
Il Maneki-neko
招き猫, «il gatto che chiama»
per niente paurosa
Nelle vetrine dei negozi giapponesi c'è spesso un gattino di ceramica con una zampa alzata, come se salutasse: è il maneki-neko, il gatto che chiama. Una delle leggende sulla sua origine racconta di un signore sorpreso da un temporale vicino a un tempio povero, in un villaggio fuori Edo, l'antica Tokyo. Un gatto sulla porta sembrava fargli cenno con la zampa di entrare. Lui si avvicinò, e proprio in quel momento un fulmine colpì il punto dove si trovava prima. Per gratitudine, il signore aiutò il tempio, che diventò ricco.
Lo sai che… si dice che la zampa sinistra alzata chiami i clienti e quella destra chiami i soldi, ma è un'usanza moderna e in altri negozi è il contrario.
La storia
Molto tempo fa, fuori dalle mura della città di Edo, c'era un tempio così povero che persino i topi se ne andavano.
Il tetto perdeva. Il giardino era pieno di erbacce. Nella cucina, la sera, il monaco che ci viveva faceva bollire una minestra di riso così lunga che somigliava più all'acqua che al cibo. Non aveva fedeli, non aveva donazioni, e quando suonava la campana, a rispondergli era solo l'eco.
Ma il monaco aveva una compagnia.
Si chiamava Tama ed era un gatto. Non era un gatto speciale: pelo corto e chiaro, orecchie un po' consumate, una macchia scura sul muso. Era arrivato una sera d'inverno, magro come uno stecchino, e il monaco, che non aveva niente da dargli, gli aveva dato metà della sua minestra. Da allora non se n'era più andato.
La sera il monaco si sedeva sulla veranda, con la ciotola in mano, e parlava al gatto.
«Tama, guarda questi tempi. Noi due mangiamo quello che c'è. Non è molto. Ma è tutto nostro.»
Tama chiudeva gli occhi e faceva le fusa. Sembrava capire.
Una volta il monaco gli disse, ridendo: «Se tu fossi un gatto magico, Tama, potresti portarci un po' di fortuna». Il gatto non rispose, naturalmente. Ma la sua coda si mosse una volta, piano, come per dire: vedremo.
Un pomeriggio d'estate, nella foresta lì vicino, passò una battuta di caccia.
Un signore a cavallo, circondato da uomini con i falchi sulle braccia, stava tornando verso la città. Si chiamava Ii Naotaka, ed era il signore di Hikone, un uomo potente, abituato a farsi obbedire. Aveva passato tutta la mattina nei boschi, e il cielo, che fino a poco prima era limpido, si era riempito di nuvole nere.
Il vento si alzò di colpo. Le foglie girarono. Un tuono rotolò sopra gli alberi.
«Presto!» gridò uno dei suoi uomini. «Cerchiamo un riparo!»
Si fermarono sotto un albero grande, vicino a un muro di pietra. La pioggia cominciò a cadere a secchiate. I cavalli nitrivano. Nel cielo, il tuono scoppiava sempre più vicino.
E fu allora che il signore la vide.
Sul muro, in cima, c'era un gatto. Bianco, con una macchia scura sul muso. Lo guardava dritto negli occhi. E mentre il signore lo fissava, il gatto alzò una zampa e la mosse, avanti e indietro, avanti e indietro, con un gesto strano, come se lo chiamasse.
«Che cosa fa?» chiese il signore.
«Non so, mio signore», rispose un servitore. «Sembra che vi voglia da lui.»
Naotaka rimase un istante a pensare. Gli sembrava assurdo. Ma c'era qualcosa, in quello sguardo, che lo spingeva ad ascoltare. Il cielo si illuminò di bianco.
«Andiamo a vedere», disse.
Lasciò l'albero. Attraversò il prato a grandi passi, con la pioggia che gli batteva sulle spalle, e arrivò al cancello del tempio, dove il gatto lo aspettava. Gli altri lo seguirono, un po' stupiti.
Non fecero in tempo a entrare.
Dietro di loro ci fu un lampo, un boato così forte che le pietre vibrarono. Il signore si voltò. L'albero sotto il quale si erano riparati si era spaccato a metà, e bruciava. Proprio nel punto dove, un momento prima, c'era lui.
Nessuno parlò. Si sentiva soltanto il crepitio del fuoco e la pioggia che lo spegneva.
Naotaka guardò il gatto. Il gatto, tranquillo, si lavava una zampa.
Il monaco, sentito il rumore, comparve sulla veranda con la sua veste logora. Vedendo davanti a sé il signore con il suo seguito, inzuppati, si inchinò così in basso che quasi toccò terra.
«Mi dispiace», balbettò. «Qui non ho niente da offrire…»
«Non importa», disse il signore. Aveva una voce diversa, più morbida. «Il tuo gatto mi ha salvato la vita.»
Gli chiesero un po' di tè, e il monaco ne fece, con l'ultima foglia che aveva. Si sedettero sulla veranda a guardare la tempesta che passava. Il tetto lasciava cadere gocce nella ciotola del gatto, e nessuno ci fece caso. Il signore, che era abituato a saloni dorati, trovò che non avesse mai bevuto un tè così buono. Il signore parlò a lungo con il monaco, e scoprì che era un uomo saggio, che sapeva molte cose di poesia e di preghiera, e che era povero soltanto perché nessuno, fino a quel giorno, era venuto a cercarlo.
Quando la pioggia finì, il signore salì sul suo cavallo.
«Tornerò», disse.
Tornò. E tornò ancora. Con il tempo fece riparare il tetto, ripulire il giardino, portare riso e legna e stoffe. Decise che quel tempio sarebbe diventato il luogo dove riposavano i suoi antenati, e che la sua famiglia lo avrebbe protetto per sempre. Il piccolo tempio fuori dalle mura si riempì di fedeli. Si chiamava Gōtoku-ji, e diventò ricco e famoso.
Tama, intanto, era ancora lì. Passava le sue giornate a godersi il sole sulla veranda, mangiando pesce vero, non più acqua di riso, e il monaco, di tanto in tanto, lo guardava e scuoteva la testa, divertito.
«Eri davvero un gatto magico, allora», gli diceva.
Il gatto, naturalmente, non rispondeva.
Quando Tama morì, il monaco e la famiglia del signore gli diedero una sepoltura. Gli costruirono una tomba nel giardino del tempio, con una piccola lapide. Qualcuno, poi, ebbe l'idea di fare una statuetta del gatto, con la zampa alzata, per ricordare il momento in cui aveva chiamato un uomo salvandogli la vita.
La statuetta piacque. Ne fecero un'altra, e un'altra ancora. Oggi, nel tempio, centinaia di gattini bianchi, tutti con la zampa alzata, riempiono gli scaffali. Chi ha un desiderio ne porta uno, e quando il desiderio si avvera, lo riporta.
Per questo, nelle vetrine dei negozi giapponesi, in cima ai banconi delle trattorie, accanto alle casse dei bar, c'è un gatto che saluta con una zampa. Chi lo guarda non lo sa. Ma ogni volta che quella zampetta si muove avanti e indietro, in mezzo al rumore dei clienti e dei soldi che tintinnano, qualcuno sta ancora dicendo: vieni, entra, c'è un posto per te.
Il gatto, naturalmente, non risponde.
Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.
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Fonti
- tradizione del tempio Gōtoku-ji, Tokyo (periodo Edo)
- Michael Dylan Foster, «The Book of Yōkai» (2015)
