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Atlante dei Miti 0/300
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Una luce dorata che esce da una grotta di roccia, davanti a uno specchio rotondo appeso a un albero

divinità del soleIse · mitologia giapponese

Amaterasu

天照, «che illumina il cielo»

per niente paurosa

Amaterasu è la divinità del sole, una delle più venerate nello shintoismo. Il Kojiki racconta che, offesa dai dispetti del fratello Susanoo, si chiuse in una grotta, e il mondo intero piombò nel buio. Le altre divinità non sapevano come farla uscire. Allora una dea si mise a danzare in modo così buffo che tutti scoppiarono a ridere. Amaterasu, curiosa di sapere cosa ci fosse di così divertente, aprì un pochino la porta di roccia, vide la sua luce riflessa in uno specchio, e la luce tornò nel mondo.

Lo sai che… il suo santuario principale, a Ise, viene ricostruito da capo ogni vent'anni da più di mille anni, sempre uguale, accanto a quello vecchio.

La storia

C'è stato un tempo in cui il sole poteva decidere di non uscire.

Si chiamava Amaterasu, e non era una palla di fuoco: era una dea, con un carattere e con dei fratelli, e viveva con gli altri dèi nell'Alta Pianura del Cielo. Ogni mattina saliva sopra l'orizzonte e il mondo si accendeva. I campi di riso diventavano d'oro, i fiumi si mettevano a brillare, i bambini aprivano gli occhi. Nessuno la ringraziava. Si ringrazia forse l'aria che si respira?

Aveva un fratello, Susanoo, il dio delle tempeste e del mare. Era salito in cielo per salutarla prima di partire verso il suo esilio, e invece di ripartire si era fermato. Susanoo era fatto così: dove arrivava lui, la calma finiva.

Cominciò con i dispetti. Spezzò gli argini dei campi di riso di sua sorella. Riempì i canali che portavano l'acqua. Sporcò la sala dove si offriva agli dèi il primo raccolto dell'anno. Amaterasu lo difendeva, ogni volta. «Non l'ha fatto per cattiveria», diceva. «Si è lasciato prendere dalla rabbia.»

Poi Susanoo fece una cosa che nessuno poté scusare. Nella sala dove le tessitrici preparavano le vesti degli dèi aprì un buco nel tetto e lanciò dentro qualcosa di spaventoso. Le donne gridarono e scapparono, e una di loro, nella fretta, si ferì con la spola e morì.

Amaterasu non rispose. Non gridò, non punì nessuno. Fece qualcosa di molto peggio: se ne andò.

Entrò in una grotta di roccia, in fondo al cielo, e chiuse la porta con una pietra enorme.

Il buio cadde tutto insieme.

Non era il buio delle sere, quello che a poco a poco si riempie di stelle. Era un buio completo, senza fine, sul cielo e sulla terra. Gli spiriti cattivi, che con la luce non osavano farsi vedere, uscirono a sciami, rumorosi come mosche in piena estate. Il riso smise di crescere. Il freddo scese sui villaggi, e nessuno sapeva più dire se fosse notte da un giorno o da un mese. Gli animali si persero. Gli dèi inciampavano gli uni sugli altri e si chiedevano chi avesse spento il mondo.

Si riunirono sulla riva del fiume del cielo, al buio, a tastoni. Erano moltissimi: il «Kojiki» dice ottocento miriadi, che è un modo di dire «tutti». Parlarono, discussero, si interruppero. «Bisogna farla uscire.» «Ma come?» Pregare non era servito. Minacciare non si poteva: da una dea che regge il sole non si pretende niente.

Il più paziente di tutti era Omoikane, il dio che pensava per gli altri. Rimase zitto per un lungo momento. Poi disse: «Se non vuole ascoltare noi, forse vorrà ascoltare qualcos'altro».

E mise insieme un piano, pezzo per pezzo.

Prima di tutto radunarono i galli, gli uccelli che cantano alla fine della notte, e li fecero cantare davanti alla grotta, uno dopo l'altro, perché Amaterasu ricordasse che il mattino esiste. Poi fabbricarono uno specchio, lucidato tanto da riflettere un volto intero, e collane di gioielli ricurvi. Sradicarono un albero sacro, vi appesero lo specchio, i gioielli e lunghe strisce di stoffa, e lo piantarono davanti alla porta di pietra. Infine il dio più forte, Tajikarao, andò a nascondersi accanto al masso, senza respirare.

Mancava una cosa sola. Toccò alla dea Uzume.

Uzume si legò le maniche con dei rami, si mise una corona di foglie, prese in mano un mazzo di bambù. Rovesciò un grande tino davanti alla grotta, ci salì sopra e cominciò a battere i piedi. Il legno rimbombava come un tamburo. Poi cominciò a ballare. Saltava, girava, faceva smorfie, inventava passi che nessuno aveva mai visto e che, a dire il vero, non avevano nessun senso.

Per un momento gli dèi rimasero a guardare, nel poco chiarore. Poi qualcuno sbuffò. Poi qualcun altro si mise una mano sulla bocca. Poi scoppiarono a ridere tutti insieme, a gola spiegata, a lacrime, e la loro risata fu così grande che l'Alta Pianura del Cielo tremò.

Dentro la grotta, Amaterasu la sentì.

Rimase ferma. Ascoltò ancora. Per quanto tempo era rimasta lì, da sola, con la schiena contro la roccia fredda, a pensare di essere stata offesa? Non lo sapeva più. Ma quel suono era strano. Lei si era nascosta, il mondo era buio, ci sarebbe stato da piangere. E invece fuori ridevano.

Spostò la pietra di quanto basta per un occhio.

«Perché ridete?» chiese. «Io sono qui chiusa, e tutto è nel buio. Perché ballate?»

«Perché è arrivata una dea più luminosa di te», rispose Uzume, senza smettere di saltare.

In quel momento due dèi sollevarono lo specchio e glielo tennero davanti agli occhi.

Amaterasu vide un volto che splendeva, e non lo riconobbe. «Chi è?» pensò. Fece un passo fuori, per guardare meglio.

Un passo solo, ma bastò.

Tajikarao uscì dall'ombra, le afferrò la mano e la tirò fuori dalla grotta. Un altro dio stese in fretta, dietro di lei, una corda di paglia sacra e disse: «Più indietro di qui non puoi tornare».

La luce si riversò sul cielo e sulla terra. Le montagne ricomparvero, poi i fiumi, poi i campi. Gli spiriti cattivi sparirono dove erano sempre stati. Qualcuno, nel prato, cominciò a ridere ancora.

Per Susanoo non ci fu pietà. Gli dèi gli fecero pagare una grande multa in doni, gli tagliarono la barba e le unghie, e lo mandarono via dal cielo.

Molto tempo dopo, racconta il «Nihon shoki», Amaterasu mandò sulla terra suo nipote Ninigi, perché la governasse, e gli diede lo specchio di quella notte. «Guardalo come se guardassi me», gli disse. «Tienilo vicino quando dormi e quando mangi.»

Da allora, dicono, lo specchio è custodito a Ise, nel santuario di Amaterasu. Ogni vent'anni i giapponesi ricostruiscono il santuario da capo, uguale, accanto a quello vecchio, come se ogni volta volessero ricordare che la luce si può perdere e ritrovare.

Il sole era tornato senza una battaglia e senza una preghiera. L'aveva riportato fuori una risata. E un po' di curiosità.

Tradizione viva, raccontata con rispetto: come raccontiamo i miti.

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Fonti

  • «Kojiki» (712)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

Altri miei lavori: audiolibri gratis su YouTube · ebook su Gumroad · Apple Books · musica su Spotify e YouTube Music