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Una lunga fila di grandi torce a ventaglio accese che scende di notte lungo le strade di un paese

festa del fuocoAgnone · Molise

La 'Ndocciata di Agnone

le «'ndocce», cioè le torce

per niente paurosa

La sera della Vigilia di Natale, ad Agnone, scende per le strade un fiume di fuoco. Sono tante «'ndocce», grandi torce a forma di ventaglio fatte di legno d'abete, ognuna con tante fiamme, portate a spalla dagli abitanti delle contrade del paese. Da dove venga questa usanza nessuno lo sa con certezza. Molti pensano ad antichissimi riti del fuoco per la notte più lunga dell'anno; con il tempo le torce sono diventate la luce del Natale, quella che i contadini usavano per scendere in chiesa.

Lo sai che… una sola 'ndoccia può avere fino a venti fiamme accese insieme.

La storia

La sera del 24 dicembre, ad Agnone, un paese di meno di cinquemila abitanti, il buio arriva presto. Nei vicoli, le finestre si accendono una dopo l'altra, e l'aria sa di freddo, di legna e di pane.

Ma questa non è una sera come le altre. C'è qualcosa che aspetta il suo momento, ben nascosto sotto il cielo che si fa nero.

Poi, da lontano, un chiarore.

Prima sembra una stella caduta in fondo alla strada. Poi un'altra. Poi molte. Dalle contrade cominciano ad avanzare piccole luci in movimento, e quel movimento ha un ritmo, come un respiro. Qualcuno dice che lo vedi arrivare prima ancora di sentirlo.

Poi, sulla strada, ecco il fuoco.

Sono le 'ndocce. Le torce di Agnone. Ognuna è una specie di albero di fuoco: un fascio di legno d'abete, alto fino a sei metri, aperto a ventaglio, con uno o più bracci. Alcune hanno fino a venti fiamme che bruciano insieme. Sono fatte a mano, con abete e stoppa, da famiglie che si tramandano questa arte da generazioni: i padri la insegnano ai figli, come fosse una lingua.

Le portano a spalla gli uomini del paese, vestiti con gli abiti della tradizione. Ogni passo è una fatica. Le fiamme sono in alto, dritte nel buio, e il calore arriva sul viso anche a distanza. Si sente il fuoco che soffia, il legno che crepita, il passo pesante dei portatori sul selciato.

E non è una persona sola. Sono molti. Vengono da cinque contrade, da cinque parti diverse del paese, e ognuna ha le sue torce. Partono dalla periferia, scendono, salgono, si avvicinano al centro. Da ogni contrada il suo fiume di fuoco scende verso lo stesso punto.

Un bambino, sulle spalle di suo padre, guarda tutto con la bocca aperta. Il fuoco gli si riflette negli occhi. Pensa, forse, che il paese si sia trasformato in una lunga fiamma che cammina. Ha ragione.

Quando passano, la gente si ferma. Alcuni applaudono, altri restano zitti. Tutti sentono la stessa cosa: che questa luce, in questa notte, ha un peso.

Perché da dove viene, nessuno lo sa bene. È questo il bello, e anche il mistero.

Molti pensano che sia un'usanza antichissima, di prima ancora dei Romani. Si dice che a farla nascere siano stati i Sanniti, il popolo che abitava queste terre, anche se nessun documento lo prova: le prime notizie scritte sulla festa sono dell'Ottocento. Per loro, e per tanti popoli, la notte del solstizio d'inverno, la più lunga dell'anno, era una notte difficile. Il sole sembrava scomparire. E allora si accendeva il fuoco: per fare luce, per proteggere, per dire al sole di tornare. Il fuoco purificava, faceva rinascere.

Poi il tempo è passato, sono cambiate le religioni, e il rito è rimasto. Col cristianesimo, il fuoco ha preso un nuovo significato: la luce della nascita di Gesù. E dopo il Settecento, si racconta, i contadini cominciarono a portare le torce verso le chiese, nella notte di Natale. Quelle torce servivano a fare luce nella strada buia, ma erano anche un modo per dire: stiamo arrivando.

Per questo, ancora oggi, le 'ndocce sono la luce del Natale di Agnone.

Il corteo avanza, e il rumore cambia. Non è più solo il crepitio. Si sentono le voci, il passo che si fa più veloce, i tamburi del cuore. Intorno, la gente ha il volto illuminato dalla luce arancione, e ogni faccia sembra più giovane, più viva.

Finalmente, la piazza.

Le cinque processioni arrivano lì, da strade diverse, e si fondono. Le 'ndocce si avvicinano una all'altra, formando un'unica grande foresta di fiamme. E poi, in mezzo alla piazza, c'è il falò. Le torce vengono gettate nel fuoco, una dopo l'altra, e il falò sale alto, altissimo. Qualcuno lo chiama il Falò della Fratellanza. È con lui che il paese comincia a festeggiare.

La gente si stringe attorno, si scalda le mani, si abbraccia. Chi ha freddo si avvicina. Chi ha paura del buio, adesso, non la sente più.

Questo fuoco non appartiene più ad Agnone soltanto. Ogni anno la tradizione si ripete anche a dicembre, intorno all'Immacolata, e a volte il fuoco è uscito dal paese perché altri potessero vederlo. Una, a Roma, in piazza San Pietro, l'8 dicembre 1996: offerta a papa Giovanni Paolo II per i cinquant'anni del suo sacerdozio. Un'altra ad Assisi, il 3 e 4 ottobre 2011, sul sagrato della basilica di Santa Maria degli Angeli. Un'altra ancora a Milano, il 26 settembre 2015: circa cinquecento torce portate da centotrentacinque 'ndocciatori, che illuminarono la Darsena e i Navigli.

Nel 2011 la 'ndocciata ha ricevuto un riconoscimento come «patrimonio d'Italia per la tradizione»; oggi la festa aspira a quello dell'UNESCO, come patrimonio immateriale dell'umanità. Una versione simile, un po' diversa, si fa anche a Civitanova del Sannio.

Ma la verità è che l'unico riconoscimento che conta lo ricevono ogni 24 dicembre, quando le luci scendono dalle colline e il paese diventa, per una notte, un fiume di fuoco.

E sembra una cosa semplice: un fuoco, una strada, una comunità che cammina insieme.

Eppure, a pensarci, è quasi tutto quello che serve.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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