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Atlante dei Miti 0/300
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Una scimmia vivace con un copricapo d'oro che fa una capriola su una nuvola tenendo un lungo bastone

re scimmiail Monte dei Fiori e dei Frutti · mitologia cinese

Sun Wukong, il Re Scimmia

孫悟空, in cinese

per niente paurosa

Sun Wukong nacque da una pietra magica su una montagna e diventò il re delle scimmie. Imparò settantadue trasformazioni, a fare capriole di migliaia di chilometri tra le nuvole e a combattere con un bastone che può diventare piccolo come un ago o grande come una colonna. Era così sfrontato che mise in subbuglio il cielo dell'Imperatore di Giada. Per punizione fu imprigionato sotto una montagna per cinquecento anni, finché fu liberato per accompagnare un monaco in un lungo viaggio fino in India.

Lo sai che… il «Viaggio in Occidente», il romanzo del Cinquecento che racconta le sue avventure, è uno dei quattro grandi classici della letteratura cinese.

La storia

All'inizio del mondo, sul Monte dei Fiori e dei Frutti, c'era una pietra.

Era una pietra enorme, vecchia come il cielo, e per secoli e secoli aveva ricevuto la luce del sole e quella della luna. Un giorno si spaccò con un rumore di tuono. Ne uscì un uovo di pietra. Il vento lo soffiò e l'uovo si aprì, e dentro c'era una scimmia.

La scimmia aprì gli occhi, e da quegli occhi partirono due raggi d'oro, che arrivarono fino al palazzo dell'Imperatore di Giada, lassù in cielo. L'Imperatore alzò un sopracciglio. «Che cosa sarà mai?» chiese. Nessuno seppe rispondergli. Era la prima di una lunga serie di domande a cui in cielo non sapevano rispondere, per colpa di quella scimmia.

Cresceva in fretta e correva più in fretta ancora. Un giorno, lungo un ruscello, le scimmie scoprirono una cascata.

«Chi avrà il coraggio di passarci attraverso e di trovare dove finisce l'acqua», dissero, «lo faremo nostro re.»

Nessuno si mosse. Salvo uno. La scimmia di pietra prese la rincorsa, chiuse gli occhi e saltò dentro la cascata.

Dall'altra parte non c'era la roccia, ma una grotta. Con tavoli di pietra, sedili di pietra, perfino una stufa di pietra. Era la casa che nessuno aveva mai trovato. La scimmia tornò fuori, urlando di gioia, e le scimmie la portarono in trionfo. Fu il Re Scimmia, e visse felice per qualche centinaio di anni.

Fino a un banchetto, una sera.

A un tratto smise di ridere, e le lacrime gli scesero sul muso. «Perché piangi?» chiesero. «Perché un giorno morirò. E anche voi. E questa grotta resterà vuota.» Un vecchio scimmione si fece avanti: «Ci sono degli esseri che non muoiono mai: i Buddha, gli immortali, i saggi. Vanno a imparare un segreto, e non invecchiano».

Il Re Scimmia si alzò. «Allora lo imparerò anch'io.»

Costruì una zattera, attraversò gli oceani, e dopo anni arrivò da un maestro, Subhuti. Subhuti ascoltò, lo guardò e disse: «Ti darò un nome. Sarai Sun Wukong, "la scimmia che ha capito il vuoto"». Wukong ne fu felicissimo, e imparò in fretta. Imparò settantadue trasformazioni, e così poteva diventare un albero, un uccello, un sasso, una mosca. E imparò la capriola fra le nuvole: un solo salto, e centoottomila li di strada, più di cinquantamila chilometri.

Ma Wukong era Wukong. Un giorno, per far vedere agli altri allievi quanto fosse bravo, si trasformò in un pino altissimo, e tutti applaudirono. Subhuti, quando lo seppe, andò su tutte le furie. «Vattene!» gridò. «E non dire mai a nessuno che sono stato io a insegnarti!»

La scimmia tornò a casa con le trasformazioni in tasca e la testa piena di idee.

Gli serviva un'arma. Andò dal Re Drago del Mare Orientale. «Dammi qualcosa di buono», disse. Il Re Drago gli portò spade, lance, alabarde, e Wukong le soppesò tutte e le trovò leggere come cannucce. Finalmente il drago, esasperato, gli mostrò un pilastro di ferro, che misurava il fondo del mare. Pesava tredicimilacinquecento jin, più di sei tonnellate. Wukong lo toccò e pensò: «Magari un po' più piccolo». Il pilastro si accorciò. «Ancora più piccolo!» Alla fine era un ago, e lo infilò dietro l'orecchio.

Poi si fece dare anche un'armatura d'oro, perché al Re Drago ne avanzavano.

Quando i draghi andarono a lamentarsi dall'Imperatore di Giada, Wukong era già alla porta degli Inferi. Lì cancellò dal registro dei morti il suo nome e quello di tutte le scimmie. Da quel momento non poteva più morire.

Il cielo provò a trattarlo bene. Gli diedero un incarico: guardiano delle stalle celesti. Wukong ne fu felice per un mese, finché scoprì che era il posto più basso di tutti. Tornò sul monte infuriato, e si fece fare una bandiera. C'era scritto: «Grande Saggio Pari al Cielo».

Il cielo, sconfortato, gli diede quel titolo. Ma niente incarico vero, solo un palazzo. E il Grande Saggio, che si annoiava, andò a passeggiare nel giardino delle pesche dell'immortalità. Ne assaggiò una. Poi dieci. Poi cento: erano quelle destinate al banchetto della Regina dell'Ovest. Poi entrò nella sala ancora vuota, bevve tutto il vino e assaggiò ogni piatto. Per non farsi mancare niente, rubò anche le pillole dell'immortalità di Laozi.

Contro di lui mandarono eserciti. Wukong li sconfisse tutti, finché il dio Erlang gli si parò davanti con il suo cane. Si trasformarono dieci volte l'uno e l'altro, in uccelli, pesci, templi. Wukong fu catturato. Lo misero nella fornace di Laozi per quarantanove giorni, per bruciarlo. Quando aprirono il coperchio, lui saltò fuori, con gli occhi rossi e dorati per il fumo, e più forte di prima.

Allora il cielo chiamò l'ultimo, il Buddha.

Il Buddha ascoltò e sorrise. «Scommettiamo», disse. «Se riesci a saltare fuori dalla mia mano, sarai tu l'imperatore del cielo. Altrimenti torni sulla terra e smetti di fare il prepotente.»

Wukong rise. La mano del Buddha era grande come una foglia di loto. Fece la capriola, e volò a una velocità che nessuno aveva mai visto. Arrivò ai confini del mondo, dove c'erano cinque pilastri color rosa. Scrisse il suo nome su uno di loro, per prova. Poi, per ridere, fece un piccolo dispetto alla base. Tornò indietro.

«Ho vinto!» disse. «Sono stato in capo al mondo!»

«Guarda meglio», disse il Buddha, e alzò un dito. Alla base c'era scritto, in lettere d'oro, il nome del Grande Saggio. E accanto, il piccolo dispetto.

Quei cinque pilastri erano le dita del Buddha.

Prima che potesse scappare, la mano si chiuse e si trasformò in una montagna, con un sigillo sulla cima. Fu la montagna dei cinque elementi. Wukong rimase lì sotto cinquecento anni, con la testa fuori, a mangiare ferro fuso e a bere bronzo sciolto, e a guardare passare le stagioni.

Finché un giorno passò un monaco di nome Tripitaka, diretto in India a cercare i sacri testi. Tolse il sigillo. La scimmia uscì in un boato, si inchinò, e disse: «Maestro, vengo con te».

Il monaco gli mise in testa un cerchio d'oro, dono della dea Guanyin, che si stringeva ogni volta che Wukong si comportava male, e il viaggio cominciò. Durò quattordici anni, e per tutto il tempo il Re Scimmia non smise mai di essere se stesso.

Il cielo lo guardava dall'alto e scuoteva la testa, e un po' sorrideva.

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Fonti

  • Wu Cheng'en (attribuito), «Viaggio in Occidente» (XVI secolo)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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