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Un uomo e una donna che scendono dal cielo con una mucca e una gallina, seguiti da lontano da un'ombra

il primo uomo dei BagandaBuganda, Uganda · tradizioni africane

Kintu e Nambi

Kintu e Nambi, in luganda

un po' paurosa

Secondo i Baganda, Kintu fu il primo uomo, e viveva solo con la sua mucca. Nambi, figlia del signore del cielo Gulu, si innamorò di lui. Per lasciargliela sposare, Gulu mise Kintu alla prova: tra le altre cose, doveva riconoscere la propria mucca in una mandria immensa, e ci riuscì grazie a un'ape che si posò sulle sue corna. Gulu gli raccomandò di partire subito, senza mai tornare indietro. Ma Nambi tornò a prendere il miglio per la sua gallina, e suo fratello Walumbe, la morte, li seguì sulla terra.

Lo sai che… i re di Buganda, i kabaka, si consideravano discendenti di Kintu, e il regno ha ancora oggi il suo kabaka con un ruolo culturale.

La storia

In principio Kintu era solo.

Aveva una mucca, e una terra senza nome tutt'intorno. Beveva il suo latte, dormiva sotto un albero e, la sera, parlava alla mucca come si parla a un amico. La mucca ascoltava, masticava e guardava lontano. Kintu non sapeva di essere il primo uomo. Sapeva soltanto di essere molto, molto solo.

Un giorno, dal cielo, scesero dei ragazzi.

Erano i figli di Gulu, il signore del cielo, e venivano sulla terra a giocare, di nascosto dal padre. C'era anche una ragazza, Nambi, che aveva il passo leggero e la risata facile. Si fermò a guardare Kintu, che mungeva la mucca, e gli chiese che cosa fosse quel liquido bianco.

«Latte», disse Kintu. «Ne vuoi?»

I fratelli di Nambi storsero il naso: non si mangia quello che non si conosce. Ma lei assaggiò e rise. Tornò il giorno dopo, e quello dopo ancora. Quando salì in cielo per l'ultima volta, aveva già deciso.

«Padre», disse a Gulu, «voglio sposare quell'uomo.»

Gulu non era contento. I figli del cielo non si mescolano con gli abitanti della terra, e poi uno dei suoi figli, Walumbe, si metteva di traverso più degli altri. Ma Gulu era anche un padre giusto, e decise di non rifiutare. Decise di metterlo alla prova.

Kintu salì in cielo, e le prove cominciarono.

La prima fu il cibo. Gulu fece portare una quantità di cibo tale che avrebbe sfamato un intero villaggio, e disse: «Mangia tutto, se vuoi mia figlia».

Kintu guardò i vassoi, che formavano una montagna. Nessun uomo avrebbe potuto. Ma Nambi gli aveva sussurrato di guardare nel pavimento della capanna, dove c'era un buco profondo. Kintu mangiò quel che poté e nascose il resto nel buco, un boccone dopo l'altro. Quando Gulu tornò, i piatti erano vuoti.

La seconda prova fu la legna. Gulu gli diede un'ascia e gli indicò una roccia: «Fanne legna da ardere». Kintu alzò l'ascia, la calò, e non successe nulla. La roccia era liscia come un uovo. Provò ancora, e ancora. Alla fine, con la schiena a pezzi, la roccia si aprì lungo una vena che nessuno aveva visto, e ne uscì la legna.

La terza prova fu l'acqua. «Portami acqua», disse Gulu, «ma non quella dei pozzi, né quella dei fiumi. Voglio la rugiada.» Kintu uscì all'alba, nel prato bagnato, e passò ore a raccogliere con una foglia ogni goccia, finché ebbe riempito una brocca.

L'ultima prova fu la più difficile.

Gulu aprì un recinto, e ne uscì una mandria immensa. Mucche di ogni colore, a centinaia, forse a migliaia, tutte con le corna lunghe e il manto lucido. Una di loro era la mucca di Kintu, che Gulu aveva fatto rubare e mescolare agli altri.

«Se la riconosci», disse, «hai vinto.»

Kintu camminava tra le bestie e sentiva il cuore sprofondare. Erano tutte uguali. Tutte con gli occhi grandi e umidi, tutte con lo stesso odore. Guardava una mucca, poi un'altra, e non sapeva più che cosa guardare.

In quel momento, dall'aria, arrivò un'ape.

Girò attorno alla testa di Kintu, come per chiamarlo, e si posò sulle corna di una mucca. Poi sulle corna di un'altra. Poi tornò alla prima, e rimase lì, ferma. Era la sua. Forse quell'ape l'aveva mandata Nambi. Forse sapeva da sola chi era l'amico della mucca.

«È questa», disse Kintu. «Questa è la mia.»

Gulu rimase in silenzio per un lungo momento.

«Hai vinto», disse. «Prendi mia figlia.»

Come dono di nozze Gulu gli diede altre mucche, capre e pecore, una gallina e le piante da seminare: tutto quello che serviva a un uomo per costruire una vita. Poi diede un ordine, una cosa sola, con un tono che non ammetteva repliche.

«Partite subito. E qualunque cosa vi sia sfuggita di mente, non tornate indietro a prenderla. Se tornate, vostro fratello Walumbe vi vedrà. E se vi vede, vi seguirà.»

Walumbe era la Morte.

Kintu e Nambi scesero dal cielo, con gli animali che li seguivano in fila. La luce era dolce, la terra morbida, l'erba verde. Erano quasi arrivati, quando Nambi si fermò.

«Il miglio», disse, con una mano sulla bocca. «Ho dimenticato il miglio per la gallina.»

«Lascialo», disse Kintu. «Ne troveremo altro. Tuo padre ha detto di non tornare.»

«Come farà a mangiare la gallina?»

Kintu avrebbe dovuto insistere. Non lo fece. Nambi salì di corsa il sentiero, prese il miglio e stava per ripartire quando, davanti alla soglia, trovò Walumbe, con le braccia incrociate.

«Dove vai?» chiese lui. «Voglio venire con te.»

Gulu, da lontano, scosse la testa. «Ve lo avevo detto», mormorò. Ma non poteva più impedirlo.

Sulla terra, per un tempo, ci fu solo festa. Nacquero i figli, crebbero le mandrie, comparvero i campi e le prime case. Kintu e Nambi non erano più soli. Ma Walumbe, che li aveva seguiti, non se ne andava. Un giorno chiese a Kintu uno dei suoi figli, perché gli facesse da servitore. Kintu rispose di no.

Poco dopo, i bambini cominciarono ad ammalarsi, uno alla volta.

Allora Kintu tornò da Gulu con il passo di chi non ha più forze. Gulu lo ascoltò e non lo rimproverò. Mandò un altro dei suoi figli, Kayikuuzi, a riprendere Walumbe e riportarlo in cielo.

Kayikuuzi scese sulla terra, trovò il fratello e lo afferrò. Walumbe si divincolò. Scivolò via, si buttò in un buco nel terreno e sprofondò nella terra.

Kayikuuzi cominciò a scavare. Ma era un lavoro lento, e per sentire dove andasse il fratello bisognava fare silenzio. Disse agli uomini: «Non fate rumore». Ma i bambini, che non capivano, gridarono; Walumbe, spaventato, scese ancora più in basso. Kayikuuzi tornò in cielo a mani vuote.

Da allora la Morte vive sotto la terra, e quando arriva il momento di qualcuno, è lui a chiamarlo. Gli uomini continuano a nascere, a seminare, a costruire. E tutte le sere, quando i bambini giocano nell'erba, la terra, sotto di loro, resta in silenzio.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • John Roscoe, «The Baganda», Macmillan (1911)
  • Apolo Kaggwa, «Ekitabo kya Basekabaka be Buganda» (1901)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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