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Atlante dei Miti 0/300
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Un cavallo bianco che galoppa sulle onde verso un'isola verde e luminosa, con due cavalieri in sella

terra dell'eterna giovinezzaoltre il mare d'Occidente · mitologia celtica

Tír na nÓg

«la terra dei giovani», in irlandese

per niente paurosa

Tír na nÓg è un'isola magica oltre il mare, dove nessuno invecchia e nessuno si ammala. La storia più famosa racconta che Niamh dai capelli d'oro arrivò su un cavallo bianco e chiese al giovane guerriero Oisín, figlio di Finn McCool, di seguirla. Lì vissero felici, e a Oisín parvero tre anni. Ma Oisín voleva rivedere l'Irlanda: Niamh gli prestò il cavallo e lo pregò di non toccare mai terra. In Irlanda erano passati trecento anni. Quando, per aiutare alcuni uomini, cadde di sella, diventò vecchissimo in un attimo.

Lo sai che… secondo la leggenda, Oisín ormai vecchio fece in tempo a raccontare le imprese dei Fianna a San Patrizio.

La storia

Una mattina, sulle rive del lago di Killarney, i Fianna stavano cacciando.

Erano i guerrieri di Finn, il capo dei cacciatori d'Irlanda: uomini grandi, con i mantelli sulle spalle e i cani ai piedi. Suo figlio Oisín era il poeta e guerriero della compagnia. Aveva la mano pronta per la lancia e l'orecchio pronto per i versi.

Fu lui il primo a vederla.

Veniva dal mare. Cavalcava sull'acqua, e l'acqua non si bagnava sotto gli zoccoli. Il cavallo era bianco, bianco come la schiuma, con una criniera che sembrava d'argento. Lei portava un mantello color della luna, ricamato di stelle d'oro, e sotto la corona i capelli le scendevano fino alla vita, biondi come il grano maturo.

Si fermò davanti a Finn.

«Mi chiamo Niamh», disse. Si pronuncia più o meno «Niv». «Sono la figlia del re di un'isola lontana, la Terra dei Sempre Giovani. Sono venuta per Oisín. Ho sentito parlare di lui, dei suoi versi, del suo coraggio, e ho attraversato il mare per portarlo con me.»

Nessuno, tra i Fianna, parlò.

«Là non c'è invecchiamento», proseguì lei. «Non c'è malattia, non c'è morte. Là la musica non finisce, i frutti non marciscono, e chi arriva rimane com'è. Vuoi venire con me?»

Oisín guardò suo padre. Guardò i compagni. Guardò quei capelli d'oro.

«Vengo», disse.

Finn pianse, quel giorno, e piansero tutti i Fianna. Oisín baciò suo padre, i suoi amici, le teste dei cani, e salì in sella dietro Niamh. Il cavallo bianco girò il muso verso l'Occidente.

Il mare si aprì davanti a loro senza fatica. Viaggiarono giorni, a occhi aperti e senza stancarsi. Videro cose strane: un cerbiatto bianco senza corna, inseguito da un cane bianco con le orecchie rosse; poi una ragazza su un cavallo bruno, con una mela d'oro in mano, inseguita da un cavaliere su un cavallo bianco. Oisín li guardò sparire nella nebbia e non capì. Non gli sembrava importante, ma se ne ricordò per sempre.

Poi, all'improvviso, la terra.

Un'isola verde come nessun verde che avesse mai visto. Un castello di cristallo, e sotto, una tavola già apparecchiata. Alberi carichi di frutti. E un re che li accolse sorridendo, con la corona in testa, e che li fece sposare.

Oisín visse là, e gli parvero tre anni.

Ogni giorno era una festa. Si svegliava presto, cacciava senza paura di cadere, cantava senza stancarsi. Niamh gli era vicino, e fra loro c'erano poche parole, perché bastavano gli sguardi. Le canzoni sembravano nascere da sole. Il tempo, là, non passava. Scivolava.

Eppure.

Una sera, mentre il sole si abbassava sul mare, a Oisín venne una malinconia strana. Non era un dolore. Era come un fischio lontano che sentiva solo lui. Pensò a suo padre. Pensò ai compagni. Pensò al lago di Killarney, e al freddo del mattino, e al suono del corno.

«Niamh», disse. «Vorrei rivedere l'Irlanda. Solo per un giorno. Voglio salutare Finn e gli altri.»

Lei non rispose subito. Lo guardò a lungo, e il suo viso era quello di sempre, ma per la prima volta lo vide stanco.

«Se vai», disse, «non tornerai più.»

«Tornerò. Lo giuro.»

«Allora prendi il cavallo.» Lo condusse fuori, e il cavallo bianco batté gli zoccoli, nervoso. «Ma ascoltami bene, Oisín, perché da questo dipende tutto. Non devi mai scendere. Nemmeno un passo, nemmeno per un istante. Se i tuoi piedi toccano la terra d'Irlanda, il cavallo ti lascerà, e non potrai più tornare da me. Hai capito?»

«Ho capito.»

Gli prese la mano e la tenne fra le sue, finché lui non la ritrasse.

Il mare lo portò indietro come un sogno. Oisín sbarcò sulla costa che conosceva, e subito qualcosa non tornò. I campi erano gli stessi, ma nessuno li lavorava. Le strade c'erano, ma non erano le sue. Cercò la rocca di Finn, e la trovò: un mucchio di pietre coperto di ortiche. Dove prima c'erano le tavole dei banchetti, adesso c'erano i cardi.

Incontrò degli uomini. Piccoli, magri, con occhi stanchi. Non assomigliavano a nessun Fianna.

«Dove sono i Fianna?» chiese. «Dov'è Finn?»

Quelli lo guardarono, e uno rispose: «Finn? I Fianna? Ma di loro si raccontava ai tempi dei nostri nonni. Sono passati trecento anni.»

Oisín restò in sella, senza respirare. Trecento anni. I suoi tre anni.

Poco più avanti, un gruppo di quegli uomini cercava di spostare una pietra enorme che ostruiva la strada. Facevano forza in dieci, in venti, e non si muoveva. A Oisín, che da ragazzo muoveva pietre così con una mano, vennero le lacrime agli occhi. Non per la pietra. Per loro, piccoli e deboli, che erano gli eredi di quell'Irlanda grande.

«Aspettate», disse.

Si chinò dalla sella. Allungò il braccio, afferrò la pietra, e la spinse con tutta la sua forza.

La pietra si mosse. Ma la cinghia della sella si spezzò.

Oisín cadde.

Cadde adagio, o almeno così gli parve, e prima ancora di toccare l'erba sentì il cavallo bianco che si impennava, che nitriva, che scappava. Poi i suoi piedi toccarono il suolo, e in quello stesso istante il tempo che per trecento anni lo aveva aspettato gli arrivò addosso tutto insieme.

I capelli gli diventarono bianchi. La schiena si piegò. Le mani, che prima stringevano la lancia, si coprirono di rughe e di macchie. Gli uomini intorno a lui indietreggiarono. Davanti ai loro occhi un giovane si era trasformato in un vecchissimo.

Oisín alzò la testa verso l'orizzonte, dove il cavallo bianco era sparito per sempre.

«Niamh», sussurrò.

Nessuno rispose. Il mare era lontano, e il vento portava solo l'odore dell'erba.

Dicono che visse ancora un poco. Che i vecchi lo trovarono, lo portarono con sé, e che a un santo di nome Patrizio raccontò ogni sera le imprese di Finn e dei Fianna, perché non andassero perdute. E che ogni volta, alla fine del racconto, guardava verso ovest.

Il cavallo bianco non tornò mai.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • Micheál Coimín, «Laoi Oisín i dTír na nÓg» (circa 1750)
  • Lady Augusta Gregory, «Gods and Fighting Men» (1904)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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