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Un piccolo tempio rotondo con le colonne e una fiamma accesa al centro, custodita da una sacerdotessa velata

dea del focolareForo Romano · mitologia romana

Vesta e il fuoco sacro

Vesta, in latino

per niente paurosa

Vesta era la dea del focolare, il fuoco al centro della casa, e di tutta Roma, che era come una grande casa. Nel suo tempietto rotondo nel Foro bruciava un fuoco che non doveva spegnersi mai: se si spegneva, era un pessimo segno per la città. A custodirlo erano le Vestali, sacerdotesse scelte da bambine, che restavano al servizio della dea per trent'anni. Erano rispettatissime: potevano perfino salvare un condannato incontrandolo per strada.

Lo sai che… secondo le fonti antiche, il fuoco di Vesta, se si spegneva, si poteva riaccendere soltanto con i raggi del sole.

La storia

I Romani non hanno mai visto Vesta.

Non c'era una sua statua, nel suo tempio, e nemmeno una sua immagine dipinta. Nel Foro, ai piedi del Palatino, sorgeva un piccolo edificio rotondo, con il tetto a cupola e l'ingresso basso. Dentro, in mezzo, c'era un focolare. E nel focolare c'era un fuoco.

«Quello è lei», dicevano i Romani. Vesta era il fuoco. Ovidio, nei suoi Fasti, racconta di aver cercato a lungo una statua, e di aver scoperto che la dea e la fiamma sono la stessa cosa: l'una non è altro che l'altra. Per questo non servono immagini. Basta non farla spegnere.

Ovidio spiega che Vesta e la Terra sono la stessa dea: la Terra è il focolare del mondo, e il focolare di casa è una piccola terra. In ogni casa romana, davanti al fuoco, si offriva alla dea un pezzo della propria cena. Il fuoco del Foro era il focolare di tutti. E Plutarco aggiunge che Numa lo volle in un tempio rotondo, a immagine del mondo.

Perché quel fuoco non si doveva spegnere mai. Né di giorno né di notte, né d'inverno né d'estate. Se la fiamma moriva, i Romani dicevano che Roma stessa era in pericolo.

Per questo c'erano le Vestali.

Era stato il re Numa, uno dei primi re, a metterle a custodire il fuoco. Prima furono due, poi quattro, poi sei. Venivano scelte da bambine, fra le famiglie migliori, e lasciavano la casa dei genitori per vivere in una dimora accanto al tempio, con un giardino e un portico.

Immaginate una di loro, la prima notte.

Ha otto anni, o poco più. Le hanno tagliato i capelli e le hanno dato una veste bianca e un velo. Per la prima volta nella vita è sveglia nel cuore della notte, e il tempietto è silenzioso. Una Vestale più grande le siede accanto e le mostra come si fa. Un pezzo di legno ogni tanto. Un soffio, se la brace si abbassa. Tutto qui. Sembra facile, e invece è la cosa più difficile di Roma.

La bambina guarda la fiamma, che si piega e si raddrizza. Sente il calore sulla faccia. Sente il tetto che scricchiola, e fuori, nel Foro, il passo di una guardia. Si ripete in testa: non devo addormentarmi, non devo addormentarmi.

Le Vestali restavano al servizio per trent'anni. Plutarco racconta che li dividevano in tre parti: per dieci anni imparavano, per altri dieci facevano il lavoro, e per gli ultimi dieci insegnavano alle nuove arrivate. Erano rispettatissime. Quando uscivano per la città, un littore andava avanti per far largo, e nessuno osava toccarle. E c'era un privilegio che faceva stupire anche i Romani più sicuri di sé: se un condannato a morte, mentre lo portavano al supplizio, incontrava una Vestale per caso, veniva salvato. A patto che lei giurasse che l'incontro non era stato voluto.

Ma ogni dono aveva un prezzo. Se una Vestale lasciava spegnere il fuoco, veniva punita con severità. Per questo, di notte, si facevano i turni. Mai da sole, mai lontane dalla fiamma.

E se, per qualche ragione, la fiamma moriva davvero? Non si poteva riaccenderla da un altro fuoco. Bisognava prendere un recipiente di metallo, concavo, e metterlo al sole. I raggi si concentravano in un punto, finché dal punto non nasceva una scintilla. Era il sole che doveva ridare il fuoco a Vesta.

Ovidio racconta anche una storia che fa sorridere.

Un giorno, dopo un banchetto di dèi, la dea si addormentò sull'erba. Un dio dispettoso, Priapo, vide il suo momento e si avvicinò di soppiatto. Ma lì vicino c'era un asino che pascolava. L'asino lo vide e si mise a ragliare, a pieni polmoni, con un verso da svegliare i morti. Vesta si alzò di scatto, tutti accorsero, e il dio dispettoso se la diede a gambe fra le risate.

Da allora, nel giorno della sua festa, i Romani incoronavano gli asini con collane di pane. Era il loro modo di ringraziare.

Un'altra volta il pericolo fu vero. Era il tempo in cui Roma combatteva contro Cartagine. Una notte, dopo una giornata di caldo e di vento, si levò un grido dal Foro: il tempio di Vesta bruciava.

Le fiamme uscivano dal tetto, e il fuoco, quello vero, quello che avrebbe dovuto proteggerli, divorava il luogo che lo custodiva. Le Vestali correvano avanti e indietro, con i veli sciolti, gridando che qualcuno doveva salvare gli oggetti sacri. Dentro il tempio erano custodite cose antichissime, che nessun Romano aveva mai visto: fra queste, la statuetta di Pallade, il Palladio, portata da Troia, la città da cui era venuto Enea. Nessuna Vestale osava entrare fra le fiamme.

Fu allora che un uomo si fece largo tra la folla. Era il pontefice massimo, Metello. Non disse niente, o forse disse soltanto: «Se Roma deve perdere i suoi pegni, io non voglio vederlo». Si gettò dentro il tempio.

Ne uscì pochi istanti dopo, con le braccia piene, avvolto dal fumo. Aveva salvato le cose sacre. Ma il fuoco gli aveva bruciato gli occhi, e da quel giorno Metello non vide più.

Ovidio scrive che non ebbe rimpianti: davanti a quel pericolo, dice, non aveva pensato agli occhi.

E il fuoco di Vesta? Quella notte ricominciò. Tornò una fiamma, piccola, tremolante, in mezzo al tempio ancora fumante. Le Vestali la circondarono con le mani, come si fa con una candela al vento, e rimasero sveglie fino al mattino a guardarla crescere.

A fine servizio, dopo trent'anni, la Vestale era libera. Poteva lasciare il tempio, tornare alla vita di tutti. Ma molte restavano. Avevano passato così tanti anni accanto a una fiamma che non sapevano più immaginare una casa senza. E quando, in qualche sera d'inverno, il vento entrava dalla porta bassa e la fiamma si piegava, anche le più vecchie si alzavano di scatto, come la prima notte, a metà fra il sonno e la paura.

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Fonti

  • Ovidio, «Fasti», libro VI
  • Plutarco, «Vita di Numa»
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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