
La Valle perduta dei Walser
«Das verlorene Tal», in lingua walser
per niente paurosa
I Walser, il popolo di montanari arrivato secoli fa a Gressoney, raccontavano di una valle verde e felice nascosta oltre i ghiacciai del Monte Rosa: la patria dei loro antenati. Nel 1778 sette giovani del paese decisero di andare a vederla. Salirono sui ghiacciai, spinti dalla voglia di sapere più che dalla gloria, fino a superare i 4.000 metri. Da uno sperone di roccia videro finalmente sotto di loro i pascoli verdi del Riffelberg e del Riffelalp e la valle di Zmutt. La spedizione è storia vera, la valle perduta era un sogno.
Lo sai che… quella roccia oggi si chiama «Roccia della Scoperta», e i sette ragazzi sono ricordati tra i primi alpinisti del Monte Rosa.
La storia
D'inverno, a Gressoney, il buio arriva presto e le serate non finiscono mai. Si sta nella stalla, per il caldo delle mucche, e le donne filano e gli uomini riparano gli attrezzi. I bambini siedono a terra e ascoltano.
Le nonne, in quelle serate, raccontavano di una valle.
Non una valle qualsiasi. Diceva la nonna che, dietro il Monte Rosa, oltre i ghiacciai, c'era un posto verde come nessun altro. Pascoli larghi. Erba alta. Mucche grasse, case solide, gente che non faceva fatica. Un tempo, dicevano, i loro antenati ci avevano vissuto. Poi i ghiacciai avevano cominciato a crescere, a coprire i passi, a chiudere le strade. E la valle era rimasta là, intatta, dall'altra parte del bianco.
La chiamavano il Verluoretal, «la valle perduta».
I bambini ascoltavano a bocca aperta. Molti di loro, crescendo, la dimenticavano. Uno, no.
Joseph Beck aveva diciotto anni e nell'inverno del 1777 si trovava ad Alagna, il paese walser dall'altra parte del Monte Rosa. Lì sentì una cosa che gli fece alzare la testa: gli alagnesi volevano andare a cercare la valle perduta. Quell'estate avrebbero salito i ghiacciai per vedere se esisteva davvero.
Joseph tornò a Gressoney per Pasqua con quella notizia dentro. La disse a suo fratello Valentino.
«Perché aspettiamo che arrivino loro?» disse Valentino.
Nessuno dei due riuscì a dormire, quella notte. Poi, uno alla volta, cercarono altri ragazzi: Franz Castel, Jean Etienne Litschgi, Joseph Zumstein, Sebastian Linty. Ultimo si aggiunse Nicolaus Vincent. Erano sette.
Non lo dissero a nessuno. Si incontravano di nascosto, di sera, e discutevano del modo di camminare sul ghiaccio, dell'ordine in cui avrebbero marciato, di che cosa mettere nelle sacche. A quei tempi non si conoscevano ancora le tecniche dell'alpinismo, né i ferri che si usano oggi. Nessuno aveva mai fatto una cosa del genere. Ma loro avevano qualcosa di più forte: la voglia di sapere com'è fatto il mondo di là.
Non cercavano la gloria. Volevano la verità.
Per mesi dovettero fare finta di niente. Con i genitori, al lavoro nei campi, a messa: sempre con quella cosa nascosta sotto la lingua. Joseph guardava il Monte Rosa dalla finestra, e il Monte Rosa, grande e bianco, sembrava guardarlo a sua volta.
Finalmente venne la fine dell'estate del 1778. Si riunirono in segreto all'alpe Lavetz, e lì passarono la notte, senza dormire molto. A mezzanotte si alzarono. Si legarono le scarpe, si caricarono le sacche, e partirono nel buio, uno dietro l'altro, senza parlare.
L'aria era così fredda che i denti battevano. Superarono il posto che chiamano Hoches Licht, e quando furono oltre erano le quattro. Poi cominciarono a salire il ghiacciaio di Garstelet.
Il ghiaccio cigolava sotto gli scarponi. Qua e là c'erano crepacci, fessure scure come bocche, che bisognava aggirare. Ogni tanto uno si fermava e gli altri lo aspettavano. Nessuno diceva «torniamo».
L'alba li colse sul ghiacciaio. La neve passò dal blu al rosa, poi all'oro. Il respiro era diventato corto. Ogni passo costava, ma nessuno ci faceva caso. Dietro di loro la valle di casa diventava piccola, poi un puntino, poi niente. Davanti c'era solo la salita, e ogni volta che pensavano di essere arrivati compariva un altro pezzo di pendio.
A mezzogiorno raggiunsero una punta di roccia nera piantata in mezzo al ghiaccio, nel mezzo del colle che chiamano Lysjoch, a più di quattromila metri. Si arrampicarono sull'ultimo sasso, e lì si fermarono.
Il vento era cessato. Davanti a loro, sotto, c'era il mondo.
E c'era una valle. Verde. Pascoli larghi, prati, pendii morbidi. Il Riffelberg, il Riffelalp, giù in fondo la valle di Zmutt. Come l'aveva raccontata la nonna.
Nessuno parlò per un pezzo. Joseph pensò alla voce di sua nonna, e a quante volte, da bambino, aveva immaginato proprio quel verde.
Poi Valentino rise, o forse pianse, e dopo un po' ridevano tutti. Rimasero lì due ore a guardare, seduti sulla roccia, a mangiare quel che avevano. Alla roccia sulla quale si trovavano diedero il nome di Entdeckungsfels, «la roccia della scoperta».
«È vera», disse qualcuno. «Non è una storia.»
«No», rispose un altro. «Ma la nonna non ci crederà.»
Per scendere ci misero il resto del giorno. Tornarono all'alpe Lavetz, dove dormirono, e solo la mattina dopo ripresero la strada di casa.
Non si fermarono a quell'unica volta. Ci tornarono nel 1779, e di nuovo nel 1780.
Ogni volta la valle era là, uguale, ad aspettarli. E ogni volta, nelle stalle di Gressoney, qualche bambino in più ascoltava la storia della valle perduta e poi, di nascosto, alzava gli occhi verso il ghiacciaio. Chissà come, dopo quell'estate, la storia aveva un finale in più.
Quasi duecentocinquant'anni fa, sette ragazzi di Gressoney, racconta la storia locale, arrivarono lì per primi, senza sapere cosa avrebbero visto. Per questo li ricordano come i primi alpinisti del Monte Rosa. Ma, da quel giorno, la valle perduta non era più perduta. Era solo lontana, e bellissima.
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Fonti
- Henri Armand, «Le notaire Bastrenta, Walser et citoyen du monde», Nouvelles du Centre d'études francoprovençales n. 49 (2004), con il racconto di Umberto Monterin sulla salita del 1778
- Walser Kulturzentrum / Centro Culturale Walser, «Walser Kulturzeitung» n. 8 (2018)
- Regione Autonoma Valle d'Aosta, turismo, «I Walser»
