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Una lunga sagoma scura con il collo alto che emerge tra le ninfee di un fiume nella foresta pluviale

creatura delle paludi del Congole paludi della Likouala, Congo · tradizioni africane

Mokele-mbembe

«colui che ferma i fiumi», in lingala

un po' paurosa

Mokele-mbembe è una creatura di cui parlano i racconti delle paludi del bacino del Congo: un animale grande come un elefante, con il collo lungo e la coda robusta, che vivrebbe nei fiumi e nel lago Tele. Il nome, in lingala, vuol dire più o meno «colui che ferma lo scorrere dei fiumi». Nel Novecento molti esploratori europei e americani partirono per cercarlo, convinti che fosse un dinosauro sopravvissuto. Nessuno ha mai trovato una prova: gli scienziati pensano che sia un racconto, forse ispirato a rinoceronti, elefanti, ippopotami o grandi coccodrilli.

Lo sai che… già nel 1776 un libro francese sul regno di Loango riferiva che alcuni missionari avevano visto nella foresta impronte enormi di un animale sconosciuto.

La storia

Immaginate un villaggio sul bordo di una palude, nel nord del Congo, al tramonto.

L'aria è densa e calda e sa di fango. Le zanzare cantano sopra l'acqua nera. In una radura, intorno a un fuoco basso, un vecchio pescatore sta riparando una rete, e intorno a lui siedono i bambini, con i piedi nudi e gli occhi spalancati.

«C'è un punto del fiume», dice il vecchio, «dove l'acqua resta ferma anche quando piove. Non è un buon posto per le piroghe.»

«Perché?» chiede uno dei bambini.

«Perché lì vive qualcuno che non vuole disturbi.»

Il fuoco crepita. Da qualche parte, lontano, una rana grida una volta, e tace. Un bambino si stringe le ginocchia con le braccia.

«Si chiama Mokele-mbembe.»

Questa scena è inventata da me: non c'è nessun vecchio e nessun fuoco. Ma racconti come questo, in quella regione, sono stati raccolti davvero, da molte persone, in molti anni. Nel bacino del Congo, dove la foresta è così fitta che può nascondere un villaggio per mesi, si parla da sempre di un animale grande come un elefante, con il collo lungo e la coda robusta, che vivrebbe nei fiumi e nel lago Tele, in mezzo alle paludi della Likouala. Il lago Tele è piccolo, quasi rotondo, e per arrivarci bisogna camminare per giorni nella foresta allagata, con l'acqua alle ginocchia e il fango che trattiene gli stivali.

Il nome, in lingala, vuol dire più o meno «colui che ferma lo scorrere dei fiumi». Un nome così fa pensare a qualcosa di enorme, che quando passa ferma l'acqua.

La prima volta che qualcosa di simile finì in un libro europeo fu nel 1776. Un libro francese, scritto sul regno di Loango, un antico regno della costa dell'Africa centrale, raccontava che alcuni missionari, camminando nella foresta, avevano trovato delle impronte enormi. Impronte profonde, larghe, di un animale che nessuno di loro riconosceva. L'animale non lo videro. Videro soltanto le orme, e il resto, come succede spesso, lo costruì l'immaginazione.

Poi, nel Novecento, la storia cambiò.

In Europa e in America, i giornali parlavano di dinosauri. Si scoprivano scheletri giganteschi, e i ragazzi li disegnavano sui quaderni. Così, quando gli esploratori sentirono parlare di un animale con il collo lungo e la coda grossa, qualcuno pensò: e se fosse un dinosauro? E se uno di loro fosse sopravvissuto, nascosto fra le paludi dove nessuno è mai arrivato?

Uno dei più convinti era Roy Mackal, un biochimico e virologo americano dell'Università di Chicago. Nel 1980 e nel 1981 partì per il Congo, con altri studiosi, e per settimane risalì i fiumi della Likouala, a piedi, in barca, nel fango, con un caldo tale che a mezzogiorno nessuno aveva voglia di parlare. Parlò con i pescatori, con i cacciatori, con gli abitanti dei villaggi, comprese comunità di pigmei. Raccolse moltissimi racconti. Ne fece un libro, nel 1987, che si chiama «Un dinosauro vivente?». Il punto interrogativo, nel titolo, è onesto.

Ecco che cosa trovò. Testimonianze: molte. Descrizioni: simili, ma non uguali. Disegni. Una zona che nessuno aveva mai esplorato davvero. Quello che non trovò fu un corpo, un osso, una pelle, un uovo, un'immagine chiara. Le spedizioni tornarono a casa con taccuini pieni e le mani vuote. Altre ne seguirono nei decenni successivi, di diversi Paesi, e il finale fu sempre lo stesso.

Nel 1983 un biologo congolese, Marcellin Agnagna, raccontò di aver visto un animale dal collo lungo in un lago della regione, per alcuni minuti. Una testimonianza importante, fatta da uno scienziato. Ma anche quella restò una testimonianza: nessuna foto, nessun filmato che mostrasse a tutti la stessa cosa. Una persona dice di aver visto. Gli altri non possono verificare.

Qui bisogna fermarsi e capire una distinzione, perché è la parte più importante della storia.

Una testimonianza è il racconto di qualcuno che dice di aver visto. Una prova è qualcosa che chiunque può controllare: un osso, una fotografia nitida, un animale vivo in una gabbia. Le testimonianze sono preziose, ma possono sbagliare. Succede a tutti. Nel buio, in mezzo all'acqua, dopo una giornata di fatica, un elefante che nuota con la proboscide alzata può sembrare un collo lungo che spunta dal fiume. Un ippopotamo sulla riva, un coccodrillo grosso, un tronco che galleggia. Quando una storia è già nell'aria, gli occhi tendono a trovarci dentro quello che si aspettano.

C'è anche un'altra cosa che gli studiosi scettici, come Daniel Loxton e Donald Prothero nel loro libro sui «mostri» che la scienza non ha mai trovato, fanno notare. Se si mostra a una persona il disegno di un dinosauro e si chiede: «Somiglia a quello che hai visto?», la persona può dire di sì per cortesia, o perché non vuole deludere. Le risposte, così, diventano meno limpide.

Per questo quasi nessuno scienziato crede oggi che il Mokele-mbembe sia davvero un dinosauro sopravvissuto. I dinosauri giganti dal collo lungo sono scomparsi circa sessantasei milioni di anni fa, e in una palude, per quanto vasta, ci sarebbero dovuti essere gli scheletri, le uova, le impronte fresche. Invece non c'è nulla.

Eppure il racconto resta. E vale la pena capire perché.

Forse perché la palude è davvero un posto enorme e quasi sconosciuto, e quando un luogo è così, la mente lo riempie. Forse perché gli animali veri che ci vivono, gli elefanti di foresta, gli ippopotami, i coccodrilli del Nilo, sono già abbastanza grandi per farci diventare piccoli. Forse perché una storia di animale misterioso è, prima di tutto, una storia di sentieri che non si conoscono. E forse perché, quando si è bambini, il fondo di un fiume fa più paura di qualsiasi cosa che si veda.

La piroga del vecchio pescatore scivola via dalla riva, all'alba, senza fare rumore.

Il punto dove l'acqua resta ferma è sempre lì. Se là sotto c'è davvero qualcosa, o soltanto acqua e storie, il fiume non lo dice.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • Daniel Loxton e Donald R. Prothero, «Abominable Science!», Columbia University Press (2013)
  • Roy P. Mackal, «A Living Dinosaur? In Search of Mokele-Mbembe», Brill (1987)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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