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Atlante dei Miti 0/300
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Un fiume dorato in una foresta verde, con uno specchio di ottone appoggiato su una pietra della riva

orisha dell'acqua dolceOsogbo, Nigeria · tradizioni africane

Oshun

Ọṣun, in yoruba

per niente paurosa

Oshun è l'orisha dei fiumi e dell'acqua dolce, della dolcezza, dell'amore e della fertilità. Il suo colore è il giallo dorato; in Nigeria si ricordano di lei il ventaglio di ottone e i braccialetti, e nelle Americhe lo specchio. Un racconto dice che quando gli altri orisha provarono a sistemare il mondo senza di lei, niente funzionava: la pioggia non cadeva e la terra si seccava. Solo quando chiesero il suo aiuto le cose tornarono a crescere. È il segno che senza la sua dolcezza, la forza da sola non basta.

Lo sai che… la foresta sacra di Osun-Osogbo, in Nigeria, con le sue sculture e i suoi santuari lungo il fiume, è Patrimonio UNESCO dal 2005.

La storia

Chi cammina lungo un fiume in Nigeria, e sente nell'aria un profumo dolce, di miele e di fiori, sa di non essere solo. Qualcuno, in fondo, sta guardando con un sorriso.

È Oshun, dicono, la signora dell'acqua dolce.

Si vede da lontano. Veste di giallo, il colore dell'oro e del miele. Porta braccialetti d'ottone che tintinnano a ogni passo, come piccole onde. In mano tiene un ventaglio che luccica (in America dicono che si guardi in uno specchio, e che nello specchio guardi anche te), e ha una risata che passa fra gli alberi come una brezza. Quando balla, il fiume balla con lei.

Ma una volta, tanto tempo fa, nessuno la ascoltava. Ed è una storia da raccontare, perché da allora molte cose sono cambiate.

All'inizio, quando il mondo era appena fatto, dal cielo scesero sulla terra diciassette orisha. Erano i primi, i più potenti. Avevano ricevuto l'ordine di Olodumare di sistemare tutto: dare un posto ai fiumi, ai boschi, agli animali, agli uomini.

Sedici erano uomini. Una sola era donna: Oshun.

Il giorno in cui si riunirono per decidere come fare, si sedettero in cerchio, uno accanto all'altro, e cominciarono a discutere. Parlavano, parlavano, parlavano. Ognuno aveva un'idea e voleva imporla. Chi voleva alzare montagne, chi scavare valli, chi accendere fuochi.

Oshun ascoltava. A un certo punto alzò la mano.

«Posso dire una cosa?»

Silenzio. I sedici si guardarono. Poi uno di loro sbuffò.

«È una questione seria, Oshun. Restane fuori. Qui si parla di forza, di lavoro. Tu occupati d'altro.»

«Ma io…»

«Non adesso.»

Oshun chiuse la bocca. Non si arrabbiò. Si alzò, si sistemò i braccialetti e si allontanò senza dire niente. Si avviò lungo il greto del fiume, e si perse fra gli alberi.

Gli orisha, soddisfatti, tornarono al loro lavoro.

Passarono i giorni. Passarono le settimane. E a poco a poco si accorsero che qualcosa non andava.

Il cielo era sereno, ma non si decideva a piovere. I campi erano pronti, ma il mais non cresceva. Il fiume, che prima scorreva allegro, si faceva stretto e lento, e infine non fu più che un nastro di fango. Le donne del villaggio, che avevano tanto desiderato dei figli, non ne ebbero. Le piante si seccarono. Il mondo, fatto con tanta cura, sembrava un bellissimo vaso vuoto.

«Non capisco», disse uno degli orisha. «Abbiamo fatto tutto bene.»

«Abbiamo fatto tutto bene, e niente funziona», disse un altro.

«Forse abbiamo sbagliato una formula.»

Provarono con altre formule. Provarono con altri riti. Ogni cosa, per un attimo, sembrava dar segno di vita, poi si spegneva.

Alla fine, stanchi, tornarono in cielo, da Olodumare.

«Ti preghiamo di aiutarci», dissero. «Il mondo non vive. Abbiamo fatto tutto quel che ci hai chiesto.»

Olodumare li ascoltò con pazienza. Poi chiese:

«Dov'è Oshun?»

I sedici abbassarono lo sguardo.

«Non… non era con noi.»

«Allora non avete fatto tutto», disse Olodumare. «Quel che avete costruito senza di lei non può vivere. Tornate sulla terra e chiedetele perdono.»

Scesero di corsa. La cercarono lungo il fiume asciutto, fra i boschi spogli, nei villaggi silenziosi. La trovarono alla fine, seduta in un angolo della foresta, con il viso fra le mani. Il suo vestito era ancora giallo, ma non brillava più.

«Oshun», dissero, e questa volta lo dissero con voce bassa. «Abbiamo sbagliato. Non ti abbiamo ascoltata. Ti chiediamo di aiutarci.»

Lei li guardò a lungo.

«Io ho cercato di dirvelo», disse. «Ma voi non avete voluto sentire.»

«Lo sappiamo.»

Oshun si alzò. Si guardò attorno, a quel mondo grigio che avrebbe dovuto essere verde, e sospirò. Era un po' arrabbiata, ma era anche una madre, e le madri non lasciano che il mondo si secchi per ripicca.

«Io non posso far niente da sola», disse. «La pioggia sta in cielo. Devo andare da Olodumare.»

Ma il cielo era alto, e la strada impossibile da fare a piedi. Allora Oshun fece qualcosa che nessuno le aveva mai visto fare: si trasformò. Le sue braccia diventarono ali, la sua voce un gracchio roco, il vestito giallo si fece piume scure. Era un grande uccello, un avvoltoio, che nessuno avrebbe mai pensato di chiamare bello. Ma volava più in alto di qualsiasi altro.

Salì, salì, e salì ancora. Il sole la bruciava, l'aria si faceva sottile. Per lunghi tratti le piume le caddero, e il volo diventò fatica e dolore. Ma non si fermò.

Giunse, alla fine, davanti a Olodumare.

Non portò richieste urlate. Non portò minacce. Si fermò e parlò con la voce dolce che è sempre stata la sua forza. Disse della terra secca e delle donne in lacrime, e dei campi, e dei bambini mai nati. Olodumare la ascoltò fino all'ultima parola.

Poi alzò la mano.

E la pioggia cadde.

Cadde sulla terra spaccata, che bevve come una bocca assetata. Cadde sul fiume, che si rialzò e riprese a cantare. Cadde sul mais, che alzò le foglie. Cadde sulle donne, che risero e ballarono sotto l'acqua. Il mondo, di colpo, si riempì di verde.

I sedici orisha, in disparte, rimasero a guardare.

«Aveva ragione», mormorò uno.

«Aveva sempre ragione», disse un altro.

Da quel giorno nessuno, fra gli orisha, osò più dire che la forza basta da sola. E Oshun diventò la signora dell'acqua dolce, dell'amore e dei figli, la madre del miele, colei che sa far crescere ciò che il fuoco e il ferro non sanno.

Ancora oggi, nella città di Osogbo, in Nigeria, c'è un bosco che porta il suo nome. È una foresta fitta, attraversata da un fiume tranquillo, piena di piccoli santuari e di sculture che raccontano la sua storia. L'UNESCO l'ha dichiarata Patrimonio dell'Umanità nel 2005. Ogni anno, in agosto, migliaia di persone arrivano da lontano, vestite di bianco e di giallo, per ringraziarla. Le donne che desiderano un figlio le portano miele, e lo versano nell'acqua.

Chi si ferma sulla riva, in silenzio, dicono, può sentire un tintinnio leggero fra gli alberi. È il suono dei suoi braccialetti.

Oshun è passata di qui, e non ha fretta.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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