
Lo Yowie
yowie o «yahoo», in inglese australiano
un po' paurosa
Lo yowie è una creatura di cui si parla nelle foreste e sulle montagne dell'Australia orientale: un grande essere peloso che cammina su due gambe, simile allo yeti dell'Himalaya o al Bigfoot americano. La sua storia mescola cose diverse. Alcuni popoli aborigeni raccontano di «uomini pelosi» dei boschi, con nomi propri nelle loro lingue; nell'Ottocento i coloni scrivevano sui giornali di uno «yahoo» avvistato nella foresta; il nome «yowie» è diventato famoso solo negli anni Settanta del Novecento. Nessuna prova scientifica ha mai mostrato che esista.
Lo sai che… nel 1977 uscì un libro dedicato a questa storia, scritto da Joyner.
La storia
La prima cosa che si notava, in quel bosco, era il silenzio.
Non era assenza di rumori. C'era il vento nelle cortecce che pendevano dagli eucalipti, c'era il crepitio dei rami che si scaldavano al sole, c'era l'acqua del torrente, lontano, giù nella valle. Ma tutto sembrava tenersi un po' sottovoce, come in una casa dove qualcuno sta dormendo.
I tre uomini che avevano montato il campo sul crinale non ci facevano caso. Erano tagliaboschi. Erano venuti con un carro, due buoi, un cuoco e un ragazzo di quattordici anni, di cui nessuno, in quel posto, si prendeva la briga di ricordare il nome. Il lavoro era duro, e i giorni lunghi. A sera si mangiava pane e carne secca intorno al fuoco e si andava a dormire senza parlare.
Il quarto giorno si unì a loro un uomo del posto, che conosceva le piste e portava le provviste dalla fattoria più vicina. Era un tipo tranquillo, di poche parole. Si sedette al fuoco, tirò fuori la pipa e guardò il bosco in silenzio per molto tempo.
«Tutto bene?» chiese il cuoco.
«Tutto bene», disse l'uomo. «Basta non seguire certe tracce.»
«Quali tracce?»
Lui non rispose. Fumò ancora un po', poi si alzò, e andò a stendere la sua coperta.
Il ragazzo, quella notte, dormì male.
Si svegliò che non era ancora l'alba. Il fuoco era un mucchio di braci rosse. Gli uomini dormivano, i buoi respiravano lentamente nel loro recinto di corda. Eppure il ragazzo aveva sentito qualcosa, un rumore preciso, un suono che lo aveva tirato fuori dal sonno come un amo.
Un colpo. Un colpo sordo, di legno su legno.
Stette immobile. Dopo un po' lo sentì di nuovo, più lontano. Poi niente.
Un odore gli arrivò alle narici, portato dall'aria che saliva dalla valle. Era un odore forte, muschiato, di bestia bagnata e di terra smossa, con dentro qualcosa di acido. Non era l'odore dei buoi. Non era l'odore del fuoco. Il ragazzo si strinse nella coperta e non osò muoversi.
Alle prime luci, prese il coraggio e si alzò. Uscì dal campo e girò intorno al recinto dei buoi. Gli animali erano nervosi: scalpitavano, storcevano gli occhi, e il più grosso aveva la schiena coperta di sudore.
Vicino al recinto, nel fango, c'erano delle impronte.
Il ragazzo si accucciò. Erano piedi nudi, con cinque dita. Ma erano troppo grandi: il suo, accanto, ci stava dentro come una barca in un fosso. Le impronte seguivano il perimetro del recinto, a lunghi passi, poi si allontanavano tra gli alberi. Alcune erano più profonde, come se chi le aveva lasciate si fosse fermato a guardare.
Corse a svegliare gli altri.
Gli uomini guardarono le impronte, a lungo. Il più anziano si grattò la barba.
«Un orso», disse.
«Qui non ci sono orsi», rispose il cuoco.
«Allora un uomo.»
«Con piedi così?»
Nessuno rispose. L'uomo del posto, che si era avvicinato in silenzio, tolse la pipa di bocca.
«Ve l'ho detto», disse piano. «Non si seguono.»
Ma c'era sempre uno che voleva vedere. Il più giovane dei tagliaboschi, un tipo curioso e un po' presuntuoso, decise di andare a controllare da solo. Prese un'accetta, si inoltrò tra gli alberi e sparì per un'ora.
Quando tornò, era pallido.
«Che hai visto?» chiese il cuoco.
«Niente», disse lui. «Ho trovato dove le tracce finiscono. In cima al crinale, sotto un grosso albero. L'erba era schiacciata, come se qualcuno si fosse seduto a guardare giù, verso il campo. Per un bel po'.» Si passò una mano sul collo. «E c'erano dei peli attaccati alla corteccia. Neri. Lunghi come la mia mano.»
«Capelli di un uomo?»
«Non so.»
Quella sera nessuno dormì davvero. Il fuoco rimase acceso tutta la notte, alimentato a turno, e tutti si tennero le armi vicine. Non successe niente. O quasi. Verso mezzanotte, da molto lontano, arrivò un suono che non era un grido e non era un canto: una nota bassa, lunga, che saliva e poi si spegneva, come il fiato di qualcuno che si lamenta. I buoi smisero di masticare. Il cuoco, che teneva il turno di guardia, si alzò con il fucile in mano e restò in piedi, senza fiatare, per un tempo che gli parve molto lungo. Il suono non si ripeté. Nel buio, oltre il cerchio del fuoco, i cespugli smisero di muoversi uno alla volta.
Solo verso l'alba il ragazzo guardò verso la cresta e gli parve di vedere una forma più scura contro il cielo che schiariva: alta, spessa, ferma, con le spalle troppo larghe per un uomo e le braccia che arrivavano troppo in basso.
Poi un banco di nebbia salì dalla valle e la coprì.
Quando si diradò, sulla cresta c'era un tronco spezzato. O almeno, così disse il cuoco. Il ragazzo non seppe mai se fosse vero.
Il giorno dopo i tagliaboschi caricarono il carro e se ne andarono, anche se mancavano ancora molti alberi da abbattere.
Questa storia, così com'è, non è mai accaduta. È una storia costruita con quello che si racconta da molto tempo, nelle foreste dell'Australia orientale, di una creatura grande e pelosa che cammina su due gambe.
Alcuni popoli aborigeni parlavano di uomini pelosi dei boschi, con nomi propri nelle loro lingue. Nell'Ottocento, i coloni scrivevano sui giornali di uno «yahoo», un nome che forse veniva dai «Viaggi di Gulliver». Il nome «yowie» era stato annotato già nel 1875, tra i Gamilaraay, come quello di uno spirito che vaga di notte, ma diventò famoso solo negli anni Settanta del Novecento, e nel 1977 Graham Joyner raccolse in un libro i racconti e le testimonianze di tutta la regione.
Che cosa ne uscì? Una quantità di racconti, di impronte, di avvistamenti. E nessuna prova che uno yowie esista. Nessun osso, nessuna fotografia nitida, nessuna pelle.
Resta una cosa da dire. In una foresta grande, di notte, con il fuoco che si abbassa, basta poco. Un ramo che cade, un odore, una forma tra la nebbia. A volte la paura non è un animale. È un modo che gli uomini hanno di guardare il buio, quando non sanno cosa ci sia dentro.
Ma quel bosco, ancora oggi, è molto grande.
Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.
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Fonti
- Graham Joyner, «The Hairy Man of South Eastern Australia» (1977)
- National Library of Australia, Trove, articoli di giornale dell'Ottocento sullo «yahoo»
