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Atlante dei Miti 0/300
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Un pescatore seduto sul guscio di una grande tartaruga che nuota verso un palazzo sul fondo del mare

pescatoreTango, sul mare del Giappone · mitologia giapponese

Urashima Tarō

浦島太郎

un po' paurosa

Il giovane pescatore Urashima Tarō salvò una tartaruga da alcuni ragazzi che la stavano tormentando. Per ringraziarlo, la tartaruga lo portò sul fondo del mare, nel palazzo del Re Drago, dove la principessa Otohime lo accolse con feste meravigliose. Dopo qualche giorno, Urashima volle tornare a trovare la madre. La principessa gli regalò una scatolina, raccomandandogli di non aprirla mai. Tornato al villaggio, non riconobbe più nessuno: erano passati settecento anni. Disorientato, aprì la scatola, e diventò vecchio all'istante.

Lo sai che… la storia è antichissima: una sua prima versione si trova già in testi giapponesi dell'VIII secolo.

La storia

La madre lo aspettava ogni sera sulla soglia, con la lampada in mano.

Urashima Tarō era un pescatore. Viveva con lei in una casetta bassa sulla riva del mare, nella provincia di Tango, e usciva all'alba con la barca. Non era ricco. Ma sapeva fischiare le canzoni dei marinai, riparare le reti e rispondere con gentilezza anche a chi gli rispondeva male. Per questo, in paese, tutti gli volevano bene.

Una sera, mentre tornava con le reti sulle spalle, vide un gruppo di ragazzini sulla spiaggia, intorno a qualcosa.

Era una tartaruga. Grossa, con il guscio scuro e le zampe che si agitavano nell'aria. I ragazzi la rovesciavano, la punzecchiavano con un bastone e ridevano.

«Smettetela», disse Urashima.

«È nostra! L'abbiamo trovata noi!»

Urashima si frugò nelle tasche. Non aveva molto: una manciata di monete. Le diede ai ragazzi, e quelli, un po' delusi, un po' vergognosi, se ne andarono. Allora si chinò sulla tartaruga, la rimise in piedi e la accompagnò fino all'acqua.

«Torna a casa», disse. «E stai attenta.»

La tartaruga si fermò sulla battigia. Per un lungo momento lo guardò, con gli occhi lucidi e tranquilli. Poi si tuffò, e di lei restò soltanto un cerchio sull'acqua.

Tre giorni dopo, mentre pescava al largo, Urashima la sentì battere sul fianco della barca.

«Sono io», disse una voce nella nebbia. «La tartaruga che hai salvato.»

Urashima si guardò intorno. Sulla superficie del mare, a un passo da lui, c'era una giovane donna con una veste che brillava come l'interno di una conchiglia.

«Ti prego», disse la donna, «vieni con me. Abito sotto il mare, nel palazzo del Re Drago. Voglio ringraziarti.»

«Ma io non so respirare nell'acqua.»

«Ti terrò io.»

Gli porse la mano. Era fredda, e al tocco Urashima sentì il mare che gli entrava in petto e non faceva più male. Scesero insieme, fra i pesci d'argento, fra le alghe che ondeggiavano, giù, in una luce sempre più azzurra.

Il palazzo era di corallo e di perla, con tetti curvi che luccicavano come squame. Dentro c'erano sale grandissime, lampade di conchiglia e servitori con le code. E la donna, che si chiamava Otohime ed era la figlia del Re Drago, lo prese per mano e gli offrì un banchetto come nessun pescatore ne aveva mai visto: tante pietanze che non si riusciva a contarle, e una musica dolce che veniva da nessun posto, mentre i pesci danzavano nell'acqua.

Quando gli mostrò il palazzo, Urashima trovò quattro finestre. Dalla prima si vedeva la primavera, con i ciliegi in fiore. Dalla seconda l'estate, con i campi verdi. Dalla terza l'autunno, con le foglie rosse, e dalla quarta l'inverno, con la neve sui pini.

Avrebbe voluto non andarsene mai.

Gli parve di rimanere tre giorni.

Al terzo giorno, però, nel mezzo di una festa, si sorprese a guardare lontano. Pensava a sua madre. Alla lampada sulla soglia, alla casa bassa, al suono delle onde che si sentiva dal letto.

Otohime se ne accorse.

«Vuoi tornare», disse piano.

«Solo per vederla. Poi, forse…»

La principessa non rispose. Dopo un po' tirò fuori da un cassetto una piccola scatola laccata, bellissima, legata con un cordino di seta.

«Portala con te. Ma non aprirla mai. Qualsiasi cosa succeda, non aprirla mai.»

Urashima promise. Poi lei prese di nuovo la forma della tartaruga, lo fece salire sul suo guscio e lo riportò a riva. Urashima si voltò una sola volta. Vide la principessa che lo guardava dal fondo dell'acqua, sempre più piccola, finché non fu più possibile distinguerla dal blu.

La spiaggia era la stessa.

Il mare, le rocce, il profilo delle colline: tutto uguale. Ma la casa non c'era più. Non c'erano più i vicini, né la barca del vicino, né il tetto con la lampada. Al posto della strada, un viale di case che non aveva mai visto. La gente che passava indossava abiti strani e lo guardava con una certa curiosità.

«Scusi», chiese a un vecchio. «Sto cercando la casa di Urashima Tarō.»

Il vecchio aggrottò la fronte e lo guardò a lungo, come si guarda qualcuno che dovrebbe essere un'altra persona.

«Urashima Tarō?... Mia nonna ne parlava. Un pescatore che uscì in mare e non tornò più. Settecento anni fa, dicono. Sua madre lo aspettò per anni sulla soglia, con una lampada. C'è una tomba, su quella collina, per lei.»

Urashima rimase immobile.

Salì la collina da solo, con la scatola in mano. Trovò una pietra coperta di muschio, con un nome che conosceva bene. Si sedette lì accanto, e per molto tempo non pensò a niente. Il vento muoveva l'erba. Il mare, in basso, faceva il suo rumore di sempre.

Poi tornò sulla spiaggia, ormai sera, e si sedette sulla sabbia.

Era solo. Nessuno, in quel mondo, sapeva chi fosse. Aveva perduto il suo tempo, aveva perduto sua madre, e quel palazzo sotto il mare era troppo lontano, come un sogno fatto da un altro. Gli restava soltanto la scatola, leggera, laccata, chiusa da un cordino.

«Forse», pensò, «dentro c'è qualcosa che mi riporta indietro.»

Aveva promesso. Ma non c'era più nessuno a cui tenere una promessa, né una ragione per aspettare.

Sciolse il cordino. Alzò il coperchio.

Ne uscì un fumo bianco, leggero, silenzioso. Salì in una nuvola sottile e avvolse tutto il suo corpo, e quando si dissolse, Urashima abbassò lo sguardo: le sue mani erano rugose. I capelli, sulle spalle, erano bianchi come la schiuma. Tutto il tempo che il mare gli aveva risparmiato lo raggiunse in un istante.

Dentro la scatola non c'era più niente.

Si dice che, in un'altra versione, dal fumo bianco il vecchio sia salito in cielo, trasformato in una gru, e che sotto il mare una tartaruga lo abbia aspettato fino alla fine dei tempi.

In ogni caso, sulla spiaggia, la sera, restava soltanto il rumore dell'acqua.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Nihon shoki» (720)
  • «Tango no kuni fudoki» (VIII secolo)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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