
Obatala
Ọbàtálá, «re dalla veste bianca», in yoruba
per niente paurosa
Nella religione yoruba, Obatala è l'orisha della purezza, della calma e della saggezza, sempre vestito di bianco. La tradizione racconta che fu lui a plasmare con l'argilla i corpi degli esseri umani, prima che Olodumare donasse loro il respiro. Un giorno però, stanco e assetato, bevve troppo vino di palma, e le figure che modellò uscirono diverse dalle altre. Quando se ne accorse, promise di non bere mai più e di proteggere per sempre le persone nate con un corpo diverso. Per questo i suoi devoti evitano il vino di palma.
Lo sai che… in Brasile e a Cuba Obatala è venerato con il nome di Oxalá o Obatalá, e i suoi fedeli si vestono di bianco nei giorni a lui dedicati.
La storia
Gli anziani yoruba cominciano così, quando raccontano di Obatala: Si dice. Si è sempre detto. Perché queste non sono favole inventate per i bambini. Sono storie sacre, e vanno ascoltate con calma.
All'inizio, dicono, sotto il cielo non c'era terra. C'era acqua, e fango, e una distesa grigia che non finiva mai. Più in alto, nel cielo, viveva Olodumare, il Signore di tutto, che nessuno ha mai visto e da cui discende ogni cosa. Gli orisha, gli esseri divini che gli stanno intorno, vivevano con lui.
Un giorno Olodumare decise che sotto il cielo doveva esserci della terra asciutta, dove le creature potessero vivere. Chiamò Obatala, il più saggio e il più calmo degli orisha, quello che veste di bianco.
«Va' giù», gli disse. «Fa' la terra.»
Gli diede quello che serviva. Una lunga catena, per scendere. Un po' di terra, chiusa in un guscio. Una gallina con cinque dita per zampa. Una noce di palma. Obatala prese tutto con rispetto, e cominciò la discesa.
L'aria si faceva più fresca, e poi più umida. La catena oscillava. La gallina, stretta contro il petto, ogni tanto muoveva le zampe e brontolava piano, come se anche lei avesse un'opinione sul viaggio. Intorno non c'era alcun rumore, solo il tintinnio degli anelli. Sotto di lui il mondo era una distesa grigia che luccicava appena. Era un lavoro lungo. Faceva caldo, e a un certo punto Obatala trovò una palma carica di linfa, da cui gli uomini ricavano il vino. Era stanco, aveva sete. Bevve. Poi bevve ancora. Poi, con la testa pesante e il sorriso sulle labbra, si addormentò.
Fu allora che si fece avanti Oduduwa.
Le versioni, a questo punto, non dicono tutte la stessa cosa. In alcune, Oduduwa era un altro orisha, che aveva visto Obatala dormire e aveva pensato: se io facessi il suo lavoro? In altre, la terra era stata sua fin dall'inizio, e Obatala non c'entrava affatto. Ma nel racconto più conosciuto, Oduduwa prese ciò che Obatala aveva lasciato e scese lui al suo posto.
Versò la terra sull'acqua. Poi lasciò andare la gallina. La gallina, scavando e razzolando con le sue zampe a cinque dita, sparse la terra in tutte le direzioni, e dove passava il fango diventava solido. Una collina. Una valle. Una pianura. Per essere certo che il suolo reggesse, Oduduwa mandò avanti un camaleonte, che mise un piede, poi un altro, con molta prudenza, e disse che andava bene. Il posto dove cominciò tutto si chiama Ile-Ife.
Quando Obatala si svegliò, il lavoro era finito.
Rimase a lungo senza parlare. Intorno a lui l'erba, già alta, si muoveva al vento. Poi, a poco a poco, si accorse di una cosa strana: non era più arrabbiato. O forse lo era, ma sotto la rabbia c'era qualcos'altro, una specie di pace. Quando risalì, Olodumare non lo punì. Gli disse soltanto: «Hai un altro compito, e sarà più bello.»
«Quale?»
«Fare gli uomini.»
Così Obatala scese di nuovo, e questa volta rimase a Ile-Ife. Prese l'argilla. La impastò con acqua, con pazienza, con le mani larghe e lente che aveva. Dicono che per un solo corpo servisse un giorno intero, e che il dio non avesse mai fretta. Fece il primo corpo e lo posò a terra, ancora freddo, ancora senza vita. Non faceva mai due volte lo stesso naso, né la stessa mano. Poi un altro. Poi un altro ancora. Quando le figure furono pronte, Olodumare scese e diede a ognuna il respiro. Le dita si mossero. Gli occhi si aprirono. E sulla terra nuova ci fu, per la prima volta, qualcuno che parlava.
Il lavoro, giorno dopo giorno, andava avanti. Obatala era felice. E fu proprio in quei giorni che gli successe di nuovo.
Una sera, a fine lavoro, con le mani sporche d'argilla e la schiena stanca, gli portarono del vino di palma. Obatala lo bevve. Gli piacque. Ne bevve ancora. Quando tornò a modellare, aveva le dita più lente e il gesto meno sicuro, e le figure che uscirono dalle sue mani non erano tutte uguali alle altre. Una aveva una schiena curva. Un'altra un colore più chiaro del solito. Un'altra ancora non avrebbe camminato come gli altri, un'altra non avrebbe visto la luce.
Il mattino dopo, a mente lucida, Obatala guardò quello che aveva fatto.
Non le rifiutò. Non le nascose. Si sedette in mezzo a loro, sulla terra ancora umida, e disse quello che da quel giorno i suoi devoti hanno ripetuto per secoli.
«Non berrò mai più. E chi è nato diverso, perché io ho sbagliato la mano, resterà per sempre sotto la mia protezione.»
Mantenne la promessa. Per questo, ancora oggi, chi segue Obatala evita il vino di palma. Per questo si dice che chi è nato con un corpo diverso dagli altri sia caro al dio, e che offenderlo sia come offendere lui.
Le persone, in fondo, sono state fatte così: con argilla, con la fatica di un dio, con un respiro dato da un altro. Nessuna è uguale alle altre. Obatala dice di aver sbagliato la mano; ma per chi racconta, nessuna delle sue figure è uno sbaglio.
Obatala, nel racconto, è ricordato come l'orisha della calma, della purezza e della saggezza. Per questo si veste di bianco. Per questo i suoi fedeli, in Nigeria e dall'altra parte dell'oceano, in Brasile e a Cuba, dove lo chiamano Oxalá e Obatalá, indossano abiti bianchi nei giorni a lui dedicati, e preparano cibi chiari, e parlano a bassa voce.
Se vi capitasse, un giorno, di passare vicino a una di queste cerimonie, vedreste uomini e donne vestiti di bianco, in piedi, immobili, con gli occhi bassi. Non fate rumore. E se qualcuno vi offre del vino di palma, rifiutate con gentilezza.
C'è un dio, da qualche parte, che ha promesso una cosa, e la mantiene.
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Fonti
- E. Bolaji Idowu, «Olódùmarè: God in Yoruba Belief», Longmans (1962)
- Pierre Verger, «Orixás» (1981)
