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Atlante dei Miti 0/300
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Un grande polpo che nuota in un oceano blu scuro, sotto due figure che camminano su un'isola vulcanica

divinità hawaiana dell'oceanoHawaii · Polinesia

Kanaloa

Kanaloa, in hawaiiano

per niente paurosa

Alle Hawaii Kanaloa è una delle quattro grandi divinità, legato all'oceano profondo e al polpo. Nei racconti hawaiani viaggia quasi sempre insieme al dio Kāne, e i due sono compagni inseparabili. Una storia molto conosciuta dice che, camminando per le isole, Kanaloa aveva sete: allora Kāne colpì la roccia con il suo bastone e fece sgorgare una sorgente d'acqua dolce. Per questo in molti luoghi delle Hawaii ci sono fonti chiamate «l'acqua di Kāne». Kanaloa è anche protettore di chi naviga e di chi pesca in mare aperto.

Lo sai che… l'isola di Kahoʻolawe, usata per cinquant'anni come poligono dalla marina americana, è stata restituita alle Hawaii nel 1994 e ha anche il nome antico di Kanaloa.

La storia

Prima di essere un dio che abita il fondo del mare, Kanaloa era un grande camminatore.

Questo, almeno, raccontano i vecchi racconti hawaiani. Quando le isole erano ancora giovani, con la terra calda e i vulcani che fumavano, c'erano due compagni che le percorrevano da un capo all'altro. Uno era Kāne, il dio della luce, dei cieli, dell'acqua dolce che scende dai monti. L'altro era Kanaloa, che amava l'oceano profondo e tutto quello che ci vive: le correnti, le seppie, i polpi.

Erano molto diversi. Kāne era dritto, lento, solenne. Kanaloa parlava con le mani, cambiava umore come il mare cambia colore, e a volte si rivolgeva a un sasso per fargli un complimento.

Eppure non si separavano mai.

«Perché hai sempre quella faccia», diceva Kanaloa, «come se dovessi pronunciare una legge?»

«E tu», rispondeva Kāne, «perché ridi di tutto, anche delle cose che non fanno ridere?»

«Perché il mare è grande. Se non ridi, ti sembra troppo.»

Camminavano di valle in valle e di spiaggia in spiaggia. Dove passavano, la terra sembrava più viva. Lungo il cammino si fermavano a bere ʻawa, la bevanda amara e tranquilla che gli hawaiani usano ancora per le cerimonie. Ne bevevano una ciotola ciascuno, in silenzio, guardando le onde.

Un giorno però si inoltrarono lontano dal mare, in una valle secca e rocciosa, dove l'aria era immobile e il sole picchiava forte. Non c'era un ruscello, non c'era una pozza. Kanaloa aveva la bocca arsa, e l'ʻawa che aveva bevuto lo rendeva ancora più assetato.

«Kāne», disse, «ho sete.»

«Lo vedo.»

«Ho una sete da mare intero, e il mare è lontano. E qui non c'è nemmeno una goccia.»

Kāne si guardò intorno. Non aveva fretta. Era una persona che pensava sempre prima di agire. Guardò la roccia, che sbarrava la valle come un muro. Poi guardò il suo bastone, un lungo bastone di legno duro.

«Spostati», disse.

Kanaloa fece due passi indietro. Kāne sollevò il bastone con entrambe le mani e colpì la roccia. Un colpo solo. Il rumore rimbombò nella valle, e per un istante non successe nulla.

Poi, dalla crepa, uscì un filo d'acqua.

Un filo, poi due, poi un getto chiaro che gorgogliava e scendeva tra i sassi, trasparente come vetro, fresco come l'ombra. Kanaloa si inginocchiò e bevve a lungo, con tutte e due le mani. Quando alzò il viso aveva le ciglia bagnate, e rideva.

«Questa», disse, «è la cosa migliore che abbia mai bevuto.»

«Meno male», disse Kāne, «perché ormai è tua.»

Da quel giorno, raccontano, in molte parti delle isole ci sono sorgenti che nascono dalla roccia, e gli hawaiani le chiamano l'acqua di Kāne. Nessuno sa quante siano. Quasi ogni valle ha la sua.

«Resta», disse Kāne, quando la sete fu passata e il silenzio tornò nella valle. «Ci sono ancora molte isole da vedere.»

«Le vedremo», disse Kanaloa. «Ma io ho il mare che mi chiama, e tu hai le montagne. Ti lascio l'acqua dolce, e io mi tengo quella salata. Così, quando ci rivediamo, avremo qualcosa da scambiarci.»

Kāne sorrise, che era per lui una cosa rara.

Poi Kanaloa tornò al mare. Era là che si sentiva a casa. Sprofondò nelle acque scure dove la luce non arriva, dove si muovono bestie che nessuno ha mai visto. Prese la forma del polpo, che ha otto braccia, nessun osso, e sa cambiare colore per sparire dentro una roccia. Ma continuò a ricordare l'acqua di Kāne.

C'era, in quegli anni, un pescatore che usciva in mare ogni notte con la sua canoa.

Una sera, a molte ore dalla riva, il cielo si chiuse. Il vento girò di colpo. Il mare, che fino ad allora era stato liscio come una stuoia, cominciò ad alzarsi. La canoa saliva su ondate alte come case e ricadeva giù. Il pescatore perse la rotta e non vide più la costa.

Aveva paura. Ma era un uomo abituato al mare e sapeva che la paura, a bordo, è una zavorra. Lasciò il remo e fece l'unica cosa che ricordava dei vecchi. Prese il pesce più bello che aveva pescato quella notte, lo tenne alto con le due mani e disse a voce alta:

«Kanaloa, signore dell'acqua profonda, questo è per te. Ho sbagliato strada. Se vuoi, fammi tornare a casa.»

E lo lasciò cadere in acqua.

Per molto tempo non accadde nulla. Il vento continuava a urlare. Poi, sotto la canoa, il mare si illuminò di una luce strana, una macchia chiara che si allargava, e qualcosa di enorme salì dal fondo. Il pescatore vide un occhio. Un occhio grande, tondo, calmo, che lo guardava come lo guarderebbe un vecchio conoscente.

Poi un braccio emerse dall'acqua, lungo, flessibile, coperto di ventose, e si avvolse con delicatezza intorno alla prua della canoa.

La canoa cominciò a muoversi. Non andava dove andava il vento, ma contro il vento. Tra le onde alte si apriva un sentiero tranquillo, una lingua d'acqua piatta, e il pescatore, aggrappato ai bordi, non fiatò più.

All'alba vide la costa. La canoa scivolò sulla sabbia di una spiaggia che conosceva bene. Quando si voltò verso il mare, il braccio era sparito. Rimaneva soltanto una striscia di schiuma, che si sciolse mentre la guardava.

Il pescatore si lavò il viso con l'acqua della valle vicina, quella che usciva da una roccia, fresca e dolce. Bevve a lungo.

Mentre beveva, dicono, gli sembrò di sentire in lontananza una risata. Una risata piccola, soddisfatta, di chi ha fatto un buon lavoro e non ha bisogno che lo ringrazino.

Da quella notte il pescatore non uscì più in mare senza tenere da parte un pesce per Kanaloa. E ogni volta che tornava a riva, stanco, si fermava alla sorgente a bere la sua parte.

Nel mare e sulla terra, i due amici si guardano ancora da lontano. Uno con il bastone, l'altro con otto braccia. E l'acqua, dolce e salata, passa dall'uno all'altro senza mai fermarsi.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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