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Una facciata di pietra con tanti volti dal lungo naso ricurvo, sotto una pioggia che cade su un campo di mais

dio della pioggiaYucatán, Messico · mitologie azteca e maya

Chaac

Chaak, in maya

un po' paurosa

Chaac era il dio maya della pioggia e del fulmine. Con la sua ascia di pietra colpiva le nuvole per far nascere il tuono e cadere la pioggia sui campi di mais. Nella penisola dello Yucatán non ci sono fiumi in superficie, e la pioggia era tutto: per questo i suoi volti, con un lungo naso ricurvo, sono scolpiti a decine sulle facciate dei palazzi di città come Uxmal. Si pensava anche che esistessero quattro Chaac, uno per ogni direzione del mondo.

Lo sai che… nello Yucatán l'acqua si trova nei cenote, grandi pozzi naturali nella roccia: per i Maya erano anche porte verso il mondo sotterraneo.

La storia

Nello Yucatán non ci sono fiumi.

Chi ci arriva per la prima volta lo trova strano: una pianura piatta, coperta di foresta bassa, con il terreno così calcareo e sottile che l'acqua dei temporali scompare in un attimo, come se la terra fosse una spugna. Il suo vero fiume scorre sotto: nelle grotte, nei pozzi, nei grandi buchi che i Maya chiamavano dzonot, e che noi chiamiamo cenote.

Per un contadino di quella pianura, dunque, la pioggia era tutto. Quando veniva, il mais cresceva. Quando non veniva, restava soltanto la polvere.

Quell'anno la stagione secca durava da troppo tempo.

L'uomo aveva bruciato il suo campo nei giorni giusti, come si faceva sempre. Aveva fatto una fila di buchi con il bastone e in ognuno aveva lasciato cadere i semi, aspettando le nuvole. Le nuvole non erano venute. Ogni mattina saliva su una pietra e guardava a est, dove il cielo si schiariva, vuoto e uguale.

«Papà», disse suo figlio, «perché non piove?»

«Perché Chaac non ha ancora preso la sua ascia.»

Il bambino sapeva di Chaac. Lo aveva visto sulle pareti dei grandi palazzi, durante il mercato, quando il padre lo portava in città: una faccia di pietra con gli occhi tondi, il naso lungo e ricurvo come una proboscide, le zanne che spuntavano ai lati della bocca. Ce ne erano a decine, una sopra l'altra, su tutta la facciata, come se il palazzo fosse fatto di sole facce. Facevano un po' paura.

«Chaac è buono», disse il padre, che aveva letto la sua paura. «Ma per svegliarlo bisogna meritarselo.»

Quella sera, dopo il tramonto, l'uomo si mise in cammino con una giara vuota. Il figlio lo seguì, in silenzio.

Il cenote era a mezz'ora di strada, nascosto nella foresta. Si arrivava davanti a un buco nella roccia, largo e tondo come un occhio. Dentro, in fondo, molto in basso, c'era l'acqua: ferma, scura, immobile. Aveva la forma del cielo, ma era più profonda. I Maya dicevano che lì sotto cominciava un altro mondo, e che le porte per entrarci erano soltanto queste.

L'uomo scese per primo, aggrappato alle radici. Il bambino lo guardò scomparire, ingoiato dal buio. Poi sentì il rumore della giara che affondava e si riempiva. Su, nella foresta, le cicale avevano smesso di cantare, e il bambino, solo sul bordo, ebbe la sensazione di essere osservato da qualcosa di molto grande e molto paziente. Strinse una radice con la mano, contò fino a cento, poi fino a duecento. Quando la testa del padre riapparve sull'orlo, con la giara legata sulla schiena, si accorse di aver trattenuto il fiato.

Quell'acqua, presa dove nessuna mano l'aveva toccata, non si beveva. Serviva per la cerimonia del giorno dopo.

La mattina dopo, davanti alla capanna, il sacerdote del villaggio e quattro vecchi avevano disposto sul terreno un tavolo di rami, con pani di mais, miele, e incenso che bruciava fumando. I vecchi erano i chaques, quattro come i Chaac, e stavano ai quattro lati del tavolo. Pregarono tutta la giornata. Cantarono, battendo i piedi. Poi, verso sera, una rana si mise a cantare nel fosso.

Poi un'altra.

Poi dieci, venti, cento, in coro, a gola spiegata.

«Ascolta», sussurrò il padre al bambino. «Le rane sanno sempre prima di noi.»

Quella notte, senza che nessuno sapesse come, qualcosa cambiò nell'aria. Si fece più pesante, più umida. Il bambino non riusciva a dormire. Uscì davanti alla capanna e guardò il cielo.

All'alba, a oriente, comparve la prima nuvola. Era rossa come la brace. «Chac Xib Chac», disse il padre, e tutti si fermarono per salutarla. Era il Chaac dell'est.

Poi, da nord, ne comparve un'altra, bianca come il latte. Poi una nera, da ovest, bassa e pesante. Poi, a sud, una gialla, lucida come il polline.

I quattro Chaac, quelli dei quattro angoli del mondo, uno per direzione, si avvicinavano alla loro valle.

Sul bordo del cielo, dove le nuvole si incontravano, il bambino scorse un luccichio: era l'ascia. Sembrava di pietra liscia, grande come una porta. Qualcuno la alzò, lentamente, sopra una nuvola, e la lasciò cadere.

Il lampo saettò. Il tuono arrivò un attimo dopo, così forte che i tacchini scapparono sotto le capanne. Il bambino si coprì le orecchie, ma rideva.

E poi venne la pioggia.

Veniva dritta, a secchi, a sassate. Veniva con un odore di terra e di pietra bagnata. Il bambino corse fuori, a braccia larghe, con la testa all'insù, e la bocca aperta. Le grondaie di foglie si riempirono in un attimo. Il campo, bruciato e screpolato, bevve fino a gonfiarsi. L'acqua scivolò nei buchi della roccia, ritrovò la strada sotterranea, riempì il cenote fino all'orlo.

Per tre giorni non smise.

Il padre, seduto sotto il tetto di paglia, guardava il campo con gli occhi pieni di lacrime e non diceva niente.

Quando sentì un rumore nuovo, un fruscio verde, il bambino sporse la testa fuori. I primi germogli di mais erano spuntati dalla terra nera, tutti insieme, come se qualcuno li avesse chiamati.

«Vedi?» disse il padre, sorridendo. «Ora sai perché le facce di Chaac sono su tutti i palazzi.»

Nei libri dipinti dei Maya, quei pochi che si sono salvati, come il Codice di Dresda, Chaac è sempre in movimento. Lo si vede con l'ascia alzata, con un serpente che gli esce dalle mani come un lampo, o con un vaso rovesciato da cui scende l'acqua. Non sta fermo mai: la pioggia, per i Maya, era un lavoro che qualcuno faceva per loro.

Ancora oggi, a Uxmal, a Kabah, in tante città dello Yucatán, la sua faccia con il naso ricurvo guarda dalle pareti di pietra, e a Kabah ce ne sono centinaia, una accanto all'altra, su un unico edificio. I Maya non le avevano messe lì per spaventare. Forse le avevano messe perché Chaac si ricordasse della valle, anche nelle stagioni in cui la polvere dura troppo.

Nei percorsi

Ascolta / Leggi anche

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Fonti

  • «Codice di Dresda» (XI-XII secolo)
  • Diego de Landa, «Relación de las cosas de Yucatán» (circa 1566)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music