
I Lamassu
lamassu, in accadico
per niente paurosa
I lamassu erano creature protettrici con il corpo di toro o di leone, grandi ali d'aquila e la testa di uomo con la barba lunga e riccia e una tiara. I re assiri ne facevano scolpire coppie gigantesche, alte più di quattro metri, ai lati delle porte dei palazzi e delle città: dovevano tenere lontano il male. Guardandoli di fianco hanno cinque zampe: così, visti di fronte, sembrano fermi, e visti di lato sembrano camminare.
Lo sai che… alcuni lamassu originali si possono vedere al British Museum di Londra e al Louvre di Parigi.
La storia
Il messaggero era in viaggio da trentadue giorni, e portava una lettera che non sapeva leggere.
Veniva da un regno di montagna, oltre il confine, dove i re vivevano in fortezze di pietra grezza e si fidavano soltanto delle spade. Il suo signore lo aveva mandato dal più potente re del mondo, per chiedere pace. «Se ti fanno entrare», gli aveva detto, «guarda tutto. Poi torna e raccontami che cosa hai visto.»
Dopo un mese di strada, una mattina, dall'alto di un colle, vide la città.
Era nuova. Le mura erano color miele e brillavano come se qualcuno le avesse appena lavate. Intorno, sui campi, centinaia di uomini scavavano e portavano pietre. Il re Sargon aveva voluto una capitale tutta sua, con un nome tutto suo: la Fortezza di Sargon. Dentro quelle mura c'era un palazzo, e davanti al palazzo c'era una porta.
Il messaggero scese dal cavallo, perché le gambe non lo reggevano. Si sentiva il rumore dei martelli, delle ruote, dei canti degli operai; l'aria sapeva di polvere calda e di pietra tagliata. Eppure, in quel punto, davanti alla porta, gli parve che tutto fosse più basso e più lontano.
Ai due lati dell'ingresso, enormi, c'erano due creature.
Avevano il corpo di un toro, grosso come una casa, e sulla schiena due grandi ali d'aquila ripiegate. Ma la testa era quella di un uomo. Una testa con una barba lunga e riccia, ordinata in file perfette, e in cima una corona a corna, come quella degli dèi. Gli occhi, di pietra, guardavano dritto davanti a loro. Erano più alti di due uomini, uno in piedi sulle spalle dell'altro, e quando il messaggero alzò la testa per guardarli in faccia, ebbe l'impressione che la ricambiassero.
«Non avere paura», disse una voce.
Il messaggero sobbalzò. Era soltanto un guardiano, seduto all'ombra del muro con una brocca d'acqua. Era vecchio e magro, e di sicuro l'aveva visto arrivare e tremare.
«Succede a tutti», continuò. «Quando i messaggeri del nord vedono i lamassu per la prima volta, qualcuno si inginocchia, qualcuno scappa. Uno si è messo a pregare in una lingua che nessuno capiva. Ma loro sono qui per voi.»
«Per noi?»
«Per chiunque entri con buone intenzioni. Sono i guardiani. Il re li ha fatti scolpire perché tengano lontano il male: i nemici, le malattie, i demoni, qualunque cosa voglia entrare a far danno. Chi ha una cattiva idea in testa, quando passa tra loro, lo sa.»
Il messaggero deglutì. Si guardò la mano, che stringeva la lettera. Aveva una buona idea in testa, e si sentì più tranquillo.
«Come li hanno fatti?» chiese.
«Ognuno è un unico blocco di pietra, tirato fuori dalla cava e trascinato fin qui con corde e tronchi, da centinaia di uomini. Poi gli scalpellini hanno lavorato per mesi. Guardali bene, ragazzo. Mettiti qui di fronte.»
Il messaggero si mise di fronte. Le due creature lo guardavano: immobili, solenni, con le zampe anteriori diritte e unite. Sembravano ferme da sempre, come due montagne.
«Ora vieni di lato, e passa vicino al muro.»
Il messaggero esitò. A casa sua le porte delle fortezze erano di legno, con una sbarra e due guardie, e nessuno aveva mai pensato di scolpire un guardiano nella roccia. «E se un nemico arriva lo stesso?» chiese.
«Allora si trova davanti a questi due, prima che a noi», rispose il vecchio. «Chi arriva con la spada in mano deve passare di qui, fra queste ali. Vediamo quanto ci mette a decidere se continuare.»
Camminò lungo il fianco del toro. E, a un certo punto, ebbe un'impressione strana: la creatura si muoveva. Con le zampe in avanti, con il passo lento di chi sta uscendo da una porta. Il messaggero si fermò. Guardò ancora. Contò le zampe.
«Ne ha cinque», sussurrò.
«Cinque», disse il vecchio, e rise per la prima volta. «Visto di fronte, sta fermo, e custodisce. Visto di lato, cammina, e ti viene incontro. Chi l'ha scolpito sapeva che nessuno si ferma sempre nello stesso punto. Così il guardiano guarda tutti: chi arriva e chi passa.»
Poi gli indicò le ali. Sulla pietra, in file sottili, erano incise le piume, una per una. Più in basso, tra le zampe, c'erano righe fitte di scrittura a forma di chiodi.
«Cosa dice?»
«Il nome del re, e perché ha costruito la porta. Io non lo so leggere. Ma so che le parole servono a tenere la pietra viva.»
Il messaggero toccò il fianco del toro. La pietra era liscia, fresca e un po' umida. Gli sembrò di sentire, sotto la mano, un battito molto lento.
Poi i soldati lo chiamarono, e lui entrò. Passò fra le due creature con la lettera in mano, a testa alta, e la porta lo accolse senza dire niente.
Gli anni passarono. Il re Sargon morì in battaglia, lontano da casa, e suo figlio decise di fondare un'altra capitale, a Ninive. La città nuova, con le sue mura color miele, restò vuota. Il vento dal deserto portò la sabbia, i tetti crollarono, le strade scomparvero.
Ma alle porte, in piedi, i lamassu restarono al loro posto. Furono coperti piano piano dalla terra, fino alle spalle, fino alla barba, fino alle corone. E continuarono a custodire l'ingresso di un palazzo che non c'era più.
Dopo più di duemilacinquecento anni, qualcuno scavò e li ritrovò. Le ali erano ancora in piedi, le barbe a file perfette, gli occhi ancora aperti. Alcuni sono partiti per i musei: oggi puoi vederne a Londra, al British Museum, e a Parigi, al Louvre. Stanno ai lati di grandi sale, uno di qua e uno di là, come ai tempi di Sargon.
Se vai a trovarli, fai quello che fece il messaggero. Mettiti di fronte, e guardali fermi. Poi spostati di lato, e guardali camminare.
Parenti nel mondo
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Fonti
- British Museum, «Lamassu from the palace of Ashurnasirpal II»
- iscrizioni dei palazzi di Sargon II a Khorsabad (VIII secolo a.C.)
