
Odino
Óðinn, in norreno antico
un po' paurosa
Il re degli dèi nordici, con un solo occhio: l'altro lo diede in cambio di un sorso alla fonte della saggezza. Ha due corvi, Pensiero e Memoria (Huginn e Muninn), che volano sul mondo e gli raccontano tutto; cavalca Sleipnir, un cavallo a otto zampe. Per imparare le rune rimase appeso per nove notti a un albero battuto dal vento, che la tradizione identifica con Yggdrasil, l'albero del mondo. Nella sua grande sala, il Valhalla, accoglie i guerrieri più coraggiosi caduti in battaglia, che si preparano alla fine del mondo.
Lo sai che… il nostro «mercoledì» in inglese si dice Wednesday: è «il giorno di Woden», cioè di Odino.
La storia
Si racconta che Odino, il re degli dèi del Nord, avesse un solo occhio.
Non l'aveva perso in battaglia. L'aveva dato lui.
Odino aveva già molto: il trono, la lancia, la sala dei guerrieri. Ma voleva di più. Voleva sapere. Voleva conoscere tutto quello che era successo e tutto quello che sarebbe successo, anche le cose che si dicono soltanto a bassa voce, e allora andò a cercare l'acqua del sapere.
Sotto le radici dell'albero più grande del mondo c'era un pozzo. Lo custodiva un gigante, Mimir, che ogni mattina beveva dalla fonte e per questo conosceva ogni cosa. Odino ci arrivò a piedi, dopo molti giorni di cammino, senza compagni, con il mantello calato sugli occhi. Attorno alle radici dell'albero l'aria era umida e ferma, e si sentiva il rumore dell'acqua che gocciolava nel buio.
«Voglio bere», disse.
Mimir lo guardò a lungo. «Ogni sorso ha il suo prezzo.»
«Dimmelo.»
«Il tuo occhio.»
Nel pozzo qualcosa brillò, come una stella caduta. Odino non si mosse. Non disse niente. Poi, con una mano ferma, si tolse l'occhio e lo lasciò scivolare nel pozzo, dove ancora oggi, dicono, riluce sul fondo.
Bevve. E seppe.
Da quel giorno ebbe un solo occhio. Ma vedeva più lontano di prima.
Non gli bastò. C'erano segni, forme, linee che gli dèi non sapevano leggere: le rune. Erano lettere antiche, e ognuna aveva un potere. Ma nessuno, nemmeno lui, sapeva da dove venissero.
Per scoprirlo, Odino fece una cosa che nessun dio aveva mai fatto.
Salì su un albero. Si fece ferire da una lancia. E si appese ai rami, offerto a se stesso, come un sacrificio. Nove notti rimase lassù.
«Lo so: rimasi appeso a un albero battuto dal vento, per nove lunghe notti, ferito da una lancia, dato a Odino, io stesso a me stesso.» Così lo racconta lui, in un canto antico che gli uomini ripetevano a bassa voce.
Nove notti, nel vento. Il cielo diventava nero, poi grigio, poi di nuovo nero. Il freddo mordeva le mani. Il vento muoveva il suo corpo come un panno steso ad asciugare. Nessuno gli portò pane, nessuno gli porse un corno da bere. Lui guardava giù, verso la terra, e non vedeva niente.
Poi, una notte, vide.
Giù, ai piedi dell'albero, c'erano delle forme. Segni incisi nel terreno, come orme di uccelli. Si muovevano. Si ricomponevano. Davano un senso.
«Le rune», disse Odino. Non aveva più voce, e il suo fu un respiro.
Si sporse. La lancia gli bruciò il fianco, ma lui si protese, e gridando, con tutto il fiato che gli restava, le raccolse. Poi cadde.
Quando toccò terra, sapeva. Conosceva le rune. Sapeva guarire le malattie, fermare le armi nemiche, spezzare le catene, parlare ai morti. Dal suo corpo ferito era nato un sapere nuovo, e gli bastò un passo per capire che non tornava mai indietro.
Da allora, Odino non fu più soltanto il re. Fu il Padre di tutti, il dio che chiede e dà, che vede e non dice. E gli uomini, quando pensavano a lui, abbassavano la voce.
Aveva due corvi. Si chiamavano Huginn e Muninn, che in lingua antica vogliono dire Pensiero e Memoria. Ogni mattina, all'alba, Odino li lasciava volare. Loro attraversavano il mondo, sopra monti e mari, sopra campi e città, e a mezzogiorno tornavano, si posavano sulle sue spalle e gli sussurravano all'orecchio tutto quello che avevano visto.
«Cosa avete visto?» chiedeva Odino.
«Un re che mente. Un fiume che sale. Un bambino che piange in una casa vuota.»
Odino ascoltava, e non diceva niente. Ma una volta, racconta un canto antico, nel suo silenzio confessò che temeva per i suoi corvi: temeva che Huginn non tornasse. Ma ancora di più temeva per Muninn.
Perché si può perdere il pensiero, e rifarsi un pensiero. La memoria, una volta persa, non si ritrova più.
Cavalcava un cavallo grigio, Sleipnir, che aveva otto zampe, e correva sulla terra, sul mare, nell'aria, e anche fino al regno dei morti. Era il più veloce di tutti i cavalli. Quando Odino lo montava, la terra tremava.
E aveva una sala: il Valhalla, la «sala dei caduti». Era grande, con un tetto fatto di scudi, e dentro c'erano tavole lunghe quanto una vallata. Le Valchirie, le fanciulle di Odino, andavano nelle battaglie a scegliere i caduti, e portavano qui i più valorosi. Qui Odino accoglieva i guerrieri più coraggiosi, quelli che cadevano in battaglia. Mangiavano, bevevano, si allenavano, e ogni sera tornavano a sedersi insieme, senza ferite.
Perché Odino sapeva una cosa che aveva imparato dal pozzo e dalle rune, e che non aveva detto a nessuno: un giorno sarebbe finito il mondo.
Lo chiamano Ragnarök. Verrà un inverno lungo tre anni, senza estate. Il lupo Fenrir si libererà dalle sue catene. Il grande serpente uscirà dal mare. E gli dèi e i guerrieri del Valhalla usciranno a combattere l'ultima battaglia.
Odino cavalcherà in prima fila, con l'elmo d'oro e la lancia in pugno. Affronterà Fenrir. E sarà il lupo, dicono, ad avere la meglio. Suo figlio Víðarr lo vendicherà, ma Odino non lo vedrà.
Il canto della «Völuspá» non finisce lì. Dice che dopo la battaglia il mare inghiotte la terra, e poi la terra riemerge, verde, e i campi danno frutti senza essere seminati.
Odino lo sapeva da sempre. Aveva dato un occhio per saperlo. Si era appeso per nove notti per capire come affrontarlo. E avrebbe cavalcato lo stesso, a testa alta, nella tempesta, perché a certi destini non si sfugge, ma si può decidere come incontrarli.
Quando una sera il vento porta via le nuvole e restano solo due corvi neri sul tetto di una casa, i vecchi del Nord dicono ancora: «Guarda, ci osservano».
E tengono la porta chiusa.
Parenti nel mondo
Nella storia vera
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Fonti
- Edda poetica, «Hávamál» e «Völuspá»
- Snorri Sturluson, «Edda in prosa» (XIII secolo)
