
Yggdrasil, l'albero del mondo
Yggdrasill, in norreno
per niente paurosa
Per i popoli del Nord il mondo intero era sostenuto da un frassino gigantesco, Yggdrasil. I suoi rami si allargano sopra il cielo e le sue tre radici arrivano in luoghi diversi: dagli dèi, dai giganti di ghiaccio e nel regno dei morti. Tra i rami e le radici ci sono nove mondi, compreso il nostro, Midgard. Sulla cima vive un'aquila, sotto le radici un drago che le rosicchia, e uno scoiattolo corre su e giù portando messaggi pieni di insulti tra i due.
Lo sai che… ogni giorno tre donne chiamate Norne bagnano le radici dell'albero con l'acqua di una fonte, perché non si secchi.
La storia
Nessuno ha mai visto la cima di Yggdrasil, e nessuno ha mai visto le sue radici. Si sa soltanto che c'è.
È un frassino, il più grande, il più alto, il migliore di tutti gli alberi. I suoi rami si allargano sopra il cielo. Il suo tronco regge i nove mondi, e ogni mondo sta in un punto diverso: quello degli dèi, quello dei giganti di ghiaccio, quello dei morti, e in mezzo, piccolo e coraggioso, quello degli uomini.
L'albero non è mai solo. Sulla cima vive un'aquila, che sa molte cose, e tra i suoi occhi sta uno sparviero, Veðrfölnir. Sotto, tra le radici, striscia il drago Níðhöggr, che le rosicchia da sempre, con tanti serpenti accanto a lui. Quattro cervi corrono tra le foglie e le mordono. E su e giù per il tronco, tutto il giorno, senza mai fermarsi, corre uno scoiattolo, Ratatoskr, che porta le parole dall'aquila al drago e dal drago all'aquila. Non sono mai parole gentili. Lo scoiattolo le ricorda con precisione, e quando le ripete le peggiora un poco.
Eppure l'albero non secca.
Sotto una delle radici c'è un pozzo, il pozzo di Urðr, e lì abitano tre donne antiche, che si chiamano Norne: Urðr, Verðandi, Skuld. Il passato, il presente, ciò che sarà. Ogni giorno prendono l'acqua dalla fonte e un po' di fango bianco, e ne bagnano le radici, perché i rami restino verdi. Quell'acqua è così pura che tutto ciò che entra nel pozzo diventa bianco come il guscio di un uovo. Nel pozzo nuotano due cigni, da cui discendono tutti i cigni del mondo. E dall'albero cade ogni tanto una rugiada dolce come il miele, di cui si nutrono le api.
Ogni mattina gli dèi attraversano il ponte dell'arcobaleno, tutti a cavallo tranne Thor, che preferisce guadare i fiumi a piedi, e vengono a sedersi vicino al pozzo, a giudicare. Il destino si decide lì.
Sotto un'altra radice, in un luogo freddo e silenzioso, c'è il pozzo di Mímir. Mímir ne beve ogni mattina, e per questo sa più di chiunque altro. Chi beve da quell'acqua diventa saggio come nessuno.
La terza radice scende fino alla nebbia, nel regno dei morti, dove una fonte ribolle e si chiama Hvergelmir. Da lì nascono i fiumi. E lì, in mezzo ai serpenti, il drago passa le giornate a rosicchiare e non si annoia mai.
Un giorno, tanto tempo fa, Odino decise di andare da Mímir. Camminò lungo la radice che scendeva verso il gelo, dove un tempo, prima che ci fosse il mondo, c'era soltanto il vuoto. Il vento portava aghi di brina. Dietro di lui si spegneva a poco a poco il rumore del cielo, e davanti a lui cresceva un silenzio d'acqua.
Mímir lo aspettava, perché sapeva sempre chi stava per arrivare.
«Voglio bere,» disse.
«Ogni sapere ha un prezzo,» rispose Mímir. «Cosa mi dai?»
Odino non esitò. Si portò la mano al viso, si tolse un occhio e lo lasciò sul fondo del pozzo. Quando bevve, vide in quell'acqua cose che non aveva mai visto, lontane e vicine. Ma voleva di più.
Voleva le rune.
Le rune erano i segni con cui si scrivevano le parole più antiche, quelle che curavano e quelle che incatenavano, quelle che aprivano una porta e quelle che la sbarravano. Nessuno le possedeva. Erano nell'albero, o sotto l'albero, o forse nel suo silenzio, e ci si poteva arrivare in un modo solo.
Così Odino salì su Yggdrasil.
Non salì per riposare. Si appese per nove notti a un ramo battuto dal vento, con una lancia che gli aveva fatto una ferita al fianco, offerto a Odino, lui stesso a se stesso. Nessuno gli porse pane. Nessuno gli porse un corno da cui bere. Sotto di lui si apriva un vuoto senza fondo, e sopra di lui c'era il rumore dei rami, un fruscio che sembrava un coro.
La prima notte ebbe freddo. La seconda ebbe sete. La terza smise di sentire le braccia. La quarta e la quinta le passò a contare i rumori, perché era l'unico modo per restare sveglio. La sesta cominciò a dimenticare il proprio nome. Lo scoiattolo scese a dare un'occhiata, lo guardò con una certa diffidenza e risalì di corsa a riferire all'aquila che il padre degli dèi era appeso al tronco. L'aquila non rispose. A mano a mano il vento diventò una voce, e la voce diventò un linguaggio. Gli sembrò di sentire quello che dicevano le foglie. Poi il rumore dello scoiattolo che correva sul tronco, e i discorsi del drago nel buio, e le Norne che mormoravano giù in fondo, e l'acqua del pozzo.
All'ottava notte non c'era più niente di lui che non fosse attenzione.
All'alba della nona, guardò in basso. Vide, sul terreno, in mezzo alle radici, dei segni. Erano lì da sempre, e nessuno li aveva mai visti. Li afferrò, gridando, e il grido gli uscì di bocca come un uccello e rimase nell'aria. Poi cadde.
Quando toccò terra non provò dolore. Provò soltanto una leggerezza strana. Si accorse di aver cominciato a capire. Dalle parole nascevano altre parole, dalle opere altre opere, e lui si sentiva crescere come un albero giovane, pieno di linfa.
«Ho imparato,» disse. E si rialzò.
Da quel giorno Odino fu il dio più sapiente di tutti.
Un giorno, dicono, tutto questo finirà. Quando arriverà il Ragnarök, la fine del mondo, il frassino tremerà in tutti i suoi rami, e il suo vecchio tronco gemerà, e il lupo e i giganti si libereranno. Ma, dicono, resterà in piedi.
Finché quel giorno non viene, ogni mattina uno scoiattolo corre su e giù per un frassino immenso, portando un messaggio cattivo da una parte all'altra. Chissà se l'aquila e il drago si sarebbero mai insultati, senza di lui.
Parenti nel mondo
Ascolta / Leggi anche
- Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music
Fonti
- Edda poetica, «Völuspá» e «Grímnismál»
- Snorri Sturluson, «Edda in prosa»
