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Atlante dei Miti 0/300
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Un vecchio ombrello di carta con un occhio e una gamba sola che saltella accanto a una lanterna sorridente

oggetti vivicase del Giappone · mitologia giapponese

Gli tsukumogami

付喪神, gli oggetti che prendono vita

per niente paurosa

Secondo una credenza giapponese, gli oggetti di casa che compiono cento anni possono acquistare un'anima e prendere vita: diventano tsukumogami. Un ombrello di carta salta su una gamba sola e tira fuori la lingua, una lanterna apre un grande occhio, un paio di sandali di paglia corre per la stanza. Di solito sono solo dispettosi. Ma se sono stati trattati male o buttati via senza rispetto, possono arrabbiarsi. Le storie insegnavano a prendersi cura delle cose e a non sprecare.

Lo sai che… un antico rotolo dipinto, la «Parata notturna dei cento demoni», mostra decine di oggetti di casa che sfilano di notte per le strade.

La storia

Si dice che una cosa, in Giappone, diventi viva quando compie cento anni.

Un ombrello di carta. Una lanterna. Un paio di sandali di paglia. Resta lì, in un angolo della casa, per tanto tempo che quasi ci si dimentica di lei. E un giorno, senza preavviso, una bocca, un occhio, un piede: ecco uno tsukumogami.

Ma le cose, di solito, non arrivano ai cento anni. Qualcuno le butta prima.

Era l'ultimo giorno dell'anno, in una grande casa di città. Le porte erano spalancate, la polvere volava per le stanze, e la famiglia faceva le grandi pulizie. Il padre portava fuori i vecchi bauli. La madre svuotava gli armadi. I bambini correvano con gli stracci.

Alla fine, sul bordo della strada, c'era un mucchio.

Un ombrello di carta con le stecche rotte. Una lanterna sbiadita, con un buco al fianco. Un paio di sandali consumati, un mortaio senza pestello, una pentola ammaccata, una scopa con le setole pelate. Tutto ciò che «non serviva più».

Non lo sapeva nessuno, ma quelle cose avevano quasi cento anni. Ne mancava uno, o forse pochi giorni, a tutte.

Cadde la notte. La strada si svuotò. Sul mucchio si posò una brina leggera, e il silenzio.

«Ma come», disse a un certo punto una voce bassa.

Era l'ombrello. Si era aperto da solo, con uno scatto. Dalla carta strappata era comparso un occhio, e sotto, lunga e rossa, una lingua. Saltellò su un piede solo fino alla cima del mucchio.

«Ho tenuto all'asciutto tre generazioni! Il nonno, il padre, e adesso il figlio! Mi hanno rattoppato, mi hanno oliato, e poi… mi buttano!»

«A me hanno spento la fiamma», disse la lanterna, con un occhio solo che si accese in mezzo alla carta. «Per quasi cento anni ho fatto luce alla loro porta. Ho aspettato ogni sera i passi del padrone che tornava tardi.»

«Io ho corso per i loro sentieri!» disse un sandalo.

«Io ho macinato il loro riso!» disse il mortaio, con la voce di un tuono.

«Io ho spazzato il loro pavimento ogni mattina!» disse la scopa, e tutti si misero a parlare insieme, a urlare, a sbattere, finché la pentola, con il coperchio che le ballava sulla testa, chiese silenzio.

«Ci mancava un anno», disse. «Un anno! E ora che cosa siamo?»

Nessuno rispose. Nel buio, la lanterna fece una smorfia.

«Siamo quello che ci hanno fatto», disse. «Allora facciamolo vedere.»

Si guardarono. Nessuno aveva mai deciso niente, in quasi cento anni, se non quello che gli era stato chiesto di fare: aprirsi quando pioveva, accendersi quando faceva buio, portare, macinare, spazzare. Per la prima volta potevano scegliere. Fu una sensazione strana, un po' di vertigine e un po' di rabbia, e il mortaio, che era il più vecchio, borbottò che alla sua età non era più abituato.

Così, nel cuore di quella notte, nella strada deserta, cominciò la parata.

Ombrelli, lanterne, sandali, pentole, mestoli, specchi, cesti, tamburi: da tutte le case, da tutte le strade, da tutti i mucchi dove erano stati buttati, arrivavano oggetti che saltavano, rotolavano, volavano, strisciavano. Ciascuno aveva qualcosa di strano: un occhio, una lingua, un paio di braccia di spago. Marciavano in fila, facendo un baccano da non crederci, e le lanterne illuminavano la strada con una luce verde.

Le persone, nelle case, si svegliarono. Dai vetri, col cuore in gola, vedevano passare la processione. Un bambino si mise a gridare. Un cane si nascose sotto il letto. Da quel giorno e per molte notti, la città non dormì.

Gli tsukumogami facevano dispetti, certo: rovesciavano le zuppe, spegnevano i fuochi, facevano ballare i sandali sui tetti. Non volevano far male a nessuno. Volevano soltanto che qualcuno li guardasse, e dicesse: «Ci siete stati utili».

Nessuno lo diceva. Tutti avevano troppa paura. E più la gente chiudeva le porte, più gli oggetti battevano forte, in un circolo che sembrava non dover finire mai. Era un pasticcio, perché nessuno dei due capiva l'altro.

Una notte, però, mentre la parata girava per i vicoli, qualcuno uscì in strada senza scappare.

Era un monaco, giovane, con la veste scura e un bastone. Si piantò al centro della via. Gli oggetti si fermarono, sorpresi. L'ombrello, con la lingua penzoloni, lo squadrò con il suo unico occhio.

«Non scappi?»

«No», disse il monaco. Si sedette per terra, accese un bastoncino d'incenso, e per un po' non disse altro. Poi si mise a recitare una preghiera, a voce bassa, come si canta una ninnananna.

Gli oggetti ascoltavano. A poco a poco, la lanterna abbassò la fiamma. L'ombrello si richiuse. I sandali smisero di battere.

Quando ebbe finito, il monaco tirò fuori da una borsa una tazza e versò del tè.

«Avete ragione», disse. «Vi hanno buttati prima del tempo, e non è giusto. Siete stati utili a tre generazioni, e nessuno vi ha detto grazie. Lo dico io, a nome di tutti: grazie.»

Il silenzio fu lunghissimo.

Poi la lanterna cominciò a tremare. L'ombrello si strofinò l'occhio con un lembo di carta. E il mortaio, che faceva paura anche da fermo, scoppiò in un singhiozzo.

«Allora… che cosa dobbiamo fare?»

«Quello che volete», disse il monaco. «Ma spaventare chi dorme non è il modo di farsi ringraziare.»

All'alba, la strada era vuota. Il mucchio di cose era sparito, e nessuno seppe dove. Qualcuno giurò di aver visto una fila di piccole ombre salire verso la montagna, saltellando, con una lanterna in testa. Si racconta che lassù, un po' di tempo dopo, comparve un piccolo tempio, e che i monaci che lo abitavano facevano rumori strani: uno scricchiolio di stecche, il fruscio di una scopa, il tintinnio di un coperchio. Pregavano tutti insieme, ogni sera, con voci sottili. E nessuno, in quel tempio, veniva mai gettato via.

Da quel giorno, in quella casa, l'ultimo giorno dell'anno non si buttava più niente senza dirgli grazie.

E in certi templi, ancora oggi, si ringraziano perfino gli aghi spezzati.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Tsukumogami ki», Racconto degli tsukumogami (periodo Muromachi)
  • «Hyakki yagyō emaki», rotolo della parata notturna dei cento demoni
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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