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Atlante dei Miti 0/300
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Due figure gemelle metà umane e metà pesce che portano la pioggia su villaggi di fango ai piedi di una grande falesia

antenati dell'acquafalesia di Bandiagara, Mali · tradizioni africane

I Nommo

Nommo, in lingua dogon

per niente paurosa

I Dogon vivono in Mali, nei villaggi costruiti lungo la falesia di Bandiagara. Nei racconti raccolti dall'etnologo francese Marcel Griaule, il dio creatore Amma fece nascere i Nommo, spiriti gemelli legati all'acqua, dall'aspetto mutevole: a volte metà umani e metà pesci, a volte simili a serpenti. Furono loro a portare agli uomini la parola, la pioggia e le regole per vivere insieme. Gli studi più recenti, però, hanno mostrato che alcune cose scritte da Griaule non si ritrovano nei racconti di oggi: anche i libri degli studiosi vanno riletti con attenzione.

Lo sai che… si è detto a lungo che i Dogon conoscessero da secoli una piccola stella vicino a Sirio, ma un antropologo che ha vissuto con loro non ha trovato questa conoscenza.

La storia

Prima che ci fosse la terra, prima dell'acqua e delle stelle, c'era soltanto Amma.

Così comincia il racconto del mondo per i Dogon, un popolo del Mali che vive lungo la grande falesia di Bandiagara, dove i villaggi di fango sembrano nidi attaccati alla roccia. E così lo sentì raccontare, nell'autunno del 1946, un etnologo francese di nome Marcel Griaule.

A raccontarglielo fu un vecchio cacciatore diventato cieco, Ogotemmêli. Per trentatré giorni lo straniero e il vecchio sedettero all'ombra di una tettoia, e ogni giorno il vecchio aggiungeva un pezzo.

«Se vuoi sapere com'è fatto il mondo», disse una volta, «devi accettare che sia lungo da raccontare.»

Il primo pezzo era questo.

Amma era uno solo. Davanti a lui non c'era niente: né spazio, né tempo, né rumore. Eppure in lui c'era già ogni cosa, come in un seme c'è già l'albero. Quando fu l'ora, Amma fece la terra e la distese come un corpo sdraiato, con il viso rivolto al cielo. Poi volle riempirla di vita, e per questo fece i Nommo.

I Nommo erano gemelli, sempre a coppie, un maschio e una femmina, perché per i Dogon ciò che è completo ha due metà. La loro sostanza era l'acqua. Non soltanto quella che si beve: ogni acqua, la pioggia, il fiume, quella che c'è nel corpo di un neonato e dentro un seme che germoglia. Nei libri di Griaule hanno il busto di una persona, la pelle verde come l'acqua ferma, gli occhi rossi; dalla vita in giù il loro corpo è lungo e sinuoso, di pesce o di serpente. Camminavano poco. Nuotavano nell'acqua, nell'aria, dentro le cose.

Ma non tutto andò come Amma aveva pensato.

Uno degli esseri nati da lui, Ogo, la Volpe pallida, non riuscì ad aspettare. Era impaziente. Voleva fare un mondo suo, subito, prima del tempo e senza la sua metà gemella. Si staccò dall'ordine e saltò nel vuoto, e quello che trascinò con sé diventò una terra secca, storta, vuota. Ogo rimase solo, a cercare qualcosa che non c'era più.

Così, nel mondo, entrò il disordine. Per i Dogon il disordine è una cosa vera, come la sete o come il freddo, e non si cura con le parole.

Amma prese allora una decisione difficile. Scelse uno dei Nommo e lo offrì in sacrificio. Il suo corpo fu diviso in parti, e le parti furono sparse verso i quattro punti dell'orizzonte, come si sparge il seme. Dove cadde un pezzo, qualcosa tornò al suo posto.

Poi Amma raccolse le parti, le riunì e con il suo soffio restituì la vita al Nommo.

Chi tornò non era più lo stesso. Era passato attraverso la morte, e per questo poteva guidare gli altri. Amma lo mandò sulla terra.

A questo punto il racconto di Ogotemmêli diventa quasi il diario di un viaggio.

Il Nommo scese dal cielo in un'arca: un grande granaio quadrato, dal tetto a gradini, che scendeva ondeggiando nel vuoto. Con lui c'erano otto antenati, quattro coppie, i primi uomini e le prime donne dei Dogon. C'erano gli animali, ognuno in coppia, e le piante, nascoste dentro i semi. E c'era un fabbro, il primo fabbro, che portava in mano un po' di fuoco e un martello.

Quando l'arca fu vicina alla terra, il fabbro batté sull'incudine. Il rumore fu il primo tuono. Sotto di loro si stendeva la terra dura e rossa che Ogo aveva lasciato in disordine, senza una pozza, senza un filo d'erba.

L'arca toccò il suolo. E il Nommo, che era acqua, fece arrivare l'acqua.

Per la prima volta piovve. Le gocce picchiarono sulla terra rossa, e la terra bevve, e bevve ancora, e l'odore che si alzò fu l'odore di ogni inizio di stagione delle piogge, quello che i Dogon aspettano ogni anno con il collo teso verso il cielo.

«Sentito?» disse il vecchio. «Quell'odore è antico quanto il mondo.»

Gli uomini erano scesi dall'arca e se ne stavano lì, in silenzio, con i semi nelle mani. Non sapevano ancora parlare come si deve. Avevano il fiato, la lingua, i denti, ma non la parola. Fu ancora il Nommo a insegnargliela, e lo fece con un gesto che ai Dogon è molto familiare: la tessitura.

Mentre il telaio batteva, tic, tac, tic, tac, il filo andava avanti e indietro, dentro e fuori, e la lingua dei Nommo passava nelle dita e poi nelle bocche. Per questo, dicono, una stoffa è come una frase: ha un filo che comincia e un filo che finisce, e in mezzo c'è il disegno. Chi tesse parla, e chi parla tesse.

Così gli uomini impararono a chiamarsi per nome, a dire «mio» e «tuo», a promettere, a cantare. Impararono a seminare vicino all'acqua. Impararono a riconoscere il momento in cui il lavoro è giusto e quello in cui è troppo, e a ricordare che il disordine non se n'è mai andato del tutto: aspetta in un angolo, come la Volpe pallida, che qualcuno si distragga.

Ogotemmêli finì il suo racconto al trentatreesimo giorno. Il sole era basso e dalla falesia saliva il rumore dei bambini che tornavano dal pozzo.

Griaule scrisse tutto, e nel 1948 ne fece un libro, «Dio d'acqua». Il libro ebbe un successo enorme e fece conoscere i Nommo in tutto il mondo.

Ma i libri, anche i migliori, vanno letti con attenzione. Dopo di lui, un altro studioso, Walter van Beek, visse a lungo tra i Dogon e non trovò, nei villaggi di oggi, tutto quello che Griaule aveva scritto. Alcune idee non erano ben conosciute, altre le conoscevano soltanto pochi anziani, altre forse erano cambiate. Che cosa sia rimasto fermo e che cosa si sia mosso, lo sanno meglio i Dogon di qualunque professore.

Il racconto resta quello che un vecchio cieco affidò a uno straniero, una sera, sotto una tettoia: la storia di un dio che ha fatto l'acqua e di un'acqua che, scendendo dal cielo, ha insegnato agli uomini a parlare.

E quando arriva la prima pioggia, sulla falesia, vale la pena restare zitti un momento, con il viso alzato, a sentire che cosa dice.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Marcel Griaule, «Dieu d'eau» (1948)
  • Walter E. A. van Beek, «Dogon Restudied», Current Anthropology (1991)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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