
Il Qilin
麒麟, in cinese
per niente paurosa
Il qilin è una creatura gentilissima, con il corpo di cervo, la coda di bue e un corno (nelle immagini più tarde anche scaglie e zoccoli di cavallo). È così buono che cammina senza calpestare l'erba e senza schiacciare nemmeno un insetto. Appare raramente, solo quando sta per nascere o morire un grande saggio o un sovrano giusto. Una leggenda racconta che un qilin apparve alla madre di Confucio prima della sua nascita, lasciandole una tavoletta di giada.
Lo sai che… nel 1414 una giraffa arrivata dall'Africa alla corte cinese fu accolta come un qilin vivente: ancora oggi la giraffa si chiama «kirin» in giapponese e «girin» in coreano.
La storia
La madre di Confucio camminava da sola, quella sera, lungo un sentiero fra le colline.
Si chiamava Yan Zhengzai e non era ricca. Aveva pregato a lungo perché il cielo le concedesse un figlio, e adesso che l'attesa era quasi finita non riusciva a stare ferma in casa. Il sole stava scendendo, e l'aria odorava di erba tagliata. Camminò fino a una radura dove il sentiero si apriva, si sedette su un sasso a riposare e chiuse gli occhi.
Quando li riaprì, davanti a lei c'era un animale.
Non aveva mai visto niente di simile. Il corpo era quello di un cervo, snello, color castano chiaro, con una coda di bue che si muoveva piano. In fronte portava un unico corno, tondo in punta, coperto di una pelle morbida, come se fosse stato fatto per non ferire. Camminava in modo strano: ogni passo era misurato, delicato, e dove posava gli zoccoli l'erba non si piegava.
Yan Zhengzai non si mosse. Aveva sentito parlare di quell'animale, i vecchi lo chiamavano qilin, ma credeva fosse una cosa da libri. I libri dicevano che il qilin è fra i quattro esseri miracolosi, insieme al drago, alla fenice e alla tartaruga. Dicevano che non si lascia vedere quasi mai, e che lo si incontra soltanto quando sta per succedere qualcosa di grande.
Il qilin si fermò davanti a lei. Abbassò il capo, aprì la bocca e lasciò cadere nel suo grembo una tavoletta di giada.
La giada era fresca. Sulla superficie c'era una scritta, in caratteri sottili e chiari. La donna l'avvicinò agli occhi. La scritta diceva che il figlio che stava per nascere sarebbe stato un grande saggio, e che, benché nessun re gli avrebbe dato una corona, il suo nome sarebbe rimasto più a lungo di tutti i troni.
Yan Zhengzai alzò lo sguardo, senza sapere che cosa dire. Poi, per ringraziare l'animale, fece una cosa semplice. Si sciolse dalla veste un nastro ricamato, un nastro che aveva fatto con le sue mani, e lo legò con cura al corno.
Il qilin restò con lei due notti, nella radura, in silenzio. Non mangiò. Non bevve. Si lasciò accarezzare. All'alba del terzo giorno si alzò, si voltò un'ultima volta e si allontanò fra gli alberi, e il nastro rosso lo seguì come una fiamma piccola, finché non scomparve.
Il figlio nacque. Gli diedero il nome di Kong Qiu, e il mondo lo ricorderà come Confucio. La madre conservò la giada, e raccontò la storia del qilin soltanto a pochi. Il bambino cresceva silenzioso e attento, e quando giocava gli piaceva disporre in fila piccoli vasi, come si fa nelle cerimonie.
Passarono molti anni.
Confucio crebbe, studiò, insegnò. Viaggiò di paese in paese per convincere i principi a governare con giustizia, e quasi nessuno lo ascoltò. Tornò a Lu che era già vecchio, con le mani macchiate e la schiena curva. Aveva riunito attorno a sé molti allievi. Passava le giornate a scrivere gli annali del suo paese, un anno dopo l'altro, ogni evento in poche righe asciutte.
Un giorno di primavera, nel quattordicesimo anno del duca Ai di Lu, ci fu una grande caccia a ovest, in una pianura fuori città. Il fragore dei carri e dei cani spaventò il bosco, e qualcosa saltò fuori dai cespugli.
Era un animale che i cacciatori non conoscevano.
Aveva il corpo di un cervo, il corno unico, la coda di bue. Era magro, spaventato. Cercava di scappare e non sapeva dove. Gli uomini, vedendolo, si guardarono. Nessuno sapeva dire che bestia fosse. Uno disse che portava male. Uno disse che bisognava ucciderlo prima che portasse sciagura. Alla fine un auriga della famiglia Shusun lo prese, e lo portarono via senza sapere che cosa avessero fra le mani.
Qualcuno corse da Confucio.
«Maestro, abbiamo preso una bestia strana. Venite a vederla.»
Il vecchio lasciò il pennello. Si alzò con fatica e li seguì. Quando arrivò, attraversò il cortile, scostò con una mano la folla, e si fermò.
Davanti a lui c'era il qilin.
Lo riconobbe subito, come si riconosce il volto di una persona che non si è mai dimenticata. L'animale lo guardò. Forse lo riconobbe a sua volta: dicono che, sul corno, fosse rimasto un filo rosso sbiadito, quello di un nastro di tanti anni prima. Ma questo è un particolare che ogni narratore ricorda un po' a modo suo.
«È un qilin», disse Confucio. La voce gli tremò.
I cacciatori restarono zitti.
«Viene soltanto quando c'è un re giusto», continuò. «Viene per annunciare qualcosa. E oggi è venuto in un tempo in cui non c'è nessun re giusto, non c'è nessuno che sappia riconoscerlo, e lo hanno preso come si prende un cervo.»
Alzò la manica per coprirsi il viso. Quando la tolse, era bagnata di lacrime. Dice il «Gongyang» che il maestro pianse così a lungo da inzuppare la veste.
«Per chi è venuto?» sussurrò. «Per chi è venuto, e perché adesso?»
Nessuno ebbe il coraggio di rispondere.
Quella sera Confucio tornò alla sua scrivania. Riprese il pennello. Scrisse una riga sola, breve come tutte le altre: Nella primavera, nel quattordicesimo anno, durante una caccia a ovest, fu catturato un qilin. Poi posò il pennello. Gli annali che stava scrivendo finiscono lì. Non scrisse mai più una parola di quel libro.
Il «Gongyang» gli attribuisce, in quei giorni, una frase sola: che il suo cammino era finito.
Ma il nome di Confucio è rimasto. Quello che era scritto sulla giada, in una radura tra le colline, si è avverato: nessun re gli diede la corona, e per più di duemila anni i re hanno studiato i suoi libri.
E il qilin, dicono, da allora si fa vedere ancora meno. Non aspetta un saggio che nasca o un saggio che muoia. Aspetta che il mondo impari a riconoscerlo.
Parenti nel mondo
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Fonti
- «Liji», Libro dei riti
- Wang Jia, «Shiyi ji» (IV secolo)
