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Atlante dei Miti 0/300
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Una lunga barca dorata con un disco solare al centro che naviga in un fiume di stelle sotto terra

il viaggio del soleil cielo e la Duat · mitologia egizia

La barca di Ra

Mandjet e Mesektet, le due barche del sole

un po' paurosa

Gli Egizi immaginavano che il sole viaggiasse su una barca, come le barche che scendevano il Nilo. Di giorno navigava nel cielo su una barca chiamata Mandjet; la sera passava su un'altra, Mesektet, ed entrava nella Duat, il mondo di sotto. Il viaggio notturno durava dodici ore, e ogni ora era una regione diversa, con porte, guardiani e pericoli. Sulla barca non viaggiava da solo: c'era un equipaggio di dèi, e, secondo altri testi funerari, a prua il forte Seth difendeva il sole con la lancia.

Lo sai che… nel 1954, ai piedi della Grande Piramide, fu trovata una vera barca di legno di cedro lunga più di 40 metri, sepolta per il faraone Cheope.

La storia

Quando il sole tramonta, in Egitto, qualcuno ha paura.

Non i vivi. I vivi chiudono le porte e vanno a dormire. Ha paura il dio del sole, Ra, perché ogni sera deve fare una cosa che nessuno può giurare che riesca anche domani: attraversare la Duat.

La Duat è il mondo di sotto. Non è il cielo e non è la terra. È un fiume lungo e stretto, nel buio, diviso in dodici ore, e ogni ora ha le sue porte, i suoi guardiani e i suoi pericoli. Gli Egizi lo dipinsero sulle pareti delle tombe dei re, in fondo ai corridoi dove non arriva nessuna luce: è l'Amduat, il libro di ciò che c'è nell'aldilà.

Di giorno Ra naviga nel cielo sulla barca Mandjet, e tutti lo vedono. Ma all'orizzonte occidentale la barca si ferma. Ra scende, e sale su un'altra, la Mesektet, la barca della notte. Il suo equipaggio è già al suo posto. C'è Sia, che sa riconoscere tutte le cose. C'è Heka, il dio della magia. C'è Thot, che conta le ore e tiene il conto di tutto. E a prua, dicono altri testi, c'è Seth, il forte, con la lancia in mano, che di giorno è un dio inquieto ma di notte serve a una cosa sola: difendere il sole.

Il portone dell'orizzonte si chiude dietro di loro con un colpo sordo.

Prima ora. La barca scivola su un'acqua nera che non fa nemmeno rumore. Ai due lati ci sono dei babbuini, che alzano le mani verso il sole e lo adorano a bassa voce. È l'unico saluto che riceveranno in tutta la notte.

Seconda ora, terza ora. Le rive si allargano, e là dove la barca passa succede una cosa strana. Dalle sponde, dal buio, sorgono figure avvolte nelle bende. Sono i morti. Sono stati ad aspettare per tutto il giorno, immobili, con le teste chinate, e adesso sentono una luce che non vedono da ventiquattro ore.

«È lui», sussurra uno.

«È Ra», dice un altro, e il sussurro corre da riva a riva. «Respiriamo. Parliamo. Guardate, c'è luce.»

Per il tempo di una porta i morti si alzano, mangiano il pane che i vivi hanno lasciato per loro, si guardano l'un l'altro. Poi la barca va avanti. La luce si spegne, e le teste si abbassano di nuovo. Il silenzio, dopo, è peggiore.

Quarta ora, quinta ora. Qui l'acqua finisce.

Davanti c'è solo sabbia. Una sabbia scura, a perdita d'occhio, piena di grotte da cui escono rumori che nessun dio vorrebbe riconoscere. La barca non può più navigare. Allora si trasforma: la sua prua diventa la testa di un serpente, e l'equipaggio la trascina a forza sul deserto, un passo dopo l'altro, mentre tutto intorno qualcosa sibila.

Sesta ora, la metà del viaggio. È qui, in mezzo alla notte, dicono, che il dio della luce incontra il dio dei morti.

Perché in una sala, in fondo alla Duat, Osiride è disteso, immobile, il corpo avvolto in una benda bianca. Ra gli si avvicina. Per un momento il sole e il re dei morti restano insieme, e la loro unione è il segreto più grande di tutto il libro: Ra gli dà la luce, Osiride gli dà la forza di tornare. Nessuno dei due può farne a meno. Quando la barca riparte, il sole è più forte di quando è entrato.

Settima ora.

Dal fondo del fiume si alza un rumore come di roccia che si muove. È Apopi.

Apopi è un serpente così lungo che nessuno ne ha mai visto la coda. È il nemico di tutti: non vuole il tesoro, non vuole il trono, vuole soltanto che il mondo non ci sia. Si stende sul fiume come una sbarra, beve l'acqua con la sua bocca enorme, e la barca si ferma su un banco di sabbia come una barca di pescatori.

La Duat sembra trattenere il fiato.

Isis, sulla barca, si alza in piedi e comincia a pronunciare formule, piano, senza fretta, parola dopo parola, come chi annoda una corda. Le spire del serpente si irrigidiscono. A prua, Seth solleva la lancia. Il serpente sibila, si divincola, e ogni sibilo è una frustata di freddo sulla faccia dell'equipaggio.

Seth è il dio che gli altri dèi non amano, il dio delle tempeste e del deserto, quello che aveva ucciso Osiride. Sulla barca serve la sua forza, e lui la dà.

L'acqua riprende a scorrere. Apopi si ritira, ferito, non morto. Non muore mai. Per questo la notte dopo ricomincia tutto.

Ottava ora, nona, decima. Le porte si aprono una dopo l'altra, e a ogni porta c'è un guardiano che chiede il nome, la parola giusta. Sia risponde. Ogni risposta è una porta che si apre. Gli ultimi morti che la barca incontra sono i più vicini all'alba: li senti già muovere le braccia, come chi sta per svegliarsi.

Undicesima ora. Il buio comincia ad avere un'altra forma. Non è più il buio di prima, quello pieno e fermo: è un buio che aspetta.

Dodicesima ora.

Ra è alla fine del viaggio, ma la sua barca non ha davanti nessuna porta. Davanti c'è un serpente, un altro, diverso da Apopi: lungo, immobile, con la bocca spalancata come una galleria. Si chiama «Vita degli dèi». La barca entra dalla sua coda.

Dentro è buio come nel ventre di un animale. Il sole si lascia attraversare, ora dopo ora, e il corpo del vecchio dio si fa piccolo, si fa leggero, si piega su se stesso. Quando la barca esce dalla bocca del serpente, a bordo non c'è più il vecchio re stanco. C'è uno scarabeo, Khepri, nuovo di zecca, che spinge davanti a sé la palla del sole.

Il dio Shu, quello dell'aria, solleva il disco rosso fra le mani e lo porta oltre l'orizzonte.

È l'alba.

Su un tetto di Tebe un bambino si sveglia, vede il cielo cambiare colore e non pensa a niente di tutto questo. Pensa alla colazione.

Ma gli Egizi lo sapevano. Ogni mattina qualcuno aveva lottato contro un serpente, in fondo al mondo, perché lui potesse mangiare quel pane.

E quella notte, ancora una volta, il portone dell'occidente si sarebbe chiuso.

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  • Musica per leggere: Cinematic JourneyMusica epica da film, senza parole, di Ciro Simone IrmiciSpotifyYouTube Music

Fonti

  • «Amduat», il libro di ciò che è nell'aldilà, tombe della Valle dei Re
  • Erik Hornung, «The Ancient Egyptian Books of the Afterlife», Cornell University Press (1999)
Ciro Simone Irmici

Chi c'è dietro

Ciro Simone Irmici

Costruisco siti, app e giochi. L'Atlante l'ho costruito con l'intelligenza artificiale e controllo io ogni scheda e ogni fonte. Non sono uno studioso di mitologia: racconto le leggende con rispetto e dico sempre da dove vengono. Se conosci una leggenda del tuo paese, scrivimi.

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