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Atlante dei Miti 0/300
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Un bambino che esce sorridente da una grande pesca aperta, davanti a due anziani stupiti

eroe delle fiabeOkayama · mitologia giapponese

Momotarō

桃太郎, «il ragazzo della pesca»

per niente paurosa

Una vecchietta stava lavando i panni al fiume quando vide arrivare, trasportata dalla corrente, una pesca gigantesca. La portò a casa e, quando lei e il marito provarono a tagliarla, dentro trovarono un bambino. Lo chiamarono Momotarō, il ragazzo della pesca. Diventato grande, partì per sconfiggere gli oni, i mostri che tormentavano la gente da un'isola lontana. Lungo la strada divise le sue focaccine di miglio con un cane, una scimmia e un fagiano, che diventarono i suoi compagni d'avventura.

Lo sai che… dal Novecento la città di Okayama considera Momotarō il suo eroe, anche se il legame non è antico: davanti alla stazione c'è la sua statua con il cane, la scimmia e il fagiano.

La storia

C'era una volta una vecchia che andava a lavare i panni al fiume.

Quella mattina l'acqua scorreva limpida, l'aria era tiepida, e la vecchia strofinava le lenzuola con la schiena un po' curva, pensando a cose da vecchi: che il riso cresceva bene, che il marito aveva la tosse, che in casa si stava in due da troppo tempo. Non avevano mai avuto figli.

All'improvviso, sentì un rumore. Alzò gli occhi.

Lungo la corrente, ondeggiando piano, arrivava qualcosa di rosa e di tondo, grande come una zucca. La vecchia si strofinò gli occhi. Era una pesca. Una pesca gigante, lucida, con una sfumatura rosso tramonto, che sembrava il frutto di un sogno.

«Vieni, vieni qui», disse la vecchia, e con un bastone la tirò a riva. Non ebbe nemmeno bisogno di pensare: se la caricò sulle spalle, anche se pesava come un macigno, e se la portò a casa, un passo dopo l'altro.

Quando il marito tornò dai monti con la sua fascina, la trovò in mezzo alla cucina, appoggiata sul tavolo.

«E questa?»

«L'ho trovata nel fiume. Mangiamola.»

Il vecchio prese un coltello lungo, affilato, e lo appoggiò sulla buccia. Ma prima che la lama la tagliasse, la pesca si aprì da sola con un crac, e dal suo centro, saltando fuori come da una scatola a molla, uscì un bambino.

I due vecchi rimasero con la bocca aperta.

«Eccomi!» disse il bambino. «Sono venuto a farvi compagnia.»

Lo chiamarono Momotarō, il ragazzo della pesca.

Crebbe in fretta, e crebbe forte, più forte di tutti i ragazzi del villaggio. A quindici anni sollevava i massi per scommessa e aiutava i vicini a spostare gli alberi. Ma la sua gentilezza era più grande della sua forza, e non c'era bambino che non lo volesse come amico.

Un giorno, nel villaggio, arrivò una brutta notizia. Dall'isola di Onigashima, oltre il mare, erano sbarcati gli oni.

Gli oni sono i demoni del Giappone: grossi, con le corna sulla fronte, la pelle rossa o blu, i vestiti di pelle di tigre e le mazze di ferro. Venivano di notte, rubavano il riso, rubavano le mucche, si portavano via i tesori. Nessuno aveva il coraggio di opporsi.

Momotarō ascoltò. Poi andò dai vecchi.

«Nonni, voglio andare a Onigashima. Voglio sconfiggere gli oni.»

La vecchia impallidì. Il vecchio smise di masticare. Ma, dopo un lungo silenzio, il vecchio posò la scodella e disse: «Se è tua volontà, vai. Torna sano».

La vecchia, senza dire niente, si mise a lavorare. Macinò il miglio, impastò, e preparò le focaccine più buone del Giappone, le kibi-dango. Le mise in un fagotto e lo legò alla cintura del figlio. Poi gli diede una bandiera, con scritto sopra «il primo del Giappone», e un elmo da guerriero.

«Torna presto», disse. Ma gli tremava la voce.

Momotarō partì. Camminò per ore, tra le risaie e poi tra i boschi, finché a un tratto un cane gli sbarrò la strada.

«Bau! Dove vai, giovanotto? E che cosa hai nel fagotto?»

«Vado a Onigashima, a sconfiggere gli oni. E ho le focaccine di miglio.»

«Dammene una», disse il cane. «E vengo con te.»

Momotarō sorrise, gliene porse una, e il cane se la mangiò in un solo boccone. Poi si mise al suo fianco.

Più avanti, su un albero, una scimmia faceva le smorfie. Anche lei volle una focaccina. Anche lei si unì.

Poi, nel campo, arrivò un fagiano con le piume verdi e il petto blu. Gridò: «Chi sei? Dove vai?». Ricevette la sua focaccina. Si unì anche lui.

E così, in quattro, il ragazzo, il cane, la scimmia e il fagiano, arrivarono alla spiaggia, trovarono una barca e attraversarono il mare. Il cane, che non era mai stato su una barca, si lamentò per tutto il viaggio di avere la pancia sottosopra. La scimmia, per distrarlo, gli raccontava barzellette che lui non capiva. Momotarō teneva la bandiera dritta e guardava avanti, senza dire niente. Il vento li spingeva, il fagiano apriva la strada, e dopo un giorno intero, all'orizzonte, comparve una macchia nera.

Onigashima.

Era un'isola di rocce scure, con una grande fortezza di pietra e una porta di ferro chiusa. Dall'interno veniva un baccano di tavole e di risate, di oni che festeggiavano il bottino.

«E adesso?» sussurrò la scimmia.

Momotarō guardò i suoi compagni. Il fagiano volò sopra le mura, svolazzò sopra i tetti, scese a spirale e si mise a girare nella sala, in mezzo alle mazze, cercando di far perdere la testa a tutti. La scimmia, svelta come un'ombra, si arrampicò, scavalcò e andò a tirare su la sbarra della porta. Il cane, abbaiando, mordeva i polpacci agli oni che si voltavano.

La porta si spalancò.

Momotarō entrò, con la bandiera in mano.

«Sono Momotarō! Sono venuto a fermarvi!»

Gli oni scoppiarono a ridere. Poi smisero. Perché quel ragazzo, da solo, abbatté il primo con una spinta, e il secondo con una spallata, e il terzo cadde seduto, e poi a uno a uno si ritrovarono tutti a terra, storditi, in mezzo a una confusione di pellicce e di pentole.

Infine il capo degli oni, grosso come una casa, s'inginocchiò e batté la fronte sul pavimento.

«Basta, basta! Ci arrendiamo! Prenditi tutto quello che vuoi, ma risparmiaci!»

«Dovrete restituire tutto quello che avete rubato», disse Momotarō. «E non dovrete fare mai più del male.»

«Giuriamo.»

Fu così che gli oni portarono fuori tutti i loro tesori. Oro, argento, perle, gioielli. Momotarō li caricò su un carretto, e il cane e la scimmia e il fagiano lo tirarono fino alla barca.

Tornarono al villaggio che era quasi sera. I vecchi li aspettavano sulla soglia, con una lampada accesa.

«Sono tornato», disse Momotarō.

La vecchia lo abbracciò così forte che gli ammaccò l'elmo.

Quella sera mangiarono tutti insieme: i vecchi, il ragazzo, il cane, la scimmia, il fagiano. E nessuno, dicono, riuscì a smettere di sorridere fino all'alba.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Yei Theodora Ozaki, «Japanese Fairy Book» (1903)
  • fiaba tradizionale giapponese (periodo Edo)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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