
La Sfinge
il leone dal volto umano
per niente paurosa
In Egitto la sfinge era un leone con la testa di faraone, simbolo di forza e di protezione. La più famosa, la Grande Sfinge di Giza, è scolpita direttamente nella roccia e veglia sulle piramidi da più di 4.500 anni. Una stele tra le sue zampe racconta un sogno: un principe si addormentò alla sua ombra, e la Sfinge gli promise di farlo diventare re se l'avesse liberata dalla sabbia che la copriva. Si racconta che il principe lo fece; di certo diventò il faraone Thutmose IV.
Lo sai che… la sfinge dei miti greci è diversa: è un mostro femminile con le ali che faceva indovinelli ai viaggiatori, e fu battuto da Edipo.
La storia
A mezzogiorno, nel deserto di Giza, anche le lucertole si nascondono.
Il sole picchia dritto sulla sabbia, l'aria trema sopra le dune, il cielo è bianco di luce. Non si muove niente. È l'ora in cui perfino gli uomini che vivono nel deserto da sempre cercano un angolo d'ombra e aspettano che passi.
Quel giorno, in mezzo a quel bianco, correva un carro.
Sopra c'era un giovane principe, Thutmose, figlio del re d'Egitto. Era uscito a caccia di gazzelle e di leoni, come facevano i principi, con due servitori al seguito. Aveva il fiato corto, le mani bruciate dalle redini, e un solo desiderio: sedersi da qualche parte e chiudere gli occhi. Ma intorno non c'era un albero, non c'era una roccia, non c'era niente.
Poi, davanti a lui, vide qualcosa.
Dalla sabbia usciva una testa. Una testa gigantesca, scolpita nella pietra, con il viso di un re, l'espressione calma e lo sguardo rivolto a oriente, verso il punto in cui sorge il sole. Più sotto, fra le dune, si indovinava un corpo da leone, sdraiato, ma quasi tutto sepolto. Era la Sfinge. L'avevano scolpita direttamente nella roccia, e la sabbia, a poco a poco, le era salita fino al petto, e continuava a salire.
Thutmose fermò i cavalli e rimase a guardarla. Si sentì piccolo, come quando da bambino aveva visto per la prima volta le piramidi, lì accanto, grandi come montagne.
«Fermiamoci qui» disse ai servitori.
Scese dal carro e si sedette all'ombra della testa. Sotto quella pietra c'era un fresco che non aveva sentito in tutto il giorno. I servitori si allontanarono, per lasciarlo riposare, e lui appoggiò la schiena alla roccia calda e sentì le palpebre farsi pesanti. Il vento sfiorava appena la sabbia, con un fruscio sottile, come qualcuno che respira piano. Si addormentò.
I due servitori, da lontano, lo guardavano dormire e non osavano svegliarlo. Uno dei due tolse il mantello e lo stese sopra le ginocchia del principe, per ripararlo dalle mosche. L'altro si sedette accanto ai cavalli e controllò che non si allontanassero. Per un po' non accadde nulla. Poi il vento smise di soffiare del tutto, e a Giza scese uno di quei silenzi in cui si sente il cuore.
Nel sogno, la Sfinge parlò.
Non con la voce di un mostro: con quella di un padre che parla a suo figlio. «Guardami, Thutmose, figlio mio» disse. «Io sono tuo padre, il dio che ha molti nomi: Horemakhet, Khepri, Ra, Atum. Ti darò il regno sulla terra, alla testa dei viventi. Porterai la corona bianca e la corona rossa sul trono di Geb. La terra sarà tua in tutta la sua lunghezza, e da ogni paese ti arriveranno i doni.»
Thutmose ascoltava, con il cuore che gli batteva forte.
«Ma guarda come sono ridotto» continuò la Sfinge. «Il mio corpo soffre. La sabbia del deserto, su cui sto, mi copre. Ti ho aspettato a lungo. So che sei mio figlio e il mio difensore. Vieni. Io sono con te. Fai quello che il mio cuore desidera.»
Poi la voce tacque, e il sogno si sciolse come sale nell'acqua.
Thutmose si svegliò di colpo, con la fronte bagnata. I servitori, accorsi, lo chiamarono due volte, «Signore, signore», e lui non rispose. Il sole era ancora alto, la sabbia ancora bianca, e davanti a lui c'erano la stessa pietra e lo stesso silenzio. Ma lui non era più lo stesso. Si alzò e posò la mano sulla zampa della Sfinge, calda come il fianco di un animale che dorme. Capì che quello non era stato un sogno come gli altri.
Promise. Non servirono molte parole: la Sfinge non le aspettava. Bastò che la mano restasse lì un momento, sulla pietra.
Si racconta che nei giorni seguenti arrivarono gli operai, a decine, in file ordinate, con ceste e pale. Cominciarono dall'alto, dalla testa, poi scesero verso le spalle, e giorno dopo giorno la sabbia si ritirò come un'onda che torna al mare. A ogni cesto portato via compariva un po' più di leone: il petto, i fianchi, le zampe lunghe e tranquille, appoggiate al suolo. All'inizio gli operai lavoravano in silenzio, quasi con timore. Poi, vedendo il corpo intero, cominciarono a parlare a bassa voce, come in un tempio.
Quando l'ultima paletta fu spesa, la Sfinge era libera. Guardava l'alba come aveva sempre fatto, ma adesso con tutto il corpo.
E Thutmose divenne faraone.
Non dimenticò mai quel giorno. Fece scolpire una stele, alta e liscia, e la fece mettere fra le zampe della Sfinge, perché chiunque passasse potesse leggere che cosa era successo lì, a mezzogiorno, quando era soltanto un ragazzo stanco in cerca d'ombra. Ci mise il sogno, il nome del dio, le parole della promessa. La stele è ancora lì, con le sue file di geroglifici. Verso la fine la pietra si è sgretolata, e le ultime righe non si leggono più, come se il tempo avesse voluto tenere per sé il finale.
Il nome che le dava la stele voleva dire, più o meno, «Horus nell'orizzonte»: un dio che sta dove il cielo tocca la terra, e di là guarda. Intanto la Sfinge continua a guardare a oriente. Ha visto passare faraoni, eserciti, carovane, viaggiatori di ogni paese. Ha visto la sabbia tornare, più volte, a coprirle le zampe. Non ha mai avuto fretta. Aspetta, immobile, che ogni mattina il sole sorga davanti a lei, in un cielo che alle sue spalle diventa subito d'oro.
Gli Egizi sapevano chi era. Non un mostro, non una statua: un dio con corpo di leone e volto di re, che da più di quattro millenni e mezzo sta lì a vegliare le piramidi. E che, a chi ha il coraggio di sedersi alla sua ombra a mezzogiorno, forse ha ancora qualcosa da dire.
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Stele del sogno» di Thutmose IV (circa 1400 a.C.)
- Erodoto, «Storie», libro II
