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Atlante dei Miti 0/300
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Una ragazza che solleva il coperchio di un grande vaso da cui escono ombre scure e una piccola luce

la prima donna del mitoGrecia · mitologia greca

Pandora

Pandṓra, «tutti i doni»

un po' paurosa

Per vendicarsi del furto del fuoco, Zeus fece creare Pandora, la prima donna dei miti greci, e ogni dio le fece un dono: per questo si chiama «tutti i doni». Con lei arrivò sulla terra una grande giara chiusa. Esiodo non dice perché la aprì, e il divieto di aprirla è un'aggiunta dei racconti più tardi: Pandora sollevò il coperchio e ne uscirono tutti i mali del mondo, la fatica, la malattia, la vecchiaia. Quando riuscì a richiuderlo, sul fondo era rimasta soltanto una cosa: la speranza.

Lo sai che… nel poema di Esiodo è un grande vaso; la «scatola» di Pandora è nata da un errore di traduzione del Cinquecento.

La storia

Quando Prometeo rubò il fuoco, Zeus non gridò. Sorrise.

Era il sorriso di chi ha già deciso la vendetta, e ne assapora ogni passo. «Gli uomini hanno voluto il fuoco», disse agli altri dèi. «Dagli uomini avrò il male che mi merito. Ma lo avranno in dono, così lo abbracceranno con le loro mani.»

Chiamò Efesto, il dio fabbro, il più abile di tutti. «Prendi argilla e acqua. Fammi una donna. Che sia bella come una dea, con una voce umana e un viso da cui nessuno sappia staccare gli occhi.»

Efesto lavorò per giorni, nella fucina piena di fumo. Quando finì, davanti a lui c'era una figura di argilla, immobile e perfetta. Efesto le mise dentro la forza di un essere umano, e la figura aprì gli occhi.

Gli altri dèi, uno a uno, le fecero un dono. Atena le insegnò a tessere e le mise addosso una veste d'argento. Afrodite le diede una grazia che faceva male al cuore. Le Grazie la ornarono di collane d'oro. Le Ore la coronarono di fiori di primavera. Ermes, il messaggero, le regalò per ultimo una voce, e insieme alla voce due cose più segrete: l'arte di mentire e parole dolci che ingannavano.

Da tutti questi doni le diedero un nome: Pandora, che in greco vuol dire «tutti i doni».

Poi Ermes la portò sulla terra, a casa di Epimeteo.

Epimeteo, il fratello di Prometeo, era quello che pensava sempre dopo. Prometeo, prima di essere incatenato sul Caucaso, lo aveva avvertito: «Non accettare mai un dono da Zeus. È un trucco». Ma quando vide Pandora, Epimeteo dimenticò tutto. Non aveva mai visto una persona così. Non pensò. La accolse in casa, e la sposò.

Nei primi tempi, la vita fu serena. Pandora imparò i nomi dei fiori e quelli degli uccelli, tesseva la sera davanti al fuoco, e gli uomini dei villaggi vicini venivano a sentirla cantare.

Gli uomini di allora vivevano senza fatica, senza malattie, senza invecchiare. Non conoscevano né il dolore, né il lutto. Mangiavano frutti, ballavano, dormivano nell'erba. E Pandora li guardava, e rideva, e cantava con quella voce che riempiva la valle.

Eppure, ogni giorno, c'era una cosa che la inquietava.

Nell'angolo della casa, vicino al camino, c'era una grande giara di terracotta, alta come un bambino, chiusa con un coperchio pesante. Era lì da sempre. Esiodo non parla di divieti, ma i racconti venuti dopo dicono che a Epimeteo era stata fatta un'unica raccomandazione: «Non aprirla. Mai».

Nessuno sapeva cosa contenesse.

Pandora la spolverava, la guardava, la sfiorava con la punta delle dita. Si fermava davanti, ogni mattina, a lungo, con la testa inclinata.

«Epimeteo», chiese un giorno, «cosa c'è lì dentro?»

«Non lo so», rispose lui. «Mi hanno detto di non aprirla.»

«Ma perché?»

«Non lo so. Fidati.»

Lei si fidò. Per un giorno. Per due. Per un mese.

Ma la curiosità è un animale paziente. Cresce di notte, quando tutti dormono. Una sera Pandora si ritrovò da sola davanti al vaso. La luna entrava dalla finestra e disegnava sul coperchio una striscia bianca. Le parve di sentire un suono, un fruscio, come di mille ali che battevano sottovoce.

Soltanto un'occhiata, pensò. Una, piccola. Poi lo richiudo.

Mise le mani sul coperchio. Era freddo. Lo spostò di un dito, di due.

Fu allora che uscirono.

Non fecero rumore, in principio. Uscirono come un fumo scuro, come uno stormo di insetti, a centinaia, a migliaia. Passarono sopra la testa di Pandora, per la finestra, nella notte. Erano tutti i mali del mondo. La malattia, che entrò nei corpi e li fece tremare. La vecchiaia, che cominciò a segnare i volti. La fatica, il dolore, la guerra, l'invidia, la paura, la fame, la morte.

Pandora gridò. Provò a rimettere il coperchio. Lo spinse con tutto il peso del corpo.

Ma ormai il vaso era vuoto, quasi.

Quando, in fondo, rimase silenzio, si sentì ancora un rumore, piccolissimo. Una voce, dentro la giara, che bussava piano da sotto il bordo.

Pandora tremò. Guardò dalla fessura del coperchio, appena un poco.

Laggiù, sotto il bordo, c'era una piccola luce.

Non era come gli altri. Non faceva paura. Non faceva rumore. Non provò a uscire. Rimase lì, ferma, come una farfalla stanca. E Pandora richiuse il coperchio.

Si chiamava Speranza.

Esiodo, il poeta che raccontò questa storia, dice proprio così: la Speranza rimase dentro la giara, sotto il bordo, e non volò via. Perché gli dèi l'abbiano lasciata lì, non lo dice con chiarezza. Molti racconti venuti dopo la fanno uscire, a consolare gli uomini. Esiodo dice soltanto che da quel giorno il mondo cambiò.

Gli uomini scoprirono il freddo, le rughe, i funerali. Impararono a lavorare, a litigare, a piangere. Ma impararono anche un'altra cosa: che quando tutto sembra perduto, c'è sempre una piccola luce che si accende e ti dice di aspettare ancora un giorno.

Per secoli, la gente ha dato la colpa a Pandora. Ha detto che era lei, la donna curiosa, a portare il male nel mondo. Ma non è giusto. Fu Zeus a costruirla così, con quel dono nascosto e con quel vaso da non aprire. Pandora fece quello che avrebbe fatto chiunque: volle capire.

Un'ultima cosa, che pochi sanno. Il vaso non era una scatola, come spesso si racconta: era una grande giara di terracotta. La scatola è nata per errore, 500 anni fa, quando uno studioso ha tradotto male una parola.

E la Speranza? Se la vedi, non cacciarla. Lei non ha mai fatto del male a nessuno.

Parenti nel mondo

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Fonti

  • Esiodo, «Le opere e i giorni», versi 47-105
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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