
Humbaba
Huwawa in sumerico
paurosa
Humbaba era il gigantesco guardiano della Foresta dei Cedri, messo lì dal dio Enlil per proteggere gli alberi. Il suo volto era fatto di linee intrecciate come le viscere di un animale, il suo ruggito era come un diluvio e il suo fiato come il fuoco. Gilgamesh ed Enkidu andarono nella foresta per sconfiggerlo e tagliare i cedri più alti. Con l'aiuto del dio del sole, che mandò i venti a bloccarlo, ci riuscirono. Ma gli dèi non furono contenti di quell'impresa, e la pagarono cara.
Lo sai che… gli archeologi hanno trovato molte maschere d'argilla con il volto di Humbaba: si appendevano come amuleti contro il male.
La storia
Nella Foresta dei Cedri non entrava nessuno.
Chi si era avvicinato ai suoi confini raccontava che gli alberi, a un certo punto, smettevano di muoversi anche col vento. Che gli uccelli non cantavano. Che il silenzio era così pesante da sentirsi sulle spalle, e che in mezzo a quel silenzio, a volte, arrivava una voce. Non era una voce di uomo. Sembrava il rumore dell'acqua quando una diga cede.
Era la voce di Humbaba.
Lo aveva messo lì il dio Enlil, perché custodisse i cedri e spaventasse gli uomini. Il suo ruggito era come un diluvio. Il suo fiato era fuoco, e dicevano che bastasse a far morire chi lo respirava. Aveva un volto che nessuno riusciva a descrivere bene, perché sembrava fatto di linee intrecciate, come le viscere di un animale, e chi lo vedeva non voleva più guardarlo.
A Uruk, un giovane re voleva andargli incontro.
«Ho paura di morire», disse Gilgamesh a Enkidu, suo fratello e compagno, «ma ho più paura di non lasciare nessun nome. Voglio tagliare quei cedri. Voglio che si dica che io sono entrato dove nessuno entrava.»
Enkidu abbassò gli occhi. Lui la foresta la conosceva. Da ragazzo, quando viveva con gli animali, ne aveva visto il confine. «Non è un luogo per gli uomini», disse. «Humbaba ha l'udito di un dio. Non dorme mai. Che bisogno hai di combattere con lui?»
Ma Gilgamesh aveva già deciso.
Gli anziani della città, quando lo seppero, vennero a pregarlo di rinunciare. «Sei giovane, il tuo cuore ti porta lontano. Non sai cosa ti aspetta. Che Enkidu vada avanti, lui conosce la strada. Che il dio del sole vi protegga.» La madre di Gilgamesh, Ninsun, salì sul tetto del tempio, bruciò incenso e parlò al sole: «Perché hai dato a mio figlio un cuore così inquieto? Se andrà fin là, proteggilo.» Poi prese Enkidu come un secondo figlio e lo abbracciò.
Partirono con asce pesanti e spade, con l'armatura. Camminarono per giorni. Ogni sera Gilgamesh si addormentava ai piedi di una collina e sognava: una montagna che gli cadeva addosso, un toro che soffiava, un temporale. Ogni mattina Enkidu gli diceva che erano buoni segni, e Gilgamesh gli credeva, anche se il cuore gli batteva forte.
Poi arrivarono.
Davanti a loro, la foresta era un muro verde e nero. I cedri erano così alti che non se ne vedeva la cima, e sotto di loro il terreno era scuro, morbido, pieno di aghi. Non c'era un solo suono. Nemmeno i loro passi: la terra li inghiottiva.
Enkidu si fermò davanti alla porta. Era una porta vera, fatta di legno antico. Allungò la mano per spingerla, e la mano gli si bloccò. Non si muoveva più. Era fredda, morta, come il braccio di un altro.
«Fratello», sussurrò. «Non ci riesco.»
Gilgamesh gli prese la mano nelle sue. «Siamo in due. Una barca da sola può affondare, ma due fili intrecciati non si spezzano.» Lo disse con una voce più ferma di quella che sentiva dentro. Entrarono.
Camminarono nel silenzio a lungo. Gilgamesh teneva l'ascia con due mani e si voltava a ogni scricchiolio, anche quando era soltanto un ramo che si assestava. Enkidu non si voltava mai: guardava avanti, dritto, come se avesse già visto ciò che li aspettava. Si fermarono a guardare il sentiero che portava alla casa del guardiano: era largo, liscio, segnato dai suoi passi. In alto, tra i rami, il verde dei cedri era tanto fitto che il giorno sembrava sera. L'aria sapeva di resina e di qualcosa di bruciato.
All'improvviso la terra tremò.
Humbaba comparve fra gli alberi. Era enorme, e il rumore dei suoi passi faceva cadere le foglie. Fissò i due uomini con uno sguardo che sembrava un pozzo. Quando ruggì, i cedri si piegarono come l'erba. Gilgamesh si sentì il fiato mancare. Enkidu era grigio in viso.
Allora Gilgamesh alzò gli occhi al cielo e gridò: «Shamash, dio del sole! Ho camminato fin qui perché me l'hai detto tu. Aiutami!»
Shamash lo sentì. Dal cielo, gli arrivarono i venti: il vento del sud, il vento del nord, la tempesta, il vento gelido, e gli altri, tanti, da ogni parte. Si abbatterono su Humbaba insieme. Il guardiano non riusciva più ad avanzare né a indietreggiare. Bloccato, tremante, alzò le mani.
«Gilgamesh», disse, e per la prima volta la voce era quella di un essere piccolo. «Perdonami. Lasciami vivere. Io sono stato messo qui da Enlil, non da me. Prenderai quanti cedri vuoi. Ti farò da servo.»
Gilgamesh esitò. Il suo cuore era scosso da una pietà improvvisa. «Enkidu», disse piano, «forse dovremmo lasciarlo andare. Un prigioniero non ha più forza.»
«Non ascoltarlo», rispose Enkidu. «Humbaba parla con la bocca di chi ha paura. Se lo lasci vivere, ti inseguirà. E prima o poi Enlil saprà tutto. Fallo ora.»
Humbaba capì. Alzò il viso e li maledisse con le ultime parole: che Enkidu non avesse una lunga vita, che non invecchiasse, che non avesse una buona fine. Poi non parlò più.
Gli eroi non esitarono più. Il colpo fu uno solo, e quando tutto fu finito il bosco sembrò sospirare. Poi il silenzio ricadde fra gli alberi, più pesante di prima.
Tagliarono i cedri più alti. Con il più bello fecero una grande porta di cedro per il tempio di Enlil, e la portarono giù per l'Eufrate su una zattera, con la testa del guardiano, come prova.
Enlil li vide arrivare da lontano. Quando capì cosa era successo, la sua collera fu terribile. «Perché l'avete fatto? Avreste dovuto guardarlo con rispetto. Era il custode dei cedri, e adesso la foresta non ha più nessuno.»
Gilgamesh non rispose. Per la prima volta in vita sua non si sentiva un vincitore.
Nella foresta, il vento passava fra i cedri più bassi, e non trovava nessuno. Molti anni dopo, nelle case della Mesopotamia, appendevano alle porte maschere di argilla con quel volto di linee intrecciate: il guardiano, ormai, teneva lontano il male.
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Fonti
- «Epopea di Gilgamesh», tavolette II-V
