
Il Mazapégul
mazapégul, in romagnolo
un po' paurosa
Il Mazapégul è il folletto notturno della Romagna: piccolo, peloso, con qualcosa del gatto e un berretto rosso in testa. Di notte salta sul petto di chi dorme e si siede lì, facendogli fare brutti sogni e venire il fiato corto. Fa sparire le cose, innervosisce gli animali e intreccia le code dei cavalli. Se si affeziona a una ragazza, fa dispetti al suo fidanzato. Per liberarsene, dicono i romagnoli, bisogna rubargli il berretto: senza, perde tutti i suoi poteri.
Lo sai che… il Mazapégul ha tanti nomi da paese a paese: mazapigur, calcarel, fuletà.
La storia
In Romagna, tra le colline dell'Appennino e le campagne ancora scure di notte, vivono tante creature che di giorno non si vedono. Una delle più furbe si chiama Mazapégul.
Non è grande. Può starti tra le mani. Ha il pelo grigio, fine, e due occhi vivaci. Gli studiosi di folletti, quando provano a descriverlo, si mettono a fare facce strane: «È un po' gatto», dicono, «un po' coniglietto, un po' scimmia». Ma c'è un particolare che non sbaglia mai: sulla testa porta un berrettino rosso, piccolo come un ditale.
È un tipo irriverente. Ride quando non si deve, tocca quel che non si deve toccare, e non sopporta di essere ignorato.
Di giorno dorme nei fienili, dietro le pietre, nelle fessure dei muri. Di notte, no. Di notte lavora.
Per prima cosa va a trovare gli animali. Entra nella stalla, silenzioso, e si avvicina ai cavalli. Con loro si trova bene. Pare che gli piaccia accarezzarli, parlare con loro, intrecciare in lunghe trecce le loro criniere e le loro code. Al mattino, il contadino entra nella stalla e trova i cavalli tutti pettinati, con ricami che nessun uomo saprebbe fare, e i nodi così stretti che bisogna tagliarli.
Poi, se la notte è lunga, il Mazapégul sale in casa. Cerca le persone. In particolare, dice la tradizione, gli piacciono le ragazze giovani e belle. Se una ragazza lo tratta con gentilezza, o almeno con educazione, lui si ricorda. E si dice che a volte, in cambio, lasci un piccolo regalo: un paio di calze, una camera riordinata, un guaio evitato. Per chi lo tratta bene, è un portafortuna.
Ma attenzione a chi lo trascura.
Perché il Mazapégul, quando si sente messo da parte, diventa dispettoso. Fa sparire le chiavi, i coltelli, il cucchiaio preferito. Rovina il lavoro appena fatto: la pasta sulla tavola, il filo già filato, il pane messo a lievitare. E se qualcuno lo fa davvero arrabbiare, può scatenare un vortice di vento, un turbine che solleva ogni cosa, dai panni stesi alle persone.
Che cosa si fa, allora, per liberarsene?
I vecchi romagnoli avevano un sacco di rimedi. Alcuni sono seri. Altri sembrano scherzi.
Il primo, il più importante, è rubargli il berretto. Dicono che il Mazapégul, senza il suo berrettino rosso, perda ogni potere. Diventa debole, impacciato, come un ladro senza mani. Ma il berretto è piccolo, e lui è svelto, e non è facile.
Un altro rimedio è farlo schifare. Fargli un gesto, una smorfia, una cosa che lo disgusti, così tanto che se ne va e non torna più. Non si sa bene quale gesto: ognuno aveva il suo.
Un terzo rimedio è il più strano. Per liberarsi del Mazapégul si può recitare una poesia, camminando in equilibrio sopra una corda. Chi riesce, dicono, ha la meglio. Ma se cadi, il folletto ride per tutto il resto dell'anno.
E poi c'è il rimedio delle nonne, che è il più furbo. Mettere sul davanzale un pugno di chicchi di riso.
Il Mazapégul, che è un tipo pignolo, non riesce a lasciare una cosa da contare. Quando vede quel mucchietto, si ferma. Prende un chicco, lo mette da una parte. Poi un altro. Poi un altro ancora. Conta, e riconta, e se perde il conto ricomincia da capo. Quando arriva l'alba, ha la testa piena di numeri e gli occhi stanchi, e l'unica cosa che desidera è andare a dormire. Il suo scherzo è finito, e la casa è salva.
Così, ancora oggi, nelle campagne romagnole, c'è chi lascia sul davanzale un po' di riso. Non per superstizione, dicono. Per abitudine. Perché in fondo, se un folletto ti fa dispetti tutta la notte, il minimo che puoi fare è fargli un po' di compagnia.
E se la mattina trovi le code del tuo cavallo intrecciate come una treccia da sposa, non arrabbiarti.
È lui. Lo fa con affetto.
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Fonti
- Agenzia Dire, «Italia di mostri, creature e leggende: dal serpegatto al mazapegul» (2024)
- Eraldo Baldini, studi sul folklore romagnolo
