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Atlante dei Miti 0/300
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Un dio barbuto con un'alta corona a corna che soffia un vento forte su una città di mattoni

dio del vento e dell'ariaNippur, in Iraq · mitologia mesopotamica

Enlil

«signore del vento», in sumerico

un po' paurosa

Enlil era il dio del vento, dell'aria e delle tempeste, e per molti secoli il capo degli dèi sumeri. Nei poemi di creazione sumeri si diceva che fosse stato lui a separare il cielo dalla terra. Custodiva le «tavolette del destino», che davano il potere su tutto: una volta un uccello gigante, Anzu, gliele rubò, e servì un dio guerriero per riprenderle. Enlil era severo e poco paziente: nel poema di Atrahasis decide di mandare il diluvio perché gli uomini, diventati troppi, facevano un rumore che non lo lasciava dormire.

Lo sai che… il suo grande tempio era a Nippur, una città che non fu mai una capitale ma era il centro religioso di tutta la Mesopotamia.

La storia

A Nippur, nel cuore della terra fra i due fiumi, c'era una casa sul monte che non era una casa di uomini.

Si chiamava Ekur, e dentro abitava Enlil. Era il dio del vento e delle tempeste, e i Sumeri lo chiamavano «signore dell'aria». Si diceva che fosse stato lui a staccare il cielo dalla terra, quando erano ancora una cosa sola. Sotto il suo trono stavano le tavolette del destino, quelle che danno il potere su tutte le cose: una volta un uccello gigante di nome Anzu gliele aveva rubate, e un dio guerriero aveva dovuto riprenderle.

Enlil non amava le sorprese. Amava l'ordine, la quiete, il tempo che passa piano.

E amava, più di tutto, dormire.

All'inizio gli uomini erano pochi. Li avevano fatti gli dèi, mescolando argilla e sangue di un dio, per lavorare la terra al posto loro. Stavano nei campi, scavavano i canali, portavano le offerte. Non facevano caso a nessuno.

Ma gli uomini si moltiplicarono.

Passarono secoli, e poi altri secoli. Le città crebbero dentro le mura. Le strade si riempirono di carri, di mercanti, di bambini che gridavano, di mogli che chiamavano, di fabbri che battevano il rame. Il mondo cominciò a ronzare come un alveare.

E una notte, nella sua casa sul monte, Enlil si svegliò.

Il rumore saliva dalla terra come un muggito di tori. Era il brusio di milioni di voci, di passi, di porte, di liti. Enlil si girò su un fianco e si tirò il lenzuolo sulla testa. Non servì a niente. Il rumore gli entrava negli orecchi, gli riempiva la stanza, gli picchiava nella testa.

Si alzò. Camminò in su e in giù nel buio.

Quando fu giorno convocò gli altri dèi.

«Non ne posso più», disse. «Il fracasso degli uomini mi impedisce di dormire. Bisogna ridurli.»

Mandò prima una pestilenza.

La malattia attraversò le città come un vento freddo. La gente cominciò a morire, e il mondo diventò più silenzioso, ma non quanto Enlil sperava. In una casa, in fondo a un villaggio, viveva un uomo molto saggio di nome Atrahasis, che era amico di Enki, il dio dell'acqua e dell'intelligenza. Enki era un dio che amava gli uomini, e non poteva sopportare di vederli soffrire. Parlò ad Atrahasis di nascosto.

«Di' agli anziani», gli suggerì, «di non fare più offerte agli altri dèi. Che portino pane solo a Namtar, il dio della peste. Che lo supplichino con un dono. Un dio che riceve un regalo difficilmente rifiuta.»

Atrahasis ubbidì. Il dio della peste, lusingato, si ritirò. La malattia cessò.

Ma gli uomini, presto, ricominciarono a fare rumore.

Enlil non dormiva da mesi. Lo sapevano tutti, nell'Ekur: era di cattivo umore, gli si leggeva negli occhi. Chiamò Adad, il dio della pioggia, e gli ordinò di trattenere l'acqua. Per sei anni il cielo restò chiuso, i campi si seccarono, e la fame girò per le strade. Enki disse ancora ad Atrahasis cosa fare, e di nuovo gli uomini si salvarono per un soffio.

Fu allora che Enlil perse la pazienza.

Radunò gli dèi e li fece giurare. Giurare tutti, uno per uno, che nessuno avrebbe rivelato agli uomini quello che stava per accadere. Voleva un diluvio. Un'acqua alta, grande, che ripulisse la terra da ogni voce.

Enki giurò. Ma giurò come giurano i furbi, con le parole giuste.

Quella notte Atrahasis dormiva in una capanna di canne. Enki si avvicinò, e non parlò a lui: parlò al muro.

«Muro di canne, ascoltami», disse. «Capanna, ascolta le mie parole. Abbatti la tua casa e costruisci una barca. Lascia le ricchezze e salva la vita. Falla grande, con un tetto, e spalmala di bitume dentro e fuori.»

Atrahasis, nel sonno, sentì. E al mattino cominciò a lavorare.

Il giorno del diluvio venne senza preavviso. Il cielo si fece nero. Adad ruggì. Le dighe si spezzarono, i fiumi si gonfiarono, e l'acqua scese in un'unica massa, come se il mondo fosse stato rovesciato. Atrahasis salì sulla barca con la famiglia e gli animali. Sigillò la porta.

Per sette giorni e sette notti la tempesta non ebbe pietà. Da dentro la barca, la gente sentiva l'acqua battere sullo scafo come mille pugni. Fuori il mondo era una distesa grigia, senza una voce, senza una casa. Finalmente c'era silenzio.

Enlil lo sentì, quel silenzio, dal suo trono.

Dovrebbe essere felice, pensò. Poteva dormire. Eppure, nella notte più lunga, qualcosa non lo lasciava. Gli dèi, accanto a lui, piangevano. La grande dea che aveva creato gli uomini sedeva sola, in lutto. Nessuno aveva più pane da portargli, nessuno più offerte. Gli dèi avevano fame, e il cielo era vuoto di preghiere.

Quando l'acqua si ritirò, la barca di Atrahasis si posò su un monte. Atrahasis uscì, offrì un sacrificio. Il profumo salì in cielo, e gli dèi, affamati, si affollarono come mosche.

Enlil arrivò per ultimo.

Vide la barca. Vide gli uomini vivi.

«Chi ha tradito il giuramento?» gridò. «Nessuno doveva sopravvivere!»

Enki rispose con calma. Disse di non aver rivelato niente a nessuno: aveva solo parlato a un muro, e un uomo saggio aveva ascoltato. Disse che sterminare tutti era stato troppo, e che il mondo senza uomini era un mondo senza pane per gli dèi. E gli propose un patto: gli uomini sarebbero rimasti, ma in numero limitato. Sarebbero morti, di tanto in tanto, per malattia o per vecchiaia. Alcune donne non avrebbero avuto figli. Così il mondo non avrebbe più fatto troppo rumore.

Enlil rimase a lungo in silenzio.

In un'altra versione di questa storia, quella che gli scrivani misero nell'«Epopea di Gilgamesh», fu proprio lui, alla fine, a salire sulla barca. Prese il superstite per mano, gli toccò la fronte, e lo benedisse: gli disse che sarebbe stato come gli dèi, e lo mandò a vivere lontano, alla foce dei fiumi. Nessuno sa se lo fece per pietà o per stanchezza.

Forse per tutte e due.

Enlil tornò a Nippur, a Ekur, alla sua casa sul monte. Si distese sul letto. Chiuse gli occhi.

Dalla terra salivano pochi rumori, adesso. Qualche voce, qualche passo, un cane che abbaiava lontano. Un mondo più piccolo e più tranquillo, che sapeva di dover stare attento.

Il signore dell'aria sospirò, e finalmente dormì.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «Atrahasis» (XVIII secolo a.C.)
  • «Il mito di Anzu»
  • Jeremy Black e Anthony Green, «Gods, Demons and Symbols of Ancient Mesopotamia», British Museum Press (1992)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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