il vento malvagio dentro la sua gola. Non riuscì più a chiudere le fauci. Il vento le gonfiò il ventre. Marduk prese l'arco e incoccò la freccia.

La freccia le attraversò il cuore.

Il mare tacque.

Marduk legò i mostri che erano rimasti, e quelli che un attimo prima ruggivano si accucciarono uno contro l'altro come cani sotto la pioggia. Strappò a Qingu la Tavola dei Destini e se la appese al petto. Poi tornò dal corpo immenso di Tiamat, lo guardò a lungo, e lo divise a metà, come si apre una conchiglia.

Una metà la sollevò e la tese sopra di sé, e fu il cielo. Ci mise un chiavistello e dei guardiani, perché le acque non scendessero. Dai suoi occhi fece scorrere il Tigri e l'Eufrate, e dal resto del corpo nacquero le montagne e il mondo che conosciamo.

Poi si fermò a pensare. Gli dèi che lo avevano seguito lavoravano senza sosta, e si lamentavano. Allora pensò a qualcuno che lavorasse al loro posto, e lo fece fare a Ea: gli uomini, fatti con il sangue di Qingu, il capo dei mostri.

Per ringraziarlo, gli dèi costruirono una città, e la chiamarono Babilonia. Si radunarono nella sala del consiglio e lo proclamarono con cinquanta nomi, uno per ogni cosa che Marduk sapeva fare: ognuno diceva un potere, e tutti insieme dicevano chi era il re.

A Babilonia, secondo alcuni testi più tardi, pare che ogni anno, alla festa di Capodanno, il poema venisse letto ad alta voce davanti alla statua del dio. Cominciava con due parole: Enuma elish, «quando in alto».

Quando in alto, sopra di noi, il cielo non aveva ancora un nome.

Quel nome, a Babilonia, lo conoscevano tutti. Ma ogni volta che il mare si alzava e il vento lo sbatteva contro la costa, qualcuno alzava gli occhi alla volta del cielo, e pensava che quel cielo, un tempo, era stato qualcuno.

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Fonti

  • «Enuma Elish», poema babilonese della creazione (II millennio a.C.)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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