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Una creatura con la proboscide di elefante e le zampe di tigre che aspira una nuvoletta scura sopra un bambino addormentato

mangiatore di incubiGiappone (e prima la Cina) · mitologia giapponese

Il Baku

獏, in giapponese

per niente paurosa

Il baku è una creatura fatta di pezzi di animali diversi: la proboscide dell'elefante, gli occhi del rinoceronte, la coda del bue e le zampe della tigre. Arriva dalla Cina, ma in Giappone è diventato famoso per una cosa sola: mangia i brutti sogni. Chi si sveglia da un incubo può dire tre volte «Baku, mangia il mio sogno!», e il baku lo divora, trasformandolo in fortuna. Un tempo le persone mettevano la sua immagine sotto il cuscino, soprattutto nella notte di Capodanno, per dormire tranquille.

Lo sai che… in giapponese «baku» è anche il nome del tapiro, l'animale vero con il naso a proboscide.

La storia

Per due mesi, ogni notte, il ragazzo fece lo stesso sogno.

Era un corridoio lungo, con il pavimento di legno che scricchiolava a ogni passo. In fondo c'era una porta socchiusa, e dietro la porta qualcosa respirava. Lui camminava piano, con il cuore in gola, e ogni notte la porta era un po' più vicina. Non l'aveva mai vista aprirsi del tutto. Si svegliava sempre un secondo prima, col lenzuolo tra le mani e la fronte bagnata.

Era cominciato dopo il trasloco. I suoi genitori dovevano lavorare lontano, e lui era stato mandato a vivere dalla nonna, in una casa di campagna dove la scuola era nuova, i compagni erano nuovi e perfino il silenzio della sera era diverso da quello a cui era abituato. Non aveva detto niente a nessuno. Un ragazzo di dodici anni non dice a una nonna che ha paura di un corridoio.

Lei, però, se n'era accorta lo stesso.

L'ultima sera dell'anno, quando fuori nevicava piano e dalla cucina arrivava il profumo del brodo, la nonna entrò nella sua stanza con un rotolo di carta ingiallita.

«Tienilo sotto il cuscino», disse.

Il ragazzo lo srotolò. Era un disegno a inchiostro, fatto da qualcuno che non aveva mai visto un animale come questo e se lo era inventato tutto. Aveva la proboscide di un elefante, gli occhi di un rinoceronte, la coda di un bue e le zampe di una tigre. Sul resto del corpo non ci si metteva d'accordo.

«Che cos'è?»

«È un baku. Mangia i brutti sogni.» La nonna sistemò il cuscino. «Si dice che l'abbiano fatto con i pezzi avanzati, quando hanno finito di creare tutti gli altri animali. Forse per questo è così gentile con chi è stato messo insieme male.» E sorrise. «Si chiama quando serve. Basta dirglielo.»

«Dirglielo come?»

«Svegliandoti, e chiamandolo forte: baku, mangia il mio sogno.»

Spense la lampada e se ne andò. Il ragazzo restò a guardare il soffitto. Non credeva a una parola. Però il rotolo, sotto la testa, era caldo.

Quella notte il corridoio tornò.

Il pavimento scricchiolava. In fondo al corridoio, la porta era più vicina del solito: soltanto pochi passi. Da dietro arrivava un respiro lungo e umido, e adesso lui sentiva anche un rumore di unghie sul legno. Fece un passo, poi un altro. Allungò la mano. La porta si mosse.

Si svegliò di colpo, con un grido nella gola. La camera era buia. Aveva il cuore a mille.

«Baku», disse, con la voce che gli tremava. «Baku, mangia il mio sogno.»

Non successe niente. Poi, in un angolo, qualcosa starnutì.

Un animale uscì dall'ombra, camminando piano come un gatto grosso. Era alto quanto un cane di taglia media. Sulla faccia aveva la proboscide, che dondolava, e due occhi rotondi e un po' lucidi che non sapevano guardare con cattiveria. La coda sbatteva da una parte all'altra come quella di un bue in un prato. Aveva l'aria di uno che si era appena svegliato.

«Eccomi», disse. «Scusa il ritardo. Era un sogno brutto?»

Il ragazzo restò a bocca aperta. «Parli?»

«Quando c'è da parlare, sì», disse il baku. Si sedette sul tappeto, con le zampe da tigre ben piantate. «Raccontami come è fatto.»

«Un corridoio. Con una porta. E dietro la porta c'è qualcosa che respira.»

«Mmm.» Il baku socchiuse gli occhi. «Interessante. Un classico, ma ben fatto. E come finisce?»

«Non finisce. Mi sveglio prima.»

«Questo è il guaio.» La proboscide si alzò e annusò l'aria, come davanti a una pentola. «Un sogno che non finisce resta in giro. Si attacca alla stanza, sai? Alle pareti, al cuscino. E la notte dopo è più forte. Vediamo.»

Chiuse gli occhi. Una luce fredda scese sulla stanza, e nell'aria comparve tutto il corridoio, con il suo pavimento di legno e la porta socchiusa. Il baku tese la proboscide verso di esso, e il corridoio cominciò ad accorciarsi, a sfilacciarsi, a scorrere dentro la sua bocca come un filo di spaghetti.

Si sentì un rumore di masticazione, forte e soddisfatto. Poi un lungo, rumoroso schiocco di labbra.

«Sa di cantina», disse il baku. «E di mela marcia. Un tocco di pepe, in fondo.» Aprì un occhio. «Ma non era cattivo. Ho mangiato di peggio.»

Il ragazzo scoppiò a ridere, e si accorse che era la prima volta, da due mesi, che rideva in quella stanza.

«Dietro la porta cosa c'era?»

«Niente di terribile», disse il baku. «C'era uno che aveva paura anche lui. Una paura vecchia, di quelle che si portano dietro i bambini che cambiano casa.» Si grattò la proboscide con una zampa. «La paura non era tua soltanto. Ma adesso l'ho mangiata, e non torna.»

Si alzò, si stirò come un gatto e andò verso la finestra.

«Un consiglio», disse. «Non chiamarmi per ogni cosa. Per un compito andato male, per un cane che abbaia, per un amico che ti ha detto una parola storta, basta una notte di sonno. Chiamami solo quando il sogno è troppo grosso per te. Il resto devi masticarlo da solo.»

«E se mangiassi anche i sogni belli?»

«Quelli li lascio. Sono una cosa tua.» Il baku sorrise, con tutta la faccia. «E poi hai un anno nuovo che comincia. Fanne uno bello, di sogno.»

Un soffio di vento fece muovere la tenda. Quando il ragazzo si voltò, la stanza era vuota. Sul davanzale, però, restava un po' di polvere dorata, che brillò un istante e poi sparì.

Dormì fino al mattino. Non sognò niente, e quando si svegliò la nonna stava già friggendo qualcosa in cucina.

«Dormito bene?» chiese, senza voltarsi.

«Sì.»

«Si vede. Hai una faccia nuova.»

Il rotolo, di giorno, era soltanto un pezzo di carta. Lui lo arrotolò con cura e lo mise nel cassetto. Poi uscì a vedere la neve, e per la prima volta da quando era arrivato, nessuna porta, in nessun corridoio, lo seguì.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • Lafcadio Hearn, «Kottō», racconto «The Eater of Dreams» (1902)
  • Michael Dylan Foster, «The Book of Yōkai», University of California Press (2015)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music