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Atlante dei Miti 0/300
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Un fiume di luce che scende dal cielo e si divide in tanti rivoli tra i capelli intrecciati di un dio in meditazione

il fiume sacro che scende dal cieloGangotri e Varanasi, India · tradizione induista

La nascita del Gange

Gaṅgā, in sanscrito

per niente paurosa

Per la tradizione induista il Gange è una dea, Ganga, e un tempo scorreva solo in cielo. Un re di nome Bhagiratha pregò per anni perché scendesse sulla terra e portasse pace alle anime dei suoi antenati. Ganga accettò, ma la sua caduta era così potente che avrebbe spaccato il mondo. Allora Shiva la accolse tra i suoi lunghi capelli intrecciati e la lasciò scendere piano, in tanti rivoli. Ancora oggi milioni di persone fanno il bagno nel fiume, e ogni sera sulle sue rive si accendono lampade per la preghiera.

Lo sai che… vicino alla sorgente, sull'Himalaya, il fiume si chiama ancora Bhagirathi, in ricordo del re che lo fece scendere dal cielo.

La storia

In principio, il Gange non scorreva sulla terra.

Scorreva in cielo. Ganga, la figlia dell'Himalaya, era stata data agli dèi, e nel cielo era un fiume di luce, quieto, pulito, che nessun uomo aveva mai potuto bagnare con le mani. In basso, sulla terra, c'erano solo i guai degli uomini. E uno di questi guai cominciò con un cavallo.

Il re Sagara regnava a Ayodhya. Aveva sessantamila figli, e voleva celebrare il grande sacrificio del cavallo, una cerimonia che dà gloria e potere. Il cavallo, lasciato libero di vagare per un anno, venne rubato. Lo aveva preso Indra, per paura di perdere il suo trono.

I figli di Sagara partirono a cercarlo. Cercarono sulla terra e non lo trovarono. Allora, sempre più furiosi, scavarono. Scavarono dappertutto, finché il mondo ne tremò e gli animali, spaventati, scapparono dalle loro tane. Scavarono fino alle regioni più basse, dove nessun uomo era mai arrivato.

Là sotto, in un luogo silenzioso, trovarono il cavallo. Vicino a lui sedeva un saggio, assorto in meditazione. Era Kapila.

Pensarono che fosse stato lui a rubare. Lo accusarono a gran voce, lo minacciarono. Il saggio aprì gli occhi.

Bastò uno sguardo. Sessantamila fratelli diventarono sessantamila mucchi di cenere, nel buio.

La notizia arrivò a Ayodhya. Per anni, per generazioni, nessuno seppe cosa fare. Quelle anime non avevano pace. Per liberarle servivano le acque di Ganga, ma Ganga era in cielo, e chi poteva chiederle di scendere?

Passò il tempo. Passò Anshuman, nipote di Sagara, e passò suo figlio Dilipa. Alla fine, il trono toccò a Bhagiratha.

Bhagiratha era un re giusto. Ma aveva un peso, nel cuore, che nessun potere poteva togliere: i suoi avi, in fondo alla terra, sotto il buio, aspettavano. Un giorno affidò il regno ai ministri, lasciò il palazzo e andò sull'Himalaya.

Si sedette in un posto freddo e vuoto, e cominciò a pregare.

Pregò per anni. Mangiava poco, dormiva poco. Stava in piedi, immobile, con le braccia alzate al cielo, mentre il vento gli gelava la faccia e la neve gli si posava sulle spalle. Le stagioni passavano sopra di lui come sopra una roccia. Non chiedeva niente per sé.

Finalmente, un giorno, il dio Brahma apparve.

«Che cosa vuoi, Bhagiratha?»

«Che Ganga scenda sulla terra, per liberare le anime dei miei avi.»

Brahma annuì. «Ganga scenderà. Ma la sua caduta sarà così potente che la terra non potrà reggerla: si spaccherebbe. Serve qualcuno che la sostenga. Solo Shiva ne è capace.»

Bhagiratha non si perse d'animo. Tornò a pregare, questa volta Shiva. Per un anno intero rimase in piedi su un solo piede, con la punta appoggiata al suolo, senza muoversi, senza lamentarsi. Alla fine Shiva si mostrò e disse: «Sono contento di te. Reggerò io il fiume.»

Ganga, in cielo, sentì il richiamo.

Era una dea orgogliosa. Pensò che nessuno al mondo potesse fermarla. Si disse: scenderò con tutta la mia forza, e porterò Shiva con me fin nel profondo della terra.

E si gettò.

Fu un rumore che si sentì per l'universo. Un fiume intero che cade dal cielo, con tutta la sua acqua, tutta la sua furia, in un'unica massa bianca. Bhagiratha alzò gli occhi e vide il fiume venire giù come un muro, e non osò respirare.

Shiva era lì, sulla cima di una montagna. Non si spostò. Aprì i suoi lunghi capelli intrecciati, quelli che portava avvolti in alto, e li lasciò accogliere Ganga.

L'acqua si perse.

Ganga cadde dentro quei capelli e non uscì. Girò e rigirò fra le trecce, in un labirinto senza fine, e per anni non trovò la strada. La sua forza, la sua superbia, tutto si spense lì dentro, e quel che restava di lei fu una dea che aveva imparato quanto è grande ciò che non si vede.

Bhagiratha aspettava giù, sul bordo. Non vedeva scendere niente, neanche una goccia. Allora, senza perdere la pazienza, ricominciò a pregare Shiva.

Shiva ascoltò. Sciolse una treccia, e il fiume, dolce questa volta, scese in tanti rivoli. Come una carezza. Le acque si separarono e presero strade diverse. Una seguì Bhagiratha.

Il re salì su un carro e partì, e il fiume dietro di lui lo seguiva con un rumore di campane. Dove passava, la terra si ammorbidiva e l'erba cresceva. Passarono montagne, pianure, foreste.

A un certo punto Ganga allagò, senza volerlo, un luogo dove il saggio Jahnu stava celebrando un sacrificio. Jahnu, irritato, bevve il fiume in un sorso. Bhagiratha non si lamentò: pregò anche lui. Il saggio, dopo un poco, la lasciò uscire dall'orecchio. Per questo, dicono, il fiume si chiama anche Jahnavi, figlia di Jahnu.

Così, giorno dopo giorno, il carro arrivò al mare. Ganga si tuffò nell'oceano e scese in fondo, fino alle regioni di sotto.

Là, nel buio, c'erano le ceneri dei figli di Sagara.

L'acqua le sfiorò, una per una, come si sfiora il volto di un bambino che dorme. E sessantamila anime, finalmente, si sollevarono, leggere, verso il cielo.

Bhagiratha pianse, quando lo seppe. Era stato in piedi su un piede per un anno, era stato sotto la neve e il vento, e aveva dedicato la vita a questo. Brahma gli disse che da quel giorno il fiume si sarebbe chiamato come lui: Bhagirathi.

Ancora oggi, ai piedi dell'Himalaya, vicino alla sorgente, il fiume porta il suo nome.

E più giù, a Varanasi, ogni sera, sui gradini che scendono nell'acqua, si accendono migliaia di lampade. I fedeli le mettono in piccole barche di foglie e le lasciano partire, con un fiore, lungo la corrente. Una dopo l'altra le fiammelle si allontanano nel buio, e il fiume le porta con sé.

Come porta, dicono, tutto quello che gli si affida con amore.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • Valmiki, «Ramayana», Bala Kanda
  • «Bhagavata Purana», libro IX
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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