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Atlante dei Miti 0/300
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Un'enorme creatura con la testa di elefante e il corpo di serpente all'ingresso di una grotta che brilla di diamanti

mostro della grottaRichtersveld, Sudafrica · tradizioni africane

Il Grootslang

«grande serpente», in afrikaans

paurosa

In Sudafrica, secondo alcune versioni nel Richtersveld, una regione arida e rocciosa, si racconta di un mostro gigantesco mezzo elefante e mezzo serpente: il Grootslang. Secondo la leggenda è una delle prime creature del mondo, così forte e furba che, si dice, gli dèi, pentiti di averla creata, la divisero in due, facendo nascere gli elefanti e i serpenti. Ma un Grootslang riuscì a scappare. Vive in una grotta profondissima, che alcuni chiamano «Pozzo senza fondo», piena di diamanti, e attira i curiosi con le sue pietre preziose.

Lo sai che… il Richtersveld, con le sue montagne rosse e le sue piante strane, è Patrimonio UNESCO dal 2007.

La storia

Nel Richtersveld, all'angolo più secco del Sudafrica, la terra è rossa e le montagne sembrano fatte di ferro caldo. Di giorno il sole picchia sulle rocce e i serpenti dormono all'ombra. Di notte il freddo scende dal cielo, e si sente soltanto il vento che soffia fra i sassi.

Si racconta che, in quel luogo, ci sia qualcosa che non dovrebbe esserci.

Raccontano che, all'inizio del mondo, gli dèi fecero una creatura che era più forte e più furba di tutte le altre. Aveva la testa e la proboscide di un elefante e il corpo di un serpente, lungo, spesso, silenzioso. Era una creatura meravigliosa. E gli dèi, guardandola, ebbero paura di ciò che avevano fatto. Così la divisero in due: da una metà nacquero gli elefanti, dall'altra i serpenti.

Ma una creatura, dicono, riuscì a scappare prima del taglio. Si chiama Grootslang, il Grande Serpente. Vive ancora nel sottosuolo, in una caverna profonda come una notte senza stelle. E ha un'abitudine: ama i diamanti.

Quella caverna è piena di pietre. Le pareti, si dice, sono incrostate di luce. Quando il sole di mezzogiorno batte sull'ingresso, un riflesso azzurro risale dal buco e fa girare la testa. Qualcuno, nel corso degli anni, è andato a guardare. Pochi sono tornati.

Quella che segue è la storia di uno di loro.

Erano in due, un uomo e suo fratello, cercatori di diamanti. Avevano risalito il fiume Orange per giorni, con due asini, una tenda e un mucchio di corde. Dormivano sotto le stelle e bevevano acqua che sapeva di ferro. Un pomeriggio, seguendo un sentiero di capre, arrivarono a un punto in cui la roccia si apriva in un buco rotondo, stretto come un pozzo, nero come inchiostro.

Il fratello più giovane si affacciò e gridò dentro. L'eco tornò dopo molto tempo, senza la sua voce: una specie di respiro lungo.

«Senti l'aria?» disse. «È calda.»

«Non mi piace», rispose l'altro.

Ma sul fondo, a una profondità che non si riusciva a capire, qualcosa brillò. Una scintilla. Poi un'altra. Poi una specie di tappeto di piccole stelle, che si muoveva appena, come l'acqua di un lago sotto la luna.

Il più giovane non disse più niente. Prese la corda più lunga, la legò a un masso, e iniziò a scendere.

Il fratello maggiore restò in cima, con la corda fra le mani, a guardare il buco inghiottire una testa, poi le spalle, poi un lume sempre più piccolo. Contava i metri: dieci, venti, trenta. La corda scorreva senza intoppi. A un certo punto le dita si accorsero di una cosa: la corda era diventata calda.

Dopo un tempo che gli parve lunghissimo, dal buco salì la voce del fratello, sottile e lontana, deformata dalla pietra.

«Sono dappertutto», diceva. «Le pareti, il pavimento… non finiscono mai. Sono grandi come uova.»

«Torna su.»

«Ancora un momento. Ne prendo una sola.»

Il maggiore guardò la corda. Fuori, il sole stava calando, e le ombre delle rocce si allungavano come dita sulla sabbia rossa. Non c'era più un solo uccello nel cielo. Non c'era più nemmeno il vento.

Dal fondo del pozzo arrivavano rumori. Prima il fischio di un uomo che respira. Poi un suono più basso, e più lento. Frrrr. Frrrr. Come sabbia versata su una pelle tesa. Come un corpo molto lungo che si sposta, un anello dopo l'altro, sulla pietra.

«Va tutto bene?» gridò il maggiore, e la sua voce si perse.

Nessuna risposta.

Poi la corda diede uno strattone, così forte che quasi gli strappò le mani. Ci fu un grido, un grido breve, e il lume giù in fondo tremò e si spense.

Il maggiore non si mosse. Rimase lì, ad ascoltare. Sentiva il proprio cuore, e, sotto, nel buio, il rumore di qualcosa che saliva. Frrrr. Frrrr. Più vicino. Più vicino. Sentì l'odore: pietra bagnata, polvere, e sotto qualcosa di antico, di vecchio, come una stalla abbandonata da mille anni.

Allora, dal buco, si affacciò una forma.

Non la vide bene. Vide soltanto che l'ombra, nel pozzo, era più nera del pozzo. Che qualcosa di grosso, di molle e di lungo si muoveva piano, come una proboscide che tasta l'aria. E che dentro quell'ombra, due occhi piccoli e lucidi, della stessa luce dei diamanti, lo stavano guardando.

Non c'era cattiveria nello sguardo. C'era soltanto una fame immensa, e una pazienza ancora più grande.

Il maggiore tirò la corda con tutte le forze. Venne su leggera, troppo leggera, e all'estremità non c'era più nessuno: solo il sacchetto da cintura di suo fratello, strappato di netto. Se lo strinse al petto. Cadde all'indietro sulla roccia, si rialzò, corse. Non fermò il passo finché non vide il fiume. Gli asini avevano rotto le corde e si erano allontanati, urlando. Lui corse senza di loro, senza tenda, senza acqua, finché le gambe non cedettero.

Giunse in un villaggio due giorni dopo. Aveva la lingua gonfia e gli occhi di chi ha visto troppo. Raccontò tutto, e nessuno gli credette. Lo ospitarono per pietà.

Nel sacchetto, però, c'era una cosa sola. Una pietra, quella che suo fratello aveva voluto prendere «ancora un momento». Era un diamante grande come una noce, trasparente, con una luce azzurra dentro. Lo guardò a lungo. Poi lo avvolse in uno straccio e lo seppellì sotto un sasso, lontano dal villaggio, e non disse a nessuno dove. Non tornò più al fiume. Quando gli chiedevano se avrebbe rifatto quel viaggio, scuoteva la testa e guardava le proprie mani, che non smisero di tremare per un'intera stagione.

Chi racconta questa storia non dice mai se è vera. Dice soltanto che i cercatori ci vanno ancora, a volte, spinti dalla voce delle pietre. E che di notte, ai bordi del deserto, si sente talvolta un fruscio lento, lungo, un corpo enorme che si sposta nel sottosuolo, anello dopo anello.

Non è il vento. Il vento non respira.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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