
Eracle
Hēraklês, detto Ercole dai Romani
un po' paurosa
Eracle era figlio di Zeus e di una donna mortale, e aveva una forza incredibile fin da neonato: nella culla strozzò due serpenti mandati dalla gelosa Era. Da grande dovette compiere dodici imprese impossibili, le «dodici fatiche». Sconfisse il leone di Nemea, che nessuna arma poteva ferire, e da allora indossò la sua pelle; affrontò l'Idra dalle molte teste, catturò il cinghiale di Erimanto, pulì in un giorno le stalle di Augia deviando due fiumi. Alla fine della vita fu accolto tra gli dèi.
Lo sai che… le «colonne d'Ercole», cioè lo stretto di Gibilterra, erano per gli antichi il confine del mondo conosciuto.
La storia
Il bambino aveva otto mesi quando Era, la regina degli dèi, decise di ucciderlo.
Era figlio di Zeus e di una donna mortale, Alcmena, e per questo la moglie di Zeus lo odiava. Una notte, mentre i genitori dormivano, due grossi serpenti scivolarono sotto la porta e salirono lungo la culla. Gli occhi gialli brillavano nel buio.
Il fratellino, Ificle, gridò. Il piccolo Eracle, invece, afferrò un serpente con ciascuna mano e strinse. Quando i genitori arrivarono con le lanterne, trovarono il bambino che rideva, con i due serpenti morti fra le dita, come due corde.
Da allora tutti capirono che quel ragazzo sarebbe stato diverso.
Crebbe fortissimo e più gentile di quanto la gente si aspettasse. Ma Era non lo aveva dimenticato. Un giorno, durante un attacco di follia mandato da lei, Eracle, senza sapere quello che faceva, uccise i suoi stessi figli. Quando si svegliò, e capì, il dolore quasi lo uccise.
Andò a Delfi, a chiedere come espiare. L'oracolo rispose: «Va' a servire il re Euristeo di Micene. Servilo per dodici anni e compi le fatiche che ti ordinerà. Dopo, sarai libero, e sarai immortale».
Euristeo era un re codardo. Quando vide Eracle, si nascose in una grande giara di bronzo. Gli mandava i suoi ordini dal fondo del vaso, tramite un araldo.
La prima fatica fu il leone di Nemea.
Era un animale enorme, figlio del mostro Tifone, con una pelle che nessuna freccia, nessuna lancia, nessuna spada riusciva a bucare. Eracle lo cercò per giorni nei boschi. Quando lo trovò, gli sparò una freccia, che rimbalzò. Provò con la clava, e la clava si spezzò. Alla fine, lo afferrò con le braccia e lo strinse fino a soffocarlo. Poi lo scuoiò, usando le sue stesse unghie, le uniche cose abbastanza dure da tagliare quella pelle, e da allora la indossò come un mantello.
Quando tornò a Micene con il leone sulle spalle, Euristeo dalla giara urlò: «Non entrare! Lascia le tue prede fuori dalle mura!».
La seconda fatica fu l'Idra di Lerna.
Era un mostro con nove teste, e ogni volta che se ne tagliava una, ne ricrescevano due. Viveva in una palude, e il suo fiato bastava per uccidere un uomo. Eracle ebbe un'idea: chiese al nipote Iolao di aiutarlo. Appena una testa cadeva, Iolao bruciava il collo con una torcia e la ferita non ricresceva più. Alla fine restò una testa sola, quella immortale: Eracle la seppellì sotto una roccia enorme.
Euristeo, ogni volta, pretendeva una prova più difficile, perché sperava che l'eroe non tornasse. Ma ogni volta Eracle tornava, con le mani sporche e la schiena dolorante, e senza lamentarsi. Il re, nella sua giara, contava le fatiche sulle dita e le trovava sempre troppo poche.
Poi ci furono altre fatiche, una dopo l'altra. Catturò la cerva dalle corna d'oro, veloce come il vento, senza farle male. Portò vivo a Micene un cinghiale grosso come un carro. Ripulì le stalle del re Augia, dove migliaia di buoi avevano lasciato sporcizia per anni, deviando in un giorno due fiumi che le lavarono da cima a fondo. Scacciò con dei sonagli gli uccelli di bronzo di Stinfalo. Catturò il toro di Creta e le cavalle di Diomede, che mangiavano carne umana. Andò fino alle terre delle Amazzoni a prendere la cintura della regina, Ippolita, che gliela avrebbe quasi data di buon grado: ma Era, travestita, sparse la voce che lo straniero volesse rapirla, e dovette combattere. Nelle storie antiche, tra le avventure di Eracle, ogni fatica ne contiene sempre un'altra. Attraversò il mare per portare via i buoi di un gigante con tre corpi, Gerione.
E restarono le ultime due.
Le mele d'oro delle Esperidi, che crescevano in un giardino lontanissimo, alla fine del mondo, custodito da un drago. E infine la più terribile.
«Voglio che mi porti Cerbero», disse Euristeo, tremando nella giara. «Il cane a tre teste che custodisce il regno dei morti.»
Eracle scese nel buio. Prima di partire si fece iniziare ai misteri di Eleusi, i riti segreti che insegnavano ai vivi come non temere i morti, e si dice che questo lo aiutasse. Nessun vivo ci era mai riuscito. Trovò Ade, il re, e gli chiese il permesso. Il dio rispose: «Prendilo. Ma devi domarlo a mani nude».
Eracle lo afferrò per il collo. Le tre teste ringhiarono, e la coda con il serpente lo morse. Lui strinse, strinse, senza lasciare la presa, finché il cane si arrese. Lo portò fuori alla luce del sole, per la prima volta in tutta la sua vita, e il cane abbaiò e dalla bava spuntarono erbe velenose.
Quando Euristeo vide Cerbero, scese dalla giara e si mise a piangere dalla paura. Pregò Eracle di riportare il cane laggiù. Eracle lo fece. Le dodici fatiche erano finite.
Era libero. Ma la sua storia non finì lì: ebbe ancora avventure, amori, battaglie e una morte dolorosa, per un inganno di una veste che bruciava. Dicono che, quando morì, Zeus lo portò sull'Olimpo e lo fece dio. Ed Era, dopo tanti anni, si riconciliò con lui e gli diede in sposa la figlia, Ebe, la dea della giovinezza.
Eracle fu l'eroe più amato di tutta la Grecia: più di Achille, più di Ulisse. Non era il più intelligente, né il più giusto. Era sempre quello che si rialzava.
Dopo aver commesso l'errore più grave della sua vita, non aveva scelto di nascondersi, né di morire. Aveva scelto di lavorare. Di servire. Di fare la prossima fatica, e poi la prossima, finché non fosse stato di nuovo degno di guardare la luce.
Parenti nel mondo
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Fonti
- Apollodoro, «Biblioteca», libro II
- Ovidio, «Metamorfosi», libro IX
