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Una nuvola scura sopra un campo di battaglia nella savana, da cui partono frecce, con un guerriero nascosto dentro

spirito guerriero dei BagandaBuganda, Uganda · tradizioni africane

Kibuka

Kibuuka, in luganda

un po' paurosa

Kibuka era uno spirito guerriero dei Baganda, il popolo del regno di Buganda, in Uganda. La tradizione racconta che fu mandato ad aiutare il re in una guerra difficile: Kibuka volava sopra il campo di battaglia nascosto in una nuvola, e da lassù colpiva i nemici con le frecce. C'era una regola sulle prigioniere di guerra, ma un guerriero baganda la infranse e tenne con sé una donna catturata, che scoprì il segreto di Kibuka e lo rivelò. I nemici tirarono le frecce verso la nuvola, e Kibuka fu ferito: nella versione più diffusa morì per la ferita, in altre scomparve per sempre.

Lo sai che… gli oggetti sacri del suo santuario finirono in un museo inglese all'inizio del Novecento; nel 1962, quando l'Uganda divenne indipendente, furono riportati a Kampala.

La storia

Nessuno, nell'esercito del re, aveva mai visto una nuvola ferma.

Le nuvole passano, si sfilacciano, vanno dove le porta il vento. Quella no. Restava sospesa sopra il campo di battaglia, bassa e scura, anche quando il vento cambiava, e ogni tanto dal suo ventre usciva una freccia.

Era l'epoca della guerra tra il regno di Buganda e il regno di Bunyoro, e il re dei Baganda, il kabaka Nakibinge, la stava perdendo. I nemici erano più numerosi. Ogni giorno tornavano dal fronte più uomini feriti, e ogni sera il campo era più silenzioso.

Allora il re chiese aiuto agli dèi.

Si rivolse a Mukasa, il grande dio del lago, che regnava sulle isole dell'acqua e dava le piogge e i raccolti. Mukasa ascoltò. Non venne di persona. Mandò suo fratello Kibuka, che era un guerriero, e che il popolo chiamò da quel giorno il dio della guerra.

Kibuka arrivò con un piccolo seguito. Non portava scudi, né lance. Aveva un arco, aveva frecce, e aveva una cosa che nessun altro soldato possedeva: il cielo.

La prima mattina in cui combatté, i Baganda videro una nuvola formarsi sopra le linee del nemico. Non c'era vento. Non era l'ora delle piogge. Eppure la nuvola scese, si fermò, e dai suoi bordi cominciarono a volare frecce sicure, una dopo l'altra, senza nessuna fretta.

Gli uomini di Bunyoro alzarono gli occhi. Poi alzarono gli scudi, che non servivano a niente, perché le frecce arrivavano dall'alto. Il loro fronte vacillò. Non capivano chi li stesse colpendo, e quello che non si capisce fa più paura di qualsiasi esercito.

Quella sera Kibuka scese al campo dei suoi. Si sedette con il re e disse poche parole.

«Domani ricomincio. E vi chiedo una cosa sola. Non portate prigioniere nel campo, finché la guerra non è finita.»

«Perché?» chiese qualcuno.

«Perché ciò che si porta nel campo vede ciò che c'è nel campo», rispose Kibuka. «E io non voglio essere visto.»

Per giorni fu così. All'alba la nuvola saliva, a mezzogiorno scendeva sul nemico, la sera tornava a posarsi. I Baganda riprendevano coraggio, e a poco a poco tornavano a farsi avanti. Le frecce di Kibuka non mancavano mai.

Nel campo dei Banyoro, intanto, si discuteva a bassa voce. Alcuni dicevano che era uno spirito dei Baganda. Altri che il cielo si era messo contro di loro. Un anziano guerriero, che aveva visto molte battaglie, non disse niente: guardava la nuvola di sera, quando si posava, e contava i giorni.

I Baganda, invece, avevano imparato a riconoscere il suono. Prima che arrivasse la freccia, in alto, si sentiva un leggero fruscio, come di foglie. Gli uomini si guardavano e sorridevano. Era il segno che Kibuka era al suo posto.

Ma in un esercito basta un uomo.

Un guerriero dei Baganda, un giorno, aveva catturato una donna di Bunyoro. Era giovane, spaventata, e lui non ebbe il cuore di lasciarla ai margini del campo. La tenne con sé, nella sua capanna, e non lo disse a nessuno. Si ripeteva che non faceva male a nessuno, che era soltanto una donna, che la regola serviva per i soldati, non per lei.

La donna non parlava. Guardava.

Di sera vedeva il guerriero tornare dalla riunione con il re. Vedeva che alcuni uomini, in un angolo del campo, si inchinavano davanti a una capanna più silenziosa delle altre. Vedeva che all'alba, prima che il campo si svegliasse, qualcuno usciva da quella capanna, camminava verso un luogo aperto e, a un tratto, non c'era più. Poi sul cielo compariva una nuvola.

Non era stupida. Mise insieme i pezzi come si mette insieme un cesto: un filo dopo l'altro.

Ripensò a quello che le avevano insegnato da bambina: che i segreti degli altri non sono mai al sicuro, quando c'è qualcuno che ha tempo di osservare. Pensò anche alla sua casa, ai suoi fratelli sul campo, alle frecce che arrivavano dal cielo e a quanti, laggiù, non sarebbero tornati. Le mani le tremavano. Non era sicura di essere nel giusto. Sapeva soltanto di non avere altra scelta.

Una notte, quando il guerriero dormiva, se ne andò. Attraversò la boscaglia al buio, con il cuore che le batteva forte, e raggiunse le linee del suo popolo. E raccontò quello che aveva visto.

Il comandante di Bunyoro l'ascoltò fino in fondo, senza interromperla. Poi diede un ordine, a bassa voce.

La mattina dopo gli arcieri nemici non guardarono più l'orizzonte. Guardarono la nuvola. Aspettarono che scendesse. Aspettarono che fosse bassa, quasi sopra di loro. Poi, tutti insieme, tirarono.

Fu un rumore secco, come di stormo che si alza dall'erba.

La nuvola rimase ferma un attimo, come se ascoltasse. Poi tremò. I Baganda sentirono una voce, una sola, che veniva dall'alto, e non era un grido di rabbia. Poi la nuvola si mosse. Lenta, come un animale ferito, si allontanò in direzione del lago.

Alcuni correvano per seguirla. Altri restarono immobili, con il viso all'insù. Dopo poco il cielo era di nuovo vuoto, di un azzurro che sembrava prenderli in giro.

Che cosa accadde a Kibuka, le tradizioni non lo dicono tutte allo stesso modo. Nella versione più diffusa, quella raccolta da Roscoe, morì per la ferita e i suoi fedeli ne raccolsero ciò che restava. Secondo altre, ferito, si ritirò nel luogo da cui era venuto, e non tornò più a combattere nel mondo degli uomini. In tutte, però, c'è la stessa conclusione: il segreto che lo proteggeva era stato rivelato da una persona che nessuno aveva preso sul serio.

Il suo nome non fu dimenticato. I Baganda costruirono per lui un santuario, e i suoi sacerdoti ne custodirono gli oggetti sacri per generazioni. Secoli dopo, all'inizio del Novecento, alcuni di quegli oggetti partirono per un museo in Inghilterra. Nel 1962, quando l'Uganda divenne indipendente, tornarono a Kampala.

Così la nuvola, in questa storia, non è soltanto una nuvola. Se una sera il cielo si chiude sul lago e tutto tace, viene da alzare lo sguardo e aspettare di vedere se una nuvola, in alto, resti ferma.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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