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Atlante dei Miti 0/300
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Una divinità dai capelli scompigliati dal vento con una spada lunga, in riva a un mare in tempesta

divinità della tempestaIzumo · mitologia giapponese

Susanoo

須佐之男, in giapponese

un po' paurosa

Susanoo è il fratello di Amaterasu, la divinità delle tempeste e del mare, dal carattere impetuoso. Per i suoi dispetti nel cielo fu cacciato giù sulla terra, nella regione di Izumo. Lì incontrò due anziani che piangevano: un serpente mostruoso a otto teste aveva già portato via sette delle loro otto figlie, e stava per prendere l'ultima. Susanoo promise di salvarla, sconfisse il serpente con un trucco e nella sua coda trovò una spada meravigliosa, che portò in dono alla sorella.

Lo sai che… quella spada, chiamata Kusanagi, è uno dei tre tesori sacri della famiglia imperiale giapponese, insieme a uno specchio e a un gioiello.

La storia

Nei tempi in cui il mondo era ancora fresco, c'era un dio che non sapeva smettere di piangere.

Si chiamava Susanoo. Suo padre, Izanagi, aveva affidato a lui il governo del mare, a sua sorella Amaterasu il cielo, a un altro fratello la notte. Susanoo però non governava niente. Se ne stava a gridare sulla spiaggia. Gridava così forte che i monti verdi seccavano e i fiumi si prosciugavano, e la barba, a furia di non essere curata, gli arrivava fino al petto. Le forze oscure, nel frattempo, uscivano dalle crepe e riempivano il mondo di rumori.

«Perché piangi?» gli chiese Izanagi.

«Voglio andare nella terra di mia madre», singhiozzò Susanoo.

Il padre non volle ascoltare un figlio che trascurava il suo compito. Lo cacciò.

Susanoo decise allora di salutare la sorella, prima di partire. Salì al cielo, e la terra tremò sotto i suoi passi, e i mari ribollirono. Amaterasu lo sentì arrivare da lontano. Pensò che venisse a prenderle il regno e si preparò: legò i capelli, mise l'armatura, tese l'arco, e lo aspettò sulla porta.

«Non voglio farti del male», disse lui. «Voglio soltanto dirti addio.»

Per dimostrarlo fecero una prova, scambiandosi dei doni e facendo nascere nuovi dèi. Susanoo si dichiarò vincitore e si sentì giustificato. Fu quello il suo errore. Da quel giorno non ebbe più freno.

Distrusse gli argini delle risaie della sorella. Sporcò la sala dove si celebrava la festa del raccolto. Poi, un giorno, gettò dal tetto della sala dei telai un cavallo morto, in mezzo alle tessitrici che lavoravano alle vesti degli dèi. Una di loro, spaventata, si ferì con la spoletta e ne morì.

Amaterasu non resse più. Si rifugiò in una grotta e chiuse l'ingresso con un masso, e il mondo restò al buio. Gli dèi riuscirono a farla uscire, ma questa è un'altra storia. Quando il sole tornò, la loro condanna per Susanoo era già pronta: gli tagliarono la barba, gli strapparono le unghie, e lo cacciarono dal cielo.

Susanoo scese sulla terra, nella regione di Izumo, vicino alla sorgente del fiume Hi, e per la prima volta fu solo davvero.

Camminava lungo la riva, stanco e senza una meta, quando vide qualcosa galleggiare sull'acqua. Erano due bacchette da tavola.

«Se ci sono bacchette», pensò, «c'è qualcuno più in alto.»

Risalì la corrente e trovò una capanna. Dentro c'erano un vecchio, una vecchia e una ragazza, e tutti e tre piangevano.

«Chi siete?»

«Io mi chiamo Ashinazuchi», disse il vecchio. «Lei è mia moglie, Tenazuchi. E questa è Kushinadahime, la nostra ultima figlia. Ne avevamo otto. Ogni anno viene un serpente a otto teste e se ne porta via una. Ne ha prese sette. Oggi è il giorno in cui arriva.»

Susanoo guardò la ragazza. Teneva la testa bassa e le mani strette in grembo. Lui, che per tutta la vita aveva pensato soltanto ai propri dolori, per la prima volta guardò il dolore di qualcun altro.

«Datemela», disse. «Io sono il fratello di Amaterasu, sono sceso dal cielo adesso. La salverò.»

I vecchi sapevano chi era Amaterasu, e capirono che quello sconosciuto, con le unghie ancora doloranti e la barba tagliata, diceva la verità. Esitarono. Poi, perché non c'era altro da fare, dissero di sì.

Susanoo trasformò Kushinadahime in un pettine e se la infilò fra i capelli. Poi ordinò: «Preparate un sakè fortissimo, lavorato otto volte. Costruite un recinto con otto porte. Dietro ogni porta mettete una tavola e su ogni tavola una botte piena».

I vecchi lavorarono tutta la notte, senza parlare. Il fiume scorreva basso e nero. Alla fine il recinto era pronto, otto porte in fila, otto botti colme, e l'odore del sakè si spargeva nell'aria come una nebbia dolce. Poi non restò che aspettare, e l'attesa, come sa chiunque abbia aspettato qualcosa di brutto, fu la parte più lunga.

Allora si udì un rumore di rami che si spezzano.

Il serpente Yamata no Orochi, venuto dalla regione di Koshi, arrivò dal buio, e per un attimo le valli si fecero più piccole. Era lungo come otto colline, con otto teste e otto code, gli occhi rossi come bacche, e sulla schiena gli crescevano muschio, cipressi e cedri. Si fermò davanti al recinto. Annusò.

Le otto teste si abbassarono, ciascuna in una porta, ciascuna in una botte. Bevvero. Bevvero tutto. Poi il serpente si afflosciò, le teste si appoggiarono a terra, e dalle narici gli uscì un respiro lento.

Susanoo balzò fuori con la sua lunga spada, la spada lunga dieci pugni, e colpì. Il fiume Hi divenne rosso. Quando la lama toccò la coda di mezzo, però, si udì un clangore. Il filo si era scheggiato. Susanoo guardò meglio, aprì la coda con la punta, e dentro trovò una spada splendente.

La prese in mano, la guardò a lungo. Era un oggetto così bello che non sembrava appartenere a un mostro. Poi la portò in cielo, nonostante l'esilio, e la offrì ad Amaterasu. Quella spada, che prese il nome di Kusanagi, è ancora oggi uno dei tre tesori della famiglia imperiale.

Poi Susanoo cercò un posto dove costruire una casa per sé e per Kushinadahime, che era tornata ragazza. Girò per tutta la regione di Izumo, finché arrivò in un luogo chiamato Suga.

«Qui», disse, «il mio cuore è sereno.»

È da questa frase, dice il testo, che il luogo prese il nome: la parola che usò, «sugasugashi», vuol dire limpido, rinfrescato, come dopo un temporale.

Costruì il palazzo lì. E mentre posava la prima trave, si dice, cantò versi che molti considerano i primi del Giappone:

Dove sorgono otto nuvole, nella terra di Izumo, io costruisco un recinto a otto giri per chiudere dentro mia moglie. Ah, quel recinto a otto giri.

Il dio che prima gridava sulla spiaggia adesso costruiva un muro per proteggere qualcuno.

Intorno a lui salivano nuvole su nuvole. E nessuno, da quel giorno, lo sentì piangere più.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Kojiki» (712)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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