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Atlante dei Miti 0/300
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Un orco dalla pelle rossa con due corna e una mazza di ferro, colpito da una pioggia di fagioli

orchi giapponesimontagne e isole lontane del Giappone · mitologia giapponese

Gli oni

鬼, in giapponese

paurosa

Gli oni sono gli orchi del folklore giapponese: grandi, con la pelle rossa o blu, le corna, le zanne e una mazza di ferro piena di borchie. Indossano un perizoma di pelle di tigre. Nelle storie vivono sulle montagne o su isole lontane, rapiscono le persone e rubano tesori, finché arriva un eroe a sconfiggerli, come Momotarō. Col tempo alcuni oni sono diventati anche guardiani, che spaventano il male. All'inizio di febbraio, nella festa di Setsubun, le famiglie lanciano fagioli tostati gridando «Fuori gli oni, dentro la fortuna!».

Lo sai che… gli oni hanno corna di bue e pelle di tigre perché vengono da nord-est, la direzione che nel calendario antico era del bue e della tigre.

La storia

Nell'ultima notte d'inverno, in alto sulla montagna, nessuno usciva di casa dopo il tramonto.

Lo sapevano tutti, anche i bambini. Il giorno dopo sarebbe cominciata la primavera, ma quella notte, tra una stagione e l'altra, c'è un momento in cui le porte si aprono da sole. E la porta più pericolosa è quella che guarda a nord-est, dove il cielo è più scuro. Da lì, dicevano i vecchi, vengono gli oni.

La ragazza l'aveva sentito raccontare mille volte, e non ci aveva mai creduto del tutto. Aveva dodici anni, un fratellino di cinque, una madre che cuciva vicino al fuoco e una nonna con le mani storte come radici. Il padre era sceso a valle a vendere il carbone, e nel pomeriggio la neve aveva chiuso il sentiero dietro di lui.

«Stasera si dorme con la porta ben chiusa», disse la nonna. Posò accanto alla soglia un cesto di fagioli tostati, ancora tiepidi, che sapevano di fumo. Sopra l'ingresso aveva appeso un ramo spinoso e la testa di una sardina. «E questi stanno qui. Non si toccano.»

«Neanche uno?» chiese il fratellino.

«Neanche uno.»

Il vento cadde verso mezzanotte. Non calò piano: cessò, di colpo, come una mano che si chiude. Il fuoco sembrò più basso, le ombre più lunghe, e la stanza, che fino a un momento prima era stata calda e piena di rumori piccoli, divenne molto grande. Il cane, che per tutta la sera aveva ringhiato sotto la veranda, tacque. Nemmeno un guaito.

Poi, sulla neve, dei passi.

Non erano passi di uomo. Erano lenti e pesanti, come di qualcuno che porta addosso un carico di ferro: un colpo, una pausa, un colpo. A ogni colpo le tazze tremavano sullo scaffale. La madre posò l'ago. La nonna alzò un dito, e nessuno respirò.

Sulla porta di carta, illuminata dalle ultime braci, si disegnò un'ombra. Era alta quasi quanto la porta. Aveva due corna sulla testa, e in mano qualcosa di lungo e tozzo, coperto di punte.

«Aprite», disse una voce.

Era una voce profonda e screpolata, come una pietra tirata sul ghiaccio.

«Ho camminato per tre giorni. Ho freddo. Siete gente buona, voi di montagna. Aprite a un viaggiatore.»

Nessuno rispose. Il fratellino nascose la faccia nel grembo della madre. La mazza strisciò contro lo stipite, lentamente, con un suono di unghie su un piatto.

«Aprite», disse la voce. E poi, più piano, in un modo che la ragazza riconobbe subito: «Sono io. Il carbone è venduto, ce l'ho fatta a tornare. Apri, figlia mia, qui fuori si gela.»

Era la voce di suo padre.

La ragazza si alzò, quasi senza accorgersene. Fece un passo, poi un altro. La mano era già sul chiavistello quando le dita secche della nonna le chiusero il polso, con una forza che non sembrava possibile.

«Tuo padre non bussa», sussurrò. «Tuo padre chiama il cane per nome. Senti il cane?»

Il cane non c'era. Non si sentiva né un guaito né un respiro, e da quando erano arrivati quei passi nessuno l'aveva più sentito muoversi.

Dietro la porta, la voce rise. Era di nuovo la voce di pietra.

«Un peccato», disse. «Avevo proprio fame.»

La carta della porta si gonfiò verso l'interno, come una vela. Dalla fessura tra l'anta e il muro scivolò fuori un dito: grosso come il manico di una vanga, rosso come la brace, con un'unghia nera e ricurva. Tastò l'aria. Cercò il chiavistello.

«Ora», disse la nonna.

Ficcò un pugno di fagioli nella mano della ragazza. «Tutta la forza che hai. E gridalo.»

La ragazza lanciò. I fagioli colpirono la porta con un rumore di grandine.

«Fuori gli oni!»

Il dito si contrasse. Dal buio uscì un sibilo, come quando si butta l'acqua sul ferro rovente. La madre prese un pugno di fagioli, poi la nonna, poi anche il bambino, con le manine tremanti, e tutti insieme gridarono nella stanza, con le voci che si rompevano:

«Fuori gli oni! Dentro la fortuna! Fuori gli oni! Dentro la fortuna!»

Qualcosa urlò. Non era un urlo di dolore: era più rabbia, un ruggito che scosse il tetto e fece cadere un po' di cenere dal soffitto. Il dito sparì. Ci fu un colpo, uno solo, così forte che la porta saltò nei cardini. Poi i passi, ancora pesanti, ma più veloci, e la mazza che trascinava sulla neve un solco lungo.

Si allontanarono verso nord-est, sempre più piano, finché si confusero col silenzio.

Allora, da qualche parte sotto la veranda, il cane cominciò a guaire.

Nessuno dormì. Rimasero seduti vicino al fuoco, stretti l'uno all'altro, ad ascoltare ogni scricchiolio del legno, fino a quando la carta della porta si fece grigia e poi bianca. La madre, a un certo punto, si accorse di avere ancora in mano l'ago, e non ricordava di averlo ripreso.

Quando la ragazza aprì, il sole era già alto e la neve brillava da far male agli occhi. Sul sentiero c'erano impronte grandi come bacinelle, profonde, a tre dita. Salivano verso la cresta, dritte verso nord-est, e non tornavano indietro.

Sulla soglia, piantata nel legno, c'era una sola cosa. Una borchia di ferro, nera, grossa come un pugno.

«Fa' vedere», disse la nonna. La strappò dal legno con due dita, la rigirò e se la mise nella manica. «I vecchi la tengono sopra la porta», disse. «Un mostro che ha perso un pezzo di sé è più prudente. E poi dicono che a volte, se lo metti bene in vista, spaventa quelli peggiori.»

In certi villaggi più in alto, ancora oggi, qualcuno mette sul tetto una tegola con la faccia di un oni, i denti storti e gli occhi sgranati. I vicini sorridono, ma nessuno la toglie.

Da allora, ogni anno, l'ultima sera d'inverno, la ragazza apre il cesto dei fagioli e lancia il primo con tutta la forza che ha. Prima, però, ascolta. Se il cane abbaia, va tutto bene. Se tace, chiude la porta, e conta i passi.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • Noriko T. Reider, «Japanese Demon Lore: Oni from Ancient Times to the Present», Utah State University Press (2010)
  • «Konjaku monogatari shū» (XII secolo)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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