
La Yuki-onna
雪女, «la donna della neve»
paurosa
La Yuki-onna è la donna della neve: bellissima, pallidissima, appare nelle notti di bufera. Lo scrittore Lafcadio Hearn raccolse la sua storia più famosa: due boscaioli si riparano in una capanna durante una tempesta, e lei entra soffiando un fiato di ghiaccio sul più vecchio. Risparmia il giovane Minokichi, a una condizione: non dovrà mai raccontare a nessuno di averla vista. Anni dopo Minokichi sposa una ragazza dolcissima, e una sera le racconta quella notte. Lei era la Yuki-onna, e svanisce come neve.
Lo sai che… Hearn scrisse che la storia gli era stata raccontata da un contadino di Chōfu, un paese che oggi fa parte dell'area di Tokyo.
La storia
Nella provincia di Musashi, tanto tempo fa, vivevano due boscaioli.
Il più vecchio si chiamava Mosaku. Aveva settant'anni, le mani dure come corteccia, e conosceva il bosco meglio di casa sua. Il più giovane, Minokichi, ne aveva diciotto, e faceva da apprendista: portava le asce, caricava la legna, ascoltava e imparava. Ogni mattina partivano insieme, ogni sera tornavano insieme. Per tornare dovevano attraversare un fiume largo, e per attraversarlo prendevano il traghetto.
Una sera di fine inverno, sulla strada del ritorno, cominciò a nevicare.
Prima furono pochi fiocchi, grandi e lenti. Poi il vento girò, e in un attimo il bosco sparì dietro un muro bianco. Quando arrivarono al fiume, sulla riva non c'era nessuno. Il traghettatore aveva lasciato la barca dall'altra parte e se ne era andato a casa, con una bufera così.
«Non si passa», disse Mosaku. «Dobbiamo aspettare.»
C'era una capanna, lì accanto: un riparo di legno con una sola porta e senza stufa, dove il traghettatore si fermava nei giorni di sole. Entrarono, chiusero la porta con un palo, si stesero sulla paglia con le mantelle di paglia addosso. Il vento ululava fuori. Mosaku, esausto, si addormentò subito. Minokichi, no. Restò a lungo con gli occhi aperti, a guardare il soffitto e ad ascoltare la neve che batteva contro le assi.
Poi si addormentò anche lui.
Fu un colpo di freddo sul viso a svegliarlo: una manciata di neve gli era caduta sulla guancia. Aprì gli occhi. La porta era spalancata. Non c'era vento, adesso. Non c'era nessun suono. Il bosco, fuori, era immobile e azzurro nella luce della neve.
Nella capanna c'era una donna.
Era vestita di bianco, alta e sottile, con i capelli neri che le cadevano fino ai fianchi. Il viso era bellissimo e pallido come la luna, e gli occhi erano fermi. Stava china su Mosaku, a pochi centimetri dal suo viso, e dalla sua bocca usciva un fiato bianco, lento, che il vecchio respirava senza svegliarsi.
Minokichi voleva gridare e non gli usciva la voce. Voleva muoversi, e il corpo non lo ascoltava.
La donna alzò la testa. Si voltò, piano, e si chinò anche su di lui. Aveva il viso così vicino che il giovane vide ogni ciglia coperta di brina.
«Volevo trattare anche te come l'altro», disse. La voce era un sussurro, come neve che scivola da un ramo. «Ma sei giovane, e tanto bello, e mi fai pena. Non ti farò del male, Minokichi.»
Come faceva a sapere il suo nome?
«Però ricordati», continuò. «Se dirai a qualcuno, a chiunque, anche a tua madre, quello che hai visto stanotte, io lo saprò. E verrò a prenderti. Ricorda quello che ti ho detto.»
Si voltò. Attraversò la soglia, e la sua figura si perse nella luce azzurra, più sottile della luce stessa.
Quando il sole sorse, Minokichi riuscì finalmente a muoversi. Toccò Mosaku, e lo trovò duro e freddo come ghiaccio.
Per molte settimane il ragazzo giacque a letto con la febbre. Quando guarì, non disse a nessuno cosa era successo. Disse soltanto che c'era stata la bufera, e che Mosaku non si era più svegliato.
Un anno passò.
In una sera d'inverno, mentre tornava a casa dalla legna, Minokichi incontrò una ragazza sul sentiero. Camminava da sola, con un fagotto in mano. Era alta, aveva la pelle chiara e i capelli lunghi, e quando si fermò per salutarlo, la sua voce suonava come una campanella.
«Mi chiamo O-Yuki», disse. «I miei genitori sono morti. Vado a Edo a cercare lavoro come cameriera, da una famiglia che mi accolga.»
Minokichi la guardò, e dentro di lui si mosse qualcosa che non sapeva nominare. Parlarono lungo la strada. Poi lui disse: «Fermati da noi, prima di partire. Mia madre ti darà da mangiare.»
O-Yuki si fermò un giorno. Poi un altro. Alla madre di Minokichi piacque subito, per come stava in casa, per come parlava piano, per come cuciva. A un certo punto non si parlò più di Edo. Qualche mese dopo, O-Yuki e Minokichi si sposarono.
Fu una buona moglie. Cucinava, teneva in ordine, curava la suocera finché visse, e diede a Minokichi dieci figli, belli e chiari di pelle come lei. I vicini dicevano che era strano: le altre donne del villaggio invecchiavano, lei no. Dopo tanti anni sembrava ancora una ragazza.
Una sera, i bambini dormivano e O-Yuki cuciva alla luce della lampada. Minokichi, seduto di fronte, la guardava. Il fuoco le disegnava un'ombra morbida sul viso, e per un momento la vide con un'altra luce, e gli tornò in mente qualcosa che aveva dimenticato.
«Sai», disse, «guardandoti stasera mi è venuta in mente una cosa strana. Quando avevo diciotto anni, una notte di bufera, ho visto una donna bianca, bellissima e pallida come te. Non so se era un sogno o no. Ma quella donna, lo giuro, ti assomigliava in tutto.»
O-Yuki non alzò gli occhi dal lavoro.
«Dimmi di più», disse. «Dove l'hai vista?»
E Minokichi le raccontò tutto: la capanna sul fiume, la porta aperta, Mosaku, il fiato bianco, la promessa. Mentre parlava, la lampada cominciò a tremare, anche se non c'era aria.
O-Yuki posò il cucito. Si alzò in piedi. Il suo viso non aveva più espressione.
«Quella donna ero io», disse. «Ero io. E ti avevo detto di non parlarne mai a nessuno.»
Il freddo riempì la stanza. Sulla carta delle porte comparvero i ghirigori della brina.
«Dovrei ucciderti, Minokichi. Dovrei farlo ora.» Voltò la testa verso i bambini che dormivano. «Ma ci sono loro, e per loro ti risparmio. Prenditi cura dei nostri figli. Se avranno anche una sola ragione di lamentarsi di te, lo saprò.»
La voce si fece sempre più sottile, un soffio che veniva da lontano. La sua figura si schiarì, si sciolse in una nebbiolina bianca. Salì lentamente fino al soffitto, poi tremò e uscì dal foro per il fumo.
Minokichi restò solo, con la lampada e i figli che dormivano.
O-Yuki non si vide mai più.
Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.
Parenti nel mondo
Ascolta / Leggi anche
- Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music
Fonti
- Lafcadio Hearn, «Kwaidan» (1904)
- Michael Dylan Foster, «The Book of Yōkai», University of California Press (2015)
